Delle musiche magnifiche e progressive dei Van Der Graaf Generator

Da sempre piuttosto problematico, per usare un eufemismo e per quanto con il tempo con un tot di cose abbia maturato una certa sintonia, il mio rapporto con il progressive. Fatti salvi da subito tre grandi amori: la scena di Canterbury più o meno intera, i King Crimson, i Van Der Graaf Generator. Erano appena tornati insieme quando dedicavo un articolo a questi ultimi.

Van Der Graaf Generator

Era l’inverno 2002. Intervistato da “Mojo” senza nessuna ragione particolare (risalendo il quadruplo antologico “The Box” a un anno e mezzo prima), Peter Hammill dichiarava che non c’era alcuna possibilità che il suo vecchio gruppo tornasse assieme. Il naso gli è cresciuto molto da allora. “Present”, dichiara il titolo del nuovo album dei Van Der Graaf Generator, il primo in studio da ventotto anni e una delle rimpatriate più sorprendenti – e meno imbarazzanti – mai concretizzatesi. Vero che tante volte nei dischi del leader avevano fatto capolino gli antichi sodali, a conferma che “siamo rimasti ottimi amici”. Vero che fra il 1991 e il 2001 la formazione storica aveva incrociato in tre occasioni (due però privatissime) gli strumenti e che accadesse di nuovo ci stava: ma una reunion con tutti i crismi e su EMI! Rimandato il lettore alla recensione di John Vignola sul numero di giugno, qui si annota come chiamare un album “Present” sia per la banda Hammill una contraddizione in termini: i Van Der Graaf Generator non sono mai stati, nemmeno nei primi ’70, un gruppo “attuale”. Se furono avanguardia definirli innovatori del verbo rock pare nondimeno improprio, siccome nessuno ne ha seguito la lezione. D’accordo: in dischi distanti anni luce come il primo Pavlov’s Dog o il secondo P.I.L. qualche eco se ne coglie, ma finita lì. Non solo senza eredi, i Nostri non ebbero predecessori, né contemporanei a parte forse quegli High Tide il cui cammino incrociarono all’inizio. Nessuna prossimità autentica con il progressive. Se furono intruppati lì fu giusto per una contingenza temporale, a meno di non volere affermare che furono gli unici progressivi davvero e il resto (Crimson eccettuati) pomposa fuffa. Insomma: la musica di Hammill e soci ha sempre abitato un posto suo, né riflettendo il presente né anticipando futuri. Estranea al mondo, immune allo scorrere del tempo: per questo non è invecchiata.

Come potete leggere in ogni enciclopedia dabbene, i Van Der Graaf Generator nascono a fine 1967 dall’incontro, alla Manchester University, del cantante e chitarrista Peter Hammill con il percussionista Chris Judge Smith, fresco reduce da un soggiorno californiano durante il quale ha conosciuto Country Joe & The Fish e visto quanto valeva la pena vedere a Haight Ashbury e al Fillmore West. È anzi proprio di Smith l’iniziativa di dare vita a un gruppo ed è lui (dopo essersi baloccato con ragioni sociali improponibili come Zeiss Manifold e Shrieking Plasma Exudation) a battezzarlo come sapete, sottraendo una “f” al nome dell’inventore dell’acceleratore elettrostatico di particelle. Sistemato in una formazione a tre con all’organo Nick Pearne, il complesso coglie l’occasione di un happening in un parco cittadino per esordire dal vivo nel febbraio 1968 ed è spettacolino sfortunato e indecoroso, a sentire lo stesso Hammill, pesantemente influenzato dalle esibizioni circensi dei Crazy World Of Arthur Brown e mandato in vacca da un amplificatore che fonde. Nei mesi seguenti Hammill e Smith aprono un concerto dei Tyrannosaurus Rex e mettono su nastro alcune decine di canzoni che chissà che fine hanno fatto. Poi Smith torna negli Stati Uniti e la sua parte in questa storia l’ha già fatta, fine. È il nuovo tastierista Hugh Banton a trovare con un annuncio il bassista Keith Ellis, già con i Koobas, e il batterista Guy Evans. Un demo è piaciuto sia alla Mercury che a John Peel ed è così che prima ancora di pubblicare un singolo VDGG si trovano a registrare quattro brani per la BBC. Molto ma troppo poco (fra il resto un’uscita come supporto a Hendrix alla Royal Albert Hall) accade nei primi sei mesi del 1969 e così il gruppo si scioglie. Evans si unisce ai Misunderstood appena in tempo per incrociare Tony Hill prima che costui fondi gli High Tide. Quando in due giorni a cavallo fra luglio e agosto Hammill pone mano a quello che in teoria sarebbe il suo debutto da solista è in ogni caso della partita e così Banton, Ellis e un flautista, tal Jeff Peach. Il disco vede la luce in autunno, su Mercury, nei soli Stati Uniti e attribuito, per i maneggi di Tony Stratton Smith che dei ragazzi è il primo dei fans, ai Van Der Graaf Generator. Che prontamente si riformano, senza Ellis che è andato con i Juicy Lucy e viene sostituito da Nic Potter, che Evans porta con sé dagli ormai disciolti Misunderstood. Entra in scena il sassofonista David Jackson ed ecco che la formazione classica di VDGG ha preso corpo. Uno in più dei quattro che saranno da quando Potter se ne andrà quasi esattamente un anno dopo, nel mezzo delle registrazioni diH To He Who Am The Only One”.

Pur netto lo stacco con i dischi seguenti, qualitativo e nella prima metà pure stilistico, “The Aerosol Grey Machine” è in ogni caso operina graziosissima (aggettivo che mai più potrà essere accostato ai Van Der Graaf) e meritevole di rivalutazione. Per i barocchismi folk di Afterwards, per la psichedelia a spasso in stanze d’eco di Running Back, soprattutto per i due brani conclusivi, fra i cui risvolti si scorge in nuce il complesso che sarà: un’araba e fosca Necromancer, una Octopus che fa suonare Graham Bond con (rieccoli) gli High Tide e per certo sarebbe piaciuta a H.P. Lovecraft, che avrebbe poi addirittura delirato per “The Least We Can Do Is Wave To Each Other”, inciso già in dicembre (in tre giorni) e che sarà pubblicato nel febbraio 1970 dalla neonata Charisma, fondata dal summenzionato Stratton Smith con lo scopo di dare uno sbocco discografico al Generatore (Hammill e soci non gli faranno guadagnare un centesimo e ci penseranno i Genesis a renderlo un uomo ricco: cavate da ciò la morale che credete). Album in cui i brani cominciano ad allungarsi – sei per quasi quarantaquattro minuti, fate voi la media – e soprattutto a raddensarsi e indurirsi, sempre più visionari e cupi per quanto Refugees abbia gusto di fiaba e così l’attacco di Out Of My Book. Ma il tono generale tende al gotico, all’orroroso, fra passaggi che evocano liturgie empie, schizzi di frenesie, quiete e però inquiete estasi. Inclassificabile l’assieme: se è rimasto qualcosa della psichedelia sono decisamente cattivi viaggi quelli che vengono inscenati, il sax ribolle di free jazz raffreddato d’ogni negritudine, le tastiere hanno descrittività borodiniana, la batteria è un vortice in cui obnubilarsi. Sono sassofono e organo a macinare riff, spesso assente la chitarra ed entro breve mancherà pure il basso e sarà il power-trio (più voce) più inconsueto di sempre nel rock.

Corrono veloci VDGG, dicembre 1970 e già un terzo LP è nei negozi e sono le prove tecniche di capolavoro di “H To He Who Am The Only One”, Killer subito un assalto che annichilisce e ci pensa una ballata immensa come House With No Door a cauterizzare le ferite psichiche: senza concedere redenzione, soltanto una malinconia dolcissima e forse mai il rock ha distillato spleen come in questi 6’03”. The Emperor In His War Room a ben sentirla inventa in effetti Pavlov’s Dog, Lost è pandemonio che agghiaccia, Pioneers Over è Tim Buckley che incontra Wagner da qualche parte alle porte del cosmo. Brillanti gli esiti commerciali: “H To He” manco entra nelle graduatorie di vendita ove “The Least” era salito, salito, salito fino alla posizione numero… 47. Migliore performance di sempre di un gruppo che non fu profeta in patria, patrimonio giusto di iniziatici circoli studenteschi, e in Italia invece sì e un po’ possiamo vantarcene. Enorme lo stupore dei Van Der Graaf quando nel gennaio 1972 vengono a sapere che “Pawn Hearts”, pubblicato nell’ottobre precedente, è primo in classifica nel Bel Paese. Da “Extra” numero 3 (uno dei magnifici cento del decennio): “Qui le forme si squadernano completamente, centrifugando psichedelia, prog, jazz, soul, sperimentazione in una sola cavalcata al di là delle coordinate di spazio e tempo, ben raffigurata dalla lunga suite di A Plague Of Lighthouse Keepers e dai risvolti ritmici di Lemmings”. Il successo non porterà però bene, perché dischi se ne vendono ma – pare – soldi al gruppo non ne arrivano e tre tour, uno in febbraio, un altro fra maggio e giugno e l’ultimo fra luglio e agosto sono sì trionfali ma pure fatali, segnati da problemi di ordine pubblico e tensioni interne.

I Van Der Graaf Generator si sciolgono una seconda volta proprio nell’agosto ’72. Hammill avvia una carriera in proprio per riferire della quale servirebbe almeno un altro paio di pagine. Si riuniscono nel 1975. Da lì al ’78 e a un “rompete le righe” che fino a poche settimane fa si pensava definitivo daranno alle stampe altri quattro album in studio e un live. Prima di tornare nell’ombra avranno la soddisfazione di sentirsi incensare, in un programma della BBC, da un ragazzo che molto si è dato da fare per buttare il progressive nella pattumiera del rock: tal Johnny Lydon, in arte Rotten.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.612/613, luglio/agosto 2005.

18 commenti

Archiviato in archivi

18 risposte a “Delle musiche magnifiche e progressive dei Van Der Graaf Generator

  1. Gennaro

    Mi hai fatto rivivere i bei tempi andati…grazie Eddy!
    Mi rinfranca che i king crimson, mio gruppo preferito in assoluto, siano anche nelle tue corde!

  2. stefano campodonico

    Grande musica, grande gruppo e “House with no door” uno dei pezzi della vita!

  3. Marco Tagliabue

    Potrei sottoscrivere con il sangue il tuo “cappello” introduttivo: King Crimson, VDGG e Canterbury erano davvero di un altro pianeta…un delitto frullarli con il progressive, se non per quei fattori spazio/temporali che ti fanno trovare anche i Television nella sezione punk…
    Comunque, lo ammetto, sono debitore di qualche emozione non da poco anche verso Gabriel & Co.: “The Musical Box” è stato uno dei primi brani a farmi salire i brividi lungo la schiena…
    “House with no door” e “Refugees” le inserii, insieme ad altri brani di quel filone, su una C60 con la quale tentai di conquistare una ragazza…a distanza di oltre trent’anni posso dire di avercela fatta!

    • posilliposonica

      “After the Flood”,”Refugee”,”Killer”,”House with no Door”…musica
      imperitura.

    • Orgio

      Scusa, ma Canterbury cosa sarebbe se non IL progressive, o almeno una fetta consistente di esso?

      • Marco Tagliabue

        Beh, tutto sta nel significato che vogliamo attribuire alla parola “progressive”. Se facciamo riferimento al termine letterale, allora nulla è più progressivo (cioè nuovo, avanzato) di Canterbury, come dei Velvet, della psichedelia “storica”, del post-punk e di molte altre cose che, di solito, non vengono catalogate alla voce “progressive”. Se invece prendiamo in considerazione quella corrente che si è soliti far rappresentare dai vari Genesis, Yes, EL & P, in cui la novità presto scadette nell’autoindulgenza, forse è meglio che Wyatt e soci vengano tenuti a debita distanza…
        Parere personale, per carità…

      • Eccettuati i per me deprecabili Camel, Canterbury fu una scena semiclandestina rispetto ai campioni di vendite del genere. E mi sembra che stilisticamente fra, per dire, i Caravan ed Emerson Lake & Palmer, piuttosto che tra Hatfield & The North e i Moody Blues, si frappongano distanze incommensurabili. Quello che non ho mai sopportato e – posso plausibilmente dire a questo punto – mai sopporterò di ciò che comunemente si intende come progressive è il sinfonismo, il rapporto distorto con una musica classica affrontata con piglio subalterno e imbarazzantemente amatoriale.

  4. Francesco Manca

    Io ho un debole anche per Fool’s Mate, che è dello stesso anno di Pawn Hearts credo: prima o poi mi deciderò ad esplorare tutta la discografia di Hammill di cui conosco pochissimo (giusto Nadir’s Big Chance), nel giro di qualche lustro dovrei cavarmela visto il catalogo…
    A proposito di prog: in Italia in quegli anni c’è stata una scena ricchissima, piena di gruppi con nomi fantastici (Museo Rosenbach, Picchio Dal Pozzo, Il Rovescio Della Medaglia, Electric Frankenstein! -come si fa a non incuriosirsi santiddio) sarebbe bello che qualcuno dedicasse un documentario su quel periodo, perchè a prescindere che il genere possa piacere o meno è un dato di fatto che sia stato uno dei momenti più vitali e originali nella nostra storia musicale, oggi quasi remoto.

    • Come ho raccontato qualche tempo fa, anni or sono cominciai a lavorare proprio a un documentario dedicato a quel periodo. Sfortunatamente, non si riuscì a trovare un produttore disposto a investire nel progetto una cifra adeguata.

      • Francesco Manca

        Non riesco a pensare ad una materia migliore di questa per raccontare l’Italia dei primi anni ’70, davvero… Non fanno altro che menarla con quel periodo , poi quando si presenta l’occasione, con un giornalista del tuo spessore, niente…:(
        Per cinema e televisione “Roma caput mundi” da sempre, fatto ben noto…

  5. Rusty

    Che vi piaccia o no, quando si parla di progressive italiano bisognerebbe considerare anche Parsifal dei Pooh.

    • Cazzeggi o sei serio? Ossia: dici che devo fare lo sforzo di fargli fare un giro? E, con tutto il rispetto dovuto a dei seri musicisti, mai in vita mia mi è passato per l’anticamera del cervello di ascoltare per intero un album dei Pooh. Ma manco mezzo.

      • Rusty

        Cazzeggio serioso. In quel particolare periodo anche i Pooh si sono avvicinati al “sinfonismo”, seguendo la moda del momento. E parlando (probabilmente male) di progressive italiano, questo disco, ci deve stare. D’accordo sul rispetto per i musicisti, alcuni davvero dotati (Dodi Battaglia).

  6. posilliposonica

    Finalmente prog ! Direbbe Truffaut.No quella era Finalmente Domenica !
    Eddy, buoni rapporti con gli Henry Cow ?

  7. posilliposonica

    Su di un tuo ipotetico podio degli album dei K.C. “Red” ci sale ?
    Grazie.

  8. eighties

    Scusate se non è affatto in topic, ma ho saputo dei due infarti di Vini Reilly dei Durutti Column

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...