Graham Parker & The Rumour – Three Chords Good (Primary Wave)

Graham Parker & The Rumour - Three Chords Good

Trent’anni fa all’incirca di questi tempi pubblicavo il primo articolo. Mi avessero detto che da lì a tre decenni quello del critico sarebbe stato ancora il mio mestiere non avrei battuto ciglio: era il destino che mi prefiguravo, per quanto sfortunatamente ignorando quanto avrebbe saputo di sale e fiele. Ma mai e poi mai ci avrei creduto mi avessero raccontato che la mia playlist del 2012 sarebbe stata composta ancora per il 60% da dischi fatti da gente più anziana di me e per quasi tutto il resto da coetanei, o poco più giovani. Con in mezzo giusto un album di ventenni che però ascoltarlo e datarlo 1972 è una cosa sola. E il problema (che sarebbe un bel problema) è che a essere monopolizzata da grandi vecchi non è giusto la mia classifica (non potrei allora non chiedermi se non sia io a non sapere più cogliere le novità) quanto quelle di più o meno chiunque. Troppo giovane per potere scrivere di Graham Parker nella sua età aurea, ed essendomene poi occupato un’unica volta, nel 1991, e al tempo mi sentivo vecchio io e a maggior ragione mi pareva vecchio (per quanto in ottima forma) lui, mi sono ritrovato sul finire dello scorso anno a entusiasmarmi a tal punto per un suo album – questo – da rimpiangere di avere dovuto inviare i miei elenchi di dieci barra quindici titoli ai giornali prima di avere avuto occasione di ascoltarlo. Almeno qui su VMO avrei potuto recuperarlo, ma ha prevalso la scelta di restare fedele a quanto già uscito altrove. Però sappiatelo: uno dei miei sedici dischi preferiti del 2012, “Three Chords Good”.

Sulla copertina bruttarella di quella che è la loro prima collaborazione dal 1980, Graham Parker e rumorosi accoliti paiono una simpatica masnada di pensionati da circolo delle bocce o da partita a carte al bar. Il capobanda ha d’altronde quei sessantadue anni e tre su cinque dei fiancheggiatori vantavano già carriere importanti, esperienze da veterani – il tastierista Bob Andrews e il chitarrista solista Brinsley Schwarz nel gruppo che prendeva il nome da quest’ultimo, il chitarrista ritmico Martin Belmont nei Ducks Deluxe – quando il manager Dave Robinson ebbe nel 1975 la felice pensata di provare a metterli insieme. Salvo suonare comunque per quasi tutti gli anni ’80 con Schwarz e avere Andrew Bodnar come bassista nel decennio seguente, nelle interviste promozionali datate ’82 per il primo lavoro formalmente da solista, “Another Grey Area”, Graham Parker provava a raccontare il divorzio dai Rumour (che avevano nel frattempo smesso di funzionare anche come unità autonoma) come una liberazione. Pur senza eccessi polemici (detto di uno che spesso ha intinto nel veleno la penna), li descriveva come una collezione di ego eccessivamente pronunciati, come bravissimi musicisti talvolta però troppo compiaciuti della propria bravura, a scapito della canzone. Bene essersi messo a lavorare con altri disposti invece a esserne sempre al servizio, argomentava. Avrà cambiato idea da allora e forse nemmeno allora ne era sul serio convinto e cercava solo una scusa per giustificare quella che parve una follia: come dividere Tom Petty dagli Heartbreakers o Bruce Springsteen dalla E Street Band e sapete bene che, quando è successo, l’uno e l’altro hanno quasi sempre pagato dazio. Più di tutto, io credo, pesava che cinque LP in studio uno più splendido dell’altro – “Howlin’ Wind”, “Heat Treatment”, “Stick To Me”, “Squeezing Out Sparks” e “The Up Escalator” – e un live – “The Parkerilla” – ai limiti dell’epocale nonostante certi evidenti difetti, avessero collezionato recensioni ditirambiche ma vendite modeste. Quantomeno per uno che aveva anticipato Costello e Joe Jackson ed era stato salutato al suo apparire come lo Springsteen inglese. Il gioco non valeva più la candela. Parker i Rumour poteva forse ancora permetterseli, ma li avvertiva ormai come un lusso. Che peccato però. Per quanto non manchino prove di buon livello e almeno un mezzo capolavoro (“Struck By Lightning”, proprio 1991) nella discretamente fitta discografia 1982-2010, basta il formidabile attacco in levare di Snake Oil Capital Of The World, primo di dodici brani che sfilano in poco più di cinquanta minuti, a rispolverare una delle più grandi verità della storia del rock: che “Graham Parker + Rumour” è uno di quei casi in cui uno più uno fa tre. E non è meno evidente oggi che le carte di identità sono quelle che sono.

Va da sé: a parte qualche sorriso in più (a sopravvivere alla vita può persino capitare che ci si addolcisca) in luogo dei ghigni sardonici di un tempo che i nostri eroi divisero con il punk, nulla di nuovo in una rimpatriata all’insegna di un suono che è quello di sempre, soul bianco sovente all’anfetamina in debito con Dylan come con il giovane Van Morrison. “Three Chords Good” spiattella l’intero catalogo, da una traccia omonima di raro languore all’errebì a rotta di collo di A Lie Gets Halfway ’Round The World o viceversa pigro di Long Emotional Ride, dal country trottante di She Rocks Me al quasi jazz confidenziale di Old Soul, da un blues esuberante come Live In Shadows a un ballabile rock’n’roll come Coathangers passando per un valzer da urlo quale Arlington’s Busy. A un certo punto parte una ballata, Stop Cryin’ About The Rain, che io se fossi dio sarebbe numero uno ovunque. Ma chissà se lo prenderebbero come un premio o piuttosto l’ultimo sberleffo di un fato cinico e baro.

13 commenti

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13 risposte a “Graham Parker & The Rumour – Three Chords Good (Primary Wave)

  1. Un gran bel disco, peccato solo che lo apprezzeremo solo noi adulti orientati verso il rock

  2. Visionary

    In questi ultimi giorni sto praticamente ascoltando solo 2 dischi: il debutto di Jake Bugg e, guarda un po’, Three Chords Good. Entrambi stupefacenti. La buona musica non ha età, ringraziando il cielo 🙂

  3. Lazzaro Pappagallo

    Cosa dire di graham parker. Se il rock ha senso e si dovesse reincarnare in un uomo solo, quell’uomo sarebbe Graham Parker. Forse il suo insuccesso sta tutto nell’essere stato un benzinaio, non un predestinato. E il rock per me deve anche essere epopea e concentrato di sfighe varie. Ma la coerenza con cui ha continuato a scrivere lontano dai riflettori e dai Rumour ha del prodigioso. Eddy, ascolta Acid bubblegum del 1997 e dimmi se, inciso con i Rumour, non sarebbe stato disco di quell’anno e di qualsiasi altro anno. Se non si ascolta quella cinquina tra 76 e 80 significa farsi del male, non voler bene allo spirito del rock and roll. E meno male che erano troppo bravi per essere al servizio della canzone….

  4. stefano campodonico

    Un tuo collega, non ricordo chi, scrisse tempo fa che le canzoni di Graham Parker non ti risolvono certo i problemi , ma ti mettono nella giusta condizione per farlo! Beh, sottoscrivo in pieno così come sottoscrivo quanto scritto sopra da Lazzaro riguardo Acid Bubblegum.

  5. Stefano Piredda

    Sempre amati tantissimo, Parker e i Rumour.
    Nell’ultimo anno, tra l’altro, la musica che ho ascoltato di più in automobile: “Howlin’ Wind”, “Heat Treatment”, “Stick To Me”.
    Sì.

  6. Fabio Cerbone

    Un disco discreto e neulla più quest’ultimo di Graham parkler, però come ne ha fatti diversi negli ultimi anni anche da solo (anche Deepcut to Nowhere, Your Country e Songs of No Consequence li consiglierei agli affezionati che si fossero persi qualche tappa recente). Insomma non quella gran cosa che leggo in giro…. Si poteva fare di più con i Rumour, ma in fondo va bene così, lui resta un grande “beautiful loser”.

    Una battuta, concedimela: quando Tom Petty si è diviso dagli Heartbreaker (praticamente mai, perchè alla fine c’era sempre qualcuno, Campbell o Tench o Epstein, in sessione) sono usciti Full Moon Fever e Wildflowers…scusate se è poco 🙂

    • Ottimi album i due che citi (“Highway Companion”, che non citi, decisamente meno). Ma tu li cambieresti mai con due qualunque fra “Tom Petty & The Heartbreakers”, “You’re Gonna Get It!”, “Damn The Torpedoes”, “Hard Promises” o “Southern Accents”? Crepi l’avarizia… ci metto pure “Long After Dark”.

  7. Fabio Cerbone

    Uhmm…bella domanda.
    Ti dirò, io considero Wildflowers uno dei suoi vertici assoluti, per come sintetizza alla perfezione tutte le anime di Petty, dal rocker al folksinger al creatore di pezzi pop perfetti. Non so s sia il suo capolavoro (però uno dei dischi più belli di classic rock degli anni 90 si), ma lo metto nei primi 3 della sua carriera sicuramente. 😉
    Full Moon Fever l’ho sempre considerato un disco di grandissime canzoni ma inevitabilmente “rovinato” dalla produzione deluxe di Jeff Lynne, che in fondo è un po’ anche la forza del disco, così smaccatamente pop e sixties, eppure invecchiato in certe soluzioni se ascoltato oggi

    • Giancarlo Turra

      modestamente, per me “Wildflowers” vale il meglio del Petty “cum” Spezzacuori. Altre atmosfere, magari, ma il livello del disco è favoloso.

  8. Nessuno ha saputo che ormai da più d’un anno c’è in cantiere un documentario biografico su Graham? Che ha raccolto in crowdfunding (kickstarter) i soldi necessari? Che io ho partecipato e mi ha già inviato una preview del “finito”? Che presto uscirà la versione definitiva e me ne invierà una copia gratis autografata? 🙂 🙂 🙂 Sono soddisfazioni …. O no ? 😉

  9. CliffSteele

    Mi fa piacere vedere tornare un artista come Parker in forma. Era uno dei miei preferiti quando avevo 20anni e il titolo di Springsteen inglese che gli era stato mi aveva convinto ad acquistare The Up Escalator e poi Parkerilla e via indietro fino a Howlin Wind. Grandi dischi anche a distanza di tanti anni.

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