Presi per il culto (29): Them – Now And “Them” (Tower,1968)

Them - Now And Them

Più o meno tutti sono a conoscenza del fatto che ci furono dei Doors apocrifi e che tale esecrabile edizione della band priva del defunto cantante registrò due album (il primo con il corpo di Jimbo ancora caldo) talmente scadenti che persino un’industria che nei decenni ha monetizzato tutto il monetizzabile dei Doors “veri” lì si è fermata: “Other Voices” e “Full Circle” negli Stati Uniti non sono mai stati ristampati e di ciò si renda grazie a Dio(niso). In tanti ricordano che circolarono anche dei Velvet Underground finti, titolari nel 1973 di un LP, “Squeeze”, che è fresco invece di riedizione  digitale e contiene solo canzoni di Doug Yule, suonate dal solo Doug Yule tolte le parti di batteria affidate (incredibile dictu) a Ian Paice dei Deep Purple. Meno pessimo in realtà di quanto non si racconti, “Squeeze” paga con l’essere routinariamente dileggiato l’imperdonabile appropriazione indebita di una così gloriosa ragione sociale, ché ci fosse scritto sopra “Doug Yule” per qualche episodio ci si potrebbe spingere a dirlo carino. Che ci furono pure dei Them senza Van Morrison (e non contando quei Belfast Gypsies che, dopo una causa legale, dovettero accontentarsi di essere The Other Them) lo sanno invece giusto gli appassionati terminali di psichedelia. Americana in generale, texana in particolare quando in realtà buona parte dell’avventura oltre Atlantico di una band il cui nome era rimasto nella disponibilità del bassista Alan Henderson si consumò in California. E la sapete una cosa? Che dei ben quattro album che pubblicarono questi Them, il doppio di quegli altri là, gli originali, due – i primi – sono dei gran bei dischi che in qualunque sufficientemente cospicua collezione di rock anni ’60 potrebbero o persino dovrebbero starci.

Non mi perderò nei complicati dettagli di una vicenda ricostruita per filo e per segno da Jon Mills nelle note di copertina delle ristampe Rev-Ola datate 2003 (e per qualche bizzarra ragione ridistribuite e ripromozionate in Italia poche settimane fa) di “Now And Them” e “Time Out! Time In For”. A quelle rimando il lettore desideroso di approfondire (scordatevi di mettervi in caccia dei vinili d’epoca, a meno che non siate disposti a separarvi da diversi bigliettoni da cento), limitandomi qui ad annotare che la formazione che a inizio 1967 lasciava Belfast per gli Stati Uniti, a pochi mesi da un tour nel Big Country con momenti trionfali ma nel complesso non esattamente un trionfo, schierava tre quinti dell’organico all’opera in “Them Again”. Restavano con Henderson il chitarrista Jim Armstrong e il tastierista e fiatista Ray Elliott, cui si univano l’ennesimo batterista di una serie infinita, David Harvey, e soprattutto un nuovo cantante, l’ex-Mad Lads Ken McDowell. Ingiusto qualunque raffronto con Van The Man. Pure fuori luogo perché, pur con qualche robusta eco del canone d’antan, in “Now And Them” si gioca un altro sport.

Lavoro ineguale e talmente variegato stilisticamente che, non fosse per la voce, si potrebbe sospettare (ma vale per centinaia di 33 giri coevi) di stare ascoltando una raccolta di autori vari, hanno scritto quasi tutti fra i pochi che gli hanno dedicato qualche riga. E in certi suoi momenti – più che altrove nel blues confidenziale e di cui davvero si farebbe a meno di Nobody Loves You When You’re Down And Out – palpabilmente in ritardo sui tempi, per quanto a sua discolpa si possa dire che è datato ’68 per pochi giorni essendo in realtà le dieci registrazioni che contiene tutte del ’67. In un blind test retrodateresti di uno o due ulteriori anni (in quel decennio: un’eternità) pure una I’m Your Witch Doctor che diresti di Bo Diddley ed è invece di John Mayall, il soul di What’s The Matter Baby e il Merseybeat You’re Just What I Was Looking For Today, il garage colorato di folk di Dirty Old Man e quello inacidato di Walking In The Queen’s Garden. Non una Truth Machine caruccia quanto dispensabile, anche se in un LP dei Lemon Pipers la sua porca figura l’avrebbe fatta (appunto). Non una I Happen To Love You bella ma che non vale la versione degli Electric Prunes. E nemmeno l’incantesimo psichedelico a suggello di Come To Me, che è il pezzo che consegnerebbe i Them “americani” agli annali del genere non fosse che, a consegnarglieli, era già il brano con il quale si chiudeva la prima di facciata: i dieci favolosi minuti di raga-rock di Square Room valgono qualunque India della mente sia mai stata dipinta. Da chiunque. Ecco perché dei Them di Alan Henderson (sfortunatamente pessimi i successivi “Them” e “In Reality”) sceglierò sempre – dovendo – quest’album, a scapito di un “Time Out! Time In For” pur complessivamente non inferiore e decisamente più coeso.

1 Commento

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Una risposta a “Presi per il culto (29): Them – Now And “Them” (Tower,1968)

  1. Nicholas

    Maestro sono tanto contento che continuino i culti; tra quelle a cadenza fissa è la mia rubrica preferita.
    Di solito i dischi di area Psych dei ’60 li conosco di nome in quanto leggo e rileggo spesso la selezione apparsa sul mucchio extra 15 (quello con zappa in copertina), questo quà però non lo aveva inserito, l’ho letto allora con doppia eccitazione

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