Bruce Springsteen 1973-1995 (4): Darkness On The Edge Of Town

Darkness On The Edge Of Town

Badlands. Adam Raised A Cain. Something In The Night. Candy’s Room. Racing In The Street. The Promised Land. Factory. Streets Of Fire. Prove It All Night. Darkness On The Edge Of Town.

Columbia, giugno 1978 – Registrato presso gli studi Record Plant di New York – Tecnico del suono: Jimmy Iovine – Produttori: Jon Landau e Bruce Springsteen.

Cose che succedono soltanto in America! Uno scrive una recensione e si ritrova a fare il produttore dell’artista che ha incensato. Pur quasi privo di esperienza, Jon Landau risultò determinante per la riuscita di “Born To Run”: come un buon allenatore, aiutò Springsteen a individuare cosa funzionava e cosa no, gli diede fiducia quando dubitava di se stesso, lo spronò quando gli parve necessario. Diversamente dagli LP che lo avevano preceduto e da molti di quelli che lo seguiranno, il terzo album di Bruce Springsteen ebbe una scaletta definita praticamente da subito. Il Nostro si concentrò su alcuni brani (contrariamente al suo solito furono pochi i titoli considerati e poi scartati), ricercando ossessivamente le parole giuste, la sequenza giusta, i suoni giusti. Nonostante la title-track fosse già stata stampata e distribuita a diverse radio, suscitando accoglienze tanto entusiastiche da fare entrare per la prima volta in classifica “Greetings” e “The Wild” e mettendo in fibrillazione la Columbia, Springsteen non riusciva a trovare un missaggio soddisfacente. Si racconta che rifiutò undici master e giunto al dodicesimo, disperando di arrivare a capo di qualcosa, pensò alla possibilità di dare un paio di concerti con le nuove canzoni al Bottom Line di New York, registrarli e da lì trarre il disco. Informò Appel e Landau, che reagì prendendolo a metaforici scappaccioni e persuadendolo che la perfezione non è materia umana e tanto meno rock e che doveva fare uscire l’album così com’era.

Dopodiché gli eventi si succedettero rapidamente. Il 20 luglio 1975 veniva ufficializzato l’ingresso nella E Street Band di “Miami” Steve Van Zandt. Il nuovo arrivato (in realtà una vecchia conoscenza di Springsteen, ancora prima della comune militanza negli Steel Mill) si era guadagnato l’assunzione risolvendo il rebus dell’arrangiamento fiatistico di Tenth Avenue Freeze-Out e con l’aggiunta della sua chitarra irrobustirà notevolmente il suono del gruppo. Il 26 sia “Greetings From Asbury Park” che “The Wild, The Innocent & The E Street Shuffle” tagliarono il traguardo del mezzo milione di copie vendute (in massima parte proprio nel corso del 1975), divenendo così dischi d’oro. Fra il 13 e il 17 agosto la banda Springsteen salì per dieci volte sul palco di un Bottom Line sempre esaurito. Il concerto di Ferragosto, trasmesso in diretta radiofonica in gran parte della costa orientale degli Stati Uniti, segna un punto di svolta nella storia del nostro uomo: saccheggiatissimo dai produttori di bootleg, per i quali Springsteen sarà d’ora in avanti una delle principali fonti di reddito, rese lampante che la sua ascesa allo stardom era questione di mesi. “Born To Run” usciva in ottobre e quello stesso mese, il 27, il ventiseienne di Freehold si ritrovava in copertina contemporaneamente sui due principali periodici statunitensi, “Time” e “Newsweek”: non era mai accaduto in precedenza a un musicista e assai raramente a uomini politici. Era nata una stella. Ma l’immediato futuro non sarebbe stato luminoso come il terzo posto raggiunto dal 33 giri nelle classifiche di “Billboard” e la rapida conquista del disco di platino (un milione di copie vendute) avrebbero potuto far pensare.

Landau era ormai il più fido consigliere del Boss e Appel si mostrava sempre più insofferente nei suoi riguardi. Mesi di tensioni fra i due culminarono nella proibizione del manager all’artista di usare nuovamente l’ex-critico come produttore. Springsteen reagì facendo causa ad Appel. Sapeva che il contratto che gli era stato fatto firmare da costui all’inizio del 1972 era poco meno che una riduzione in schiavitù che difficilmente un tribunale avrebbe ratificato, ma nondimeno il procedimento minacciava di essere lunghissimo. Pur di riottenere la libertà il Nostro il 28 maggio 1977 accettò un compromesso svantaggioso. Erano trascorsi già venti mesi dalla pubblicazione di “Born To Run”. Ci si sarebbe potuti attendere che Springsteen, che nel frattempo aveva rafforzato la sua popolarità con tre tour americani e aveva visto una sua canzone, Blinded By The Light, capeggiare le classifiche nella versione di Manfred Mann, desse immediatamente alle stampe il suo successore. Toccò invece attendere altri tredici mesi.

Non vi è dubbio che, senza l’intoppo del divorzio da Appel, fra “Born To Run” e “Darkness On The Edge Of Town” sarebbe uscito un altro LP che avrebbe reso meno stridente il contrasto fra i due. “Darkness” non sarebbe risultato così l’epilogo di un viaggio sul cui svolgimento offre poche spiegazioni. Di quello che è il primo dei due album “perduti” di Bruce Springsteen sono noti titolo di lavorazione, “The Promise”, e una probabile scaletta. Questa: Rendezvous, Don’t Look Back, I Wanna Be With You, Fire, Because The Night, The Fast Song, Candy’s Boy, Hearts Of Stone, The Promise Is Broken, Something In The Night, Frankie. Delle undici canzoni che avrebbero composto un 33 giri del tutto all’altezza del resto dell’opera di Sprinsgteen e punto di raccordo ideale fra il romanticismo agrodolce di “Born To Run” e il neorealismo senza illusioni di “Darkness” un’unica, Something In The Night (peraltro in una versione più breve), sarà recuperata su quest’ultimo. Per il resto, abbiamo due canzoni che si faranno una (The Fast Song e Candy’s Boy che fondendosi si trasformarono in Candy’s Room), quattro che daranno lustro a repertori altrui (Because The Night fu il più grande successo di Patti Smith, Fire regalò un quarto d’ora di gloria a Robert Gordon e fu un hit per le Pointer Sisters, Hearts Of Stone intitolò il terzo LP di Southside Johnny & The Ashbury Jukes, Rendezvous fu data a Greg Kihn ed è quanto di meglio offra “On The Line” di Gary U.S. Bonds) e quattro che senza mai venire pubblicate ufficialmente (Frankie fu a un soffio dal venire inclusa in “Born In The U.S.A.”) diventeranno lo stesso parte integrante, e in un caso fondamentale, della leggenda del Boss.

The Promise Is Broken è un titolo chiave nella vicenda artistica e umana di Bruce Springsteen. È una canzone amarissima, distesa su un ritmo lento alla Racing In The Street, che parla di promesse tradite dopo le quali bisogna nonostante tutto continuare a vivere, anche se “qualcosa nel tuo cuore si raffredda definitivamente”. Il riferimento autobiografico alla  tempestosa rottura con Mike Appel, che con tutti i suoi difetti era pur sempre colui che l’aveva scoperto e al quale Springsteen serbava per questo gratitudine, è trasparente e proprio a motivo di ciò il brano venne escluso da “Darkness On The Edge Of Town”.

Nell’anno abbondante che separò la fine del contenzioso con il manager dalla pubblicazione del quarto album del giovanotto del New Jersey molti ritennero che questi fosse caduto vittima del classico “blocco dello scrittore”. Alla Columbia, che aveva visto delusa la speranza di celebrare il Natale del 1977 con un nuovo LP di Springsteen sotto l’albero, si mordeva il freno. In realtà, lungi dal non riuscire a scrivere canzoni il leader della E Street Band ne stava accumulando un quantitativo strabiliante. Solamente nel primo giorno (erano passate settantadue ore dalla fine della vertenza Appel) trascorso dal gruppo negli studi Atlantic di New York vennero registrati in forma di demo venti brani, abbastanza da cavarne un doppio. Dopo cinque mesi di serrato lavoro l’album non si decideva però a prendere forma e la banda Springsteen si trasferì ai Record Plant e, incredibilmente, ricominciò tutto daccapo. Ne emerse dopo altri quattro mesi con un disco superiore a quello progettato in precedenza e con un filo conduttore che a quello difettava e che il nostro uomo ha quasi sempre cercato di dare alle sue opere, ma orbo al fotofinish, oltre che di The Promise Is Broken, di un’altra canzone memorabile come Fire, uno strepitoso rockabilly cui un esperto del ramo quale Robert Gordon renderà (ci sia di parziale consolazione) giustizia.

Bruce è capace di togliere da un LP un possibile hit. Lo ha fatto con ‘Darkness On The Edge Of Town’ privandolo di Fire, una delle canzoni migliori che aveva composto in quel periodo. La tolse perché non riteneva che esprimesse ciò che voleva dire con quell’album. Il 99% degli artisti l’avrebbe tenuta e ci avrebbe confezionato un 45 giri di successo, ma per Bruce viene prima il significato di una canzone, e poi il suo potenziale commerciale. È fatto così.” (Roy Bittan)

Mentre lavoravo a ‘Darkness’ ero concentrato su un’idea particolare, su una sensazione peculiare che volevo trasmettere e che non lasciava spazio a un certo tipo di canzoni. Quello che mi domandavo era: come è possibile che uno  possa sentirsi così bene e così male nello stesso tempo? Non capisco. ‘Darkness On The Edge Of Town’ scende a patti con la disperazione. È un disco che parla di gente che cerca di aggrapparsi alla propria dignità in mezzo a un uragano. Ho cercato di scrivere dell’ultima possibilità che rimane loro. Parla di gente che tenta di liberarsi. E quando le cose vanno male cerca di addossare la colpa a qualcuno o qualcosa, ma non c’è niente o nessuno da incolpare. La gente di ‘Darkness’ non è connessa a un luogo specifico, a uno scenario ben determinato. È come se la macchina da presa fosse riuscita a mettersi in moto al momento giusto, a catturare l’azione. Ma poi la camera si è spenta e quello che è accaduto è accaduto. Le mie canzoni non hanno un inizio e una fine. La macchina mette a fuoco e poi lascia sfocare le immagini. Ho sempre pensato che i miei brani possedessero un po’ dell’essenza del drive-in. Furore – sia il film che il libro – ha molto influenzato ‘Darkness’.” (Bruce Springsteen)

La sensazione del “sentirsi così bene e così male nello stesso tempo” fu trasmessa, più che da “Darkness On The Edge Of Town”, dai sette mesi filati del tour che lo promozionò e che consacrarono definitivamente la E Street Band come la più potente e versatile macchina da rock’n’roll di sempre, capace di stare sul palco oltre tre ore senza mai concedere requie a se stessa o al pubblico. Ogni concerto di quello che è ricordato come un tour epocale fu una celebrazione della forza redentrice del rock’n’roll con al centro, paradossalmente, un LP  scettico riguardo alla possibilità di una redenzione, una qualunque.

L’abisso che separa quest’album dal suo predecessore è misurato – e scavato – già da uno scatto di copertina che immortala uno Springsteen tirato, visibilmente stanco, lontano da quello sorridente, dall’espressione e dalla posa simpaticamente smargiasse, del disco prima. Era quello, in fondo, ancora un ragazzo pieno di illusioni romantiche che rispondeva alle sfide della vita con foga guascona. Tre anni dopo è un uomo alle prese con domande più grandi di lui e ineludibili, più o meno tutte, anche quelle più private, riguardanti il rapporto conflittuale fra lui e il padre, in rapporto con il Quesito per eccellenza degli Stati Uniti del dopo Kennedy: com’è che il Sogno Americano è andato in malora, e quando? Domanda che non permette, per citare il ritornello della struggente Something In The Night, che nulla sia “perdonato o dimenticato”. Se “Born To Run” era stato, in un certo qual senso, l’American Graffiti del Nostro “Darkness”, pieno di sequenze notturne in bianco e nero e fortemente contrastate e cupo come solo “Nebraska” sarà, è davvero Furore. Il tono, in questo viaggio alla ricerca delle radici proletarie della famiglia Springsteen, è quello del reportage e certo non fu casuale la scelta di caratteri da macchina da scrivere per titoli, note e testi. Nella voce del cantore di queste storie amare si avverte una desolazione (che pure non chiude del tutto le porte alla speranza) che stringe il cuore in una morsa, mentre alle sue spalle le chitarre stridono, organo e sax ululano funerei, la batteria pulsa come l’ingranaggio di un macchinario e giusto il piano di Bittan regala sprazzi di giocosità. Wow! Rock’n’roll.

La tensione drammatica è alta da subito. Nonostante Badlands sia scandita da un saltellante ritmo alla Bo Diddley la sua sostanziale fissità è agli antipodi della spumeggiante joie de vivre di una She’s The One, benché Springsteen canti “credo nell’amore che mi donasti/credo nella speranza che può salvarmi” e dichiari che “non c’è peccato nell’essere felici di esser vivi”. Un singolare contrasto con quei versi di Adam Raised A Cain, che deve la trama al film La valle dell’Eden e molto nella musica a quel classico del soul che è Raise Your Hand (una presenza fissa all’epoca nelle scalette dei concerti), che recitano “nasci in questa vita scontando/i peccati del passato di qualcun’altro/Papà ha lavorato tutta la vita senz’altra paga/che il dolore”. Una soffocante tristezza pervade Something In The Night e Racing In The Street, due ballate condotte principalmente dal piano che mostrano i vicoli ciechi dove sono andati a imbucarsi i corridori di Born To Run. Le separa l’unico vero uptempo dell’album, Candy’s Room, che si apre su una voce desolata recitante sul tintinnare frenetico dei piatti della batteria e nel suo incedere si fa sfrenata celebrazione dell’amore. Due canzoni in una, si è detto: la migliore possibile.

The Promised Land, brano esemplare per capire, con il suo intreccio e la sua successione di assoli, la dinamica dei rapporti fra gli strumenti della E Street Band, apre il secondo lato. La terra promessa nella quale il protagonista dichiara di credere appare meno di un sogno, dacché la realtà è quella di Factory – cadenza industriale, e  pianoforte, e l’organo di Federici che piange in lontananza – e delle vite sacrificate a un sistema produttivo disumano. L’organo chiesastico e il gioco di vuoti e pieni, memori di Jungleland, di Streets Of Fire e l’incedere rock’n’roll di Prove It All Night (una versione assai sintetica rispetto a quella dei concerti) introducono alla canzone che intitola il disco e lo conclude: la voce è indicibilmente mesta, la musica lentissima. Sembrerebbe che il film debba chiudersi con un fermo immagine: invece la pellicola, cigolando, si riavvia e il protagonista va a saldare il debito procuratogli dal volere cose “che possono essere trovate soltanto/nell’oscurità ai margini della città”.

All’interno di un’opera complessa e corposa come quella di Springsteen non è facile scegliere i momenti migliori o semplicemente più significativi, e ancora meno un LP solo a scapito di tutti gli altri. Ma se proprio dobbiamo, allora questa è la nostra designazione: l’album di cui non si può fare a meno, quello da portare sulla famosa isola.

Pubblicato per la prima volta in Bruce Springsteen: strade di fuoco, Giunti, 1998.

9 commenti

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9 risposte a “Bruce Springsteen 1973-1995 (4): Darkness On The Edge Of Town

  1. Gian Luigi Bona

    L’articolo più bello mai letto su Darkness.

  2. Gian Luigi Bona

    Quale bootleg dal vivo può essere considerato il più rappresentativo di questo periodo ?

  3. Grande capitolo per l’album più amato, uno dei più importanti per molti di noi. E più di 10 anni prima della pubblicazione avevi descritto perfettamente l’importanza di The promise e dell’album perduto.

  4. D’accordissimo: è anche il mio preferito di Springsteen, seguito a ruota da “Nebraska” e “Born to run”. Mi spiace molto che questa disamina si fermi al 1998: sarei curioso di sapere cosa ne pensi di dischi di B.S. che, anche se con qualche riserva, amo molto, come “The rising” e le “Seeger sessions”.
    Ciao!
    Alberto

    • Francesco

      Le Seeger sono un bell’album davvero, meglio il live comunque.

    • Poco dopo “The Rising” (complessivamente un bel disco, pur con qualche caduta), scrissi un chilometrico articolo per “Extra” in cui, in parte, rielaboravo anche materiale dal libro Giunti. Le “Seeger Sessions” mi piacquero, ma naturalmente non le cambierei mai con nessuno degli album classici del Boss.

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