Yeti, autostrade, meditazioni elettroniche: krautrock! – Una discografia minima

Con il recupero di questa discografia di base approntata per “Il Mucchio” nel 2001 comincia una serie di ripescaggi di miei articoli pubblicati nel tempo su varie testate e dedicati al rock e alla musica elettronica tedesca degli anni ’70. L’appuntamento avrà cadenza settimanale.

Faust

L’etichetta – bruttina e con uno sgradevole, ancorché non voluto, retrogusto xenofobo – venne coniata nel 1972 da Ian McDonald, allora una delle firme più autorevoli del “New Musical Express”, che con un articolo in due puntate chiamato Germany Calling introdusse i lettori del settimanale alla peculiarissima scena teutonica del tempo. Con bel sense of humour gli stessi tedeschi se ne appropriarono – si intitola Krautrock la travolgente cavalcata velvettiana delegata dai Faust nel ’73 ad aprire il loro quarto LP – ed è rimasta. E la fama di Ian McDonald (punizione bastante per tale colpa veniale) è rimasta legata a questa definizione, così come Simon Reynolds, per quanto scriva di mille argomenti diversi, sarà sempre e solo quello che per primo ha parlato di post-rock. Proprio all’ascesa di tale controverso movimento sono legate le rinnovate fortune da un lustro in qua del rock germanico dei ’70. Quando nel 1995 Julian Cope diede alle stampe l’ottimo Krautrocksampler (tanto ben scritto, entusiasta ed entusiasmante che passano in secondo piano le imprecisioni di cui è costellato) certo non poteva immaginare che i dischi e i gruppi sui quali si diffondeva con passione evangelica entro brevissimo avrebbero cessato di essere patrimonio di pochi esegeti per tornare, dopo lungo oblio per tutti tranne che per i Kraftwerk e in misura minore per i Can, di prepotente attualità. Chiamati di continuo in causa come punto di riferimento per cento e una nuove tendenze, in ambito (post-) rock e non solo. Una volta recuperatili dalle avide mani dei mercanti di rarità e spazzato via il colossale malinteso che li voleva accomunati al progressive, non soltanto ci si è resi conto che è il krautrock il filo che congiunge gli Stereolab ai Tortoise agli Autechre ad Aphex Twin ai Daft Punk, ma si è finalmente ridato al Kaiser ciò che era del Kaiser: si è ricordato quanto grandemente il krautrock avesse contribuito a plasmare certa new wave, che la techno di Detroit è sua figlia e la stessa cosa era stata vera per la electro, che i Kraftwerk sono stati l’unico gruppo bianco a influire sull’evoluzione della musica nera, eccetera.

Enorme e pervasiva è la sua influenza sulla musica odierna perché il krautrock fu, oltre che straordinariamente originale e tanto innovativo da suonare tuttora moderno, multiforme: cosa hanno in comune – per dire – l’acido, apocalittico folk-hard degli Amon Düül II con l’elettronica planante dei Cluster e questa con quella robotica dei Kraftwerk, cosa unisce le possenti, sghembe ritmiche dei Can a quelle motoristiche dei Neu!, quali rapporti fra il post-blues mutante degli Ash Ra Tempel e le acquatiche sonorità etnicheggianti dei Popol Vuh? Eppure, passaporto a parte, qualcosa di condiviso c’era: il distacco (più o meno accentuato a seconda dei nomi ma in vari casi totale) dai canoni del rock angloamericano; un rapporto stretto con le avanguardie, minimalismo in primis; il trafficare con i modi e gli strumenti dell’elettronica. Molto più Stockhausen che non Hendrix nel krautrock, per il quale i Velvet Underground, i primi Pink Floyd e la psichedelia più deviantemente espansa contarono parecchio e i Beatles e i Rolling Stones nulla. Era un nuovo mondo. Per tanti versi lo è ancora.

Qualche avvertenza per l’uso di queste due paginette. Premesso che non tutto ciò che è germanico e degli anni ’70 è necessariamente krautrock e percentualmente molto poco lo è anzi (dato che i più fra i complessi tedeschi del tempo non facevano altro, come è sempre successo in ogni provincia dell’Impero, che copiare i modelli britannici e americani senza aggiungere alcunché di autoctono), nondimeno per dare conto della sua varietà di voci è stato necessario anteporre, in una certa misura, la rappresentatività alla qualità. Solo alla triade Can/Faust/Kraftwerk è stato concesso di avere più di un titolo in lista, ove non vi è dubbio che le loro terze scelte (o le seconde di Neu!, Ash Ra Tempel o Cluster) siano più rilevanti dei sopravvalutati (all’epoca) Cosmic Jokers o di un brillante cane sciolto quale Walter Wegmüller. Ciò nonostante, con “soli” venti titoli a disposizione non si è riusciti a inserire minori di vaglia quali gli immarcescibili (ancora in attività su buoni livelli) Embryo o gli Agitation Free, i Guru Guru (sorta di Hawkwind di Germania) o dischi di culto come “Lord Krishna von Goloka” di Sergius Golowin o “Trips & Traume” di Witthuser & Westrupp. Se siete digiuni della materia, già così avete comunque tanto da studiare. Vi invidiamo il meraviglioso brivido della scoperta.

Amon Düül II - Yeti

AMON DÜÜL II “Yeti” (Liberty/UA, 1970) – L’asso di una scala reale che comprende i primi cinque album in studio (questo è il secondo e uno dei due doppi) della compagine per la quale è stato inventato il termine “hardelico”: commistione di hard, psichedelia, elettronica e folk di varia provenienza, in bilico fra furori proto-punk e/o metal ed estasi lisergica. L’anello mancante (i Pink Floyd? i Traffic?) fra Sun Ra e gli MC5.

Ash Ra Tempel - Schwingungen

ASH RA TEMPEL “Schwingungen” (Ohr, 1972) – Impossibile immaginare i P.I.L. del devastante “Metal Box” (uno dei dischi chiave della new wave) senza “Schwingungen”, decadente epica di blues dallo spazio profondo, allucinata espansione della The End dei Doors che finisce per costeggiare i Pink Floyd di Set The Controls For The Heart Of The Sun. Come un viaggio con l’LSD andato male, però bene. Rimbaud’n’roll.

Can - Tago Mago

CAN “Tago Mago” (UA, 1971) – Incommensurabile l’influenza di questo album monumentale (su vinile è doppio): alla sua scuola si sono formati i Fall come i Jesus And Mary Chain, i Sonic Youth come i Loop o i My Bloody Valentine. Ritmi tribali, chitarre sinuose e possenti, mesmerici mantra vocali. Come sentire James Brown alle prese con Sister Ray dei Velvet. Con “Trout Mask Replica” di Captain Beefheart, “Tago Mago” è quanto di più alieno sia mai stato catalogato alla voce “rock”.

Cluster - Zuckerzeit

CLUSTER “Zuckerzeit” (Brain, 1975) – Si potrebbe pensare che sia l’ultima uscita della Warp, un Richard James in stato di grazia, un Jeff Mills al top. L’anno invece è il 1975 e prima di questo Dieter Moebius e Hans-Joachim Roedelius avevano già confezionato altri quattro (i primi due a nome Kluster) eccellenti e futuribili 33 giri. Non a caso Eno vorrà collaborare con loro.

Faust - So Far

FAUST “So Far” (Polydor, 1972) – Ci siamo già diffusi sui Faust un paio di “Classic Rock” fa e a quell’articolo rimandiamo, limitandoci qui a ribadire che il loro capolavoro è anche il loro album più accessibile. Funkadelico e velvettiano insieme, molto black e molto ma molto mitteleuropeo.

Kraftwerk - Autobahn

KRAFTWERK “Autobahn” (Philips, 1974) – Cesura fra una prima parte di carriera alquanto oscura e un prosieguo di clamoroso successo, “Autobahn” è pure musicalmente mediano. Il gusto per la melodia elementare e indimenticabile vi convive con scampoli di sperimentazione accademica. Genialmente. Steve Reich, Philip Glass, La Monte Young spacciati alle masse.

La Düsseldorf - La Düsseldorf

LA DÜSSELDORF “La Düsseldorf” (Nova, 1976) – Conclusa l’avventura Neu!, Klaus Dinger passa dalla batteria alla chitarra, convoca il fratello Thomas e Hans Lampe (già  in “75”) e con il consueto apporto di Conny Plank in regia anticipa di un soffio il David Bowie della trilogia berlinese. Input, ricorderete, per tanta new wave. I La Düsseldorf arrivarono prima e Silver Cloud fu pure un hit.

Neu! - 75

NEU! “Neu 75” (Brain, 1975) – Ed eccoli i Neu! Il loro brano-simbolo (la canzone che ha cambiato la vita a Julian Cope) è Hallogallo e sta sull’omonimo debutto ma il loro 33 giri migliore è questo, che fu il loro terzo e ultimo. Una prima parte raccolta e intimista, una seconda micidiale, teutonico shuffle che fa cyberpunk Eddie Cochran e gli Stooges e preconizza gli Ultravox! (notare il punto esclamativo) indimenticabili dei primi tre album.

Popol Vuh - Affenstunde

POPOL VUH “Affenstunde” (Liberty, 1971) – Coacervo di suoni acquatici, percussioni primitive e melodie celtiche e quartomondiste, il primo dei soli due LP registrati dai Popol Vuh con la formazione originale (con Florian Fricke, che assumerà poi il controllo, Frank Fiedler e Holger Trulzsch) è un incantesimo senza tempo, dolcissima freakeria che avviluppa in oniriche ragnatele.

Tangerine Dream - Electronic Meditation

TANGERINE DREAM “Electronic Meditation” (Ohr, 1970) – Dal punk in avanti il gruppo di Edgar Froese gode (si fa per dire) di una fama pessima e in larga parte meritata, portato di una serie infinita di dischi di elettronica tronfia e frigida. Il che nulla toglie al valore dei suoi primi quattro album e di questo in particolare, l’esordio, mediazione fra cosmicherie assorte, suoni di matrice pinkfloydiana ed echi della psichedelia texana più trasgressiva.

Ne voglio ancora!

AMON DÜÜL “Paradieswärts Düül” (Ohr/Metronome, 1970) – Nulla a che vedere, a parte la – ahem – comune origine in una comune di Monaco, con gli Amon Düül II. Unione di folk-rock alla Traffic, 13th Floor Elevators, Red Crayola, Velvet e musica popolare, questo è il loro unico lavoro da avere. A tutti i costi.

CAN “Monster Movie” (Music Factory, 1969) – Il fenomenale debutto. I monolitici venti minuti di Yoo Doo Right basterebbero da soli a garantire l’immortalità ai quattro più uno di Colonia.

COSMIC JOKERS “Cosmic Jokers” (Kosmische Musik, 1973) – Elettronica avvolgente invecchiata meno bene del resto del rock crauto. Ma il primo dei quattro LP di questo supergruppo (in squadra membri di Ash Ra Tempel, Tangerine Dream e Wallenstein) merita ancora un ascolto.

FAUST “The Faust Tapes” (Virgin, 1973) – Rumorismo, ambient, folk, new wave prima della new wave, free jazz, cabaret, acid rock, musica contemporanea e industriale. E tanto altro ancora.

MANUEL GÖTTSCHING/ASH RA TEMPEL VI “Inventions For Electric Guitar” (Kosmischen Kuriere, 1973) – Uscito con doppia attribuzione per ragioni mercantili, è in realtà l’esordio solistico del chitarrista degli Ash Ra Tempel. Se un singolo disco ha inventato la techno, eccolo.

HARMONIA “Musik von Harmonia” (Brain, 1974) – I Cluster più Michael Rother dei Neu! e Conny Plank. Brian Eno li definì “il più importante gruppo al mondo”.

KRAFTWERK “Trans-Europe Express” (EMI, 1977) – L’album che da solo ha definito il canone di metà dell’elettronica commerciale che abbiamo sentito da allora.

MOEBIUS & PLANK “Rastakrautpasta” (Sky, 1980) – L’ultimo capolavoro del krautrock esce in piena neue Welle: stupefacente miscela di funky, reggae alla Lee Perry, Lou Reed periodo “Street Hassle”, Suicide e quant’altro.

KLAUS SCHULZE “Irrlicht” (Ohr, 1972) – Lasciati i Tangerine Dream, Schulze opta per un’elettronica fisica e cerebrale insieme, in cui il synth si fa orchestra senza farsi barocco.

WALTER WEGMULLER “Tarot” (Kosmische Musik, 1974) – Lo Schifano svizzero. Queste sono le sue Stelle  e valgono assai di più. Un’epopea lisergica e una confezione che è di per sé un’opera d’arte.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.426, 23 gennaio 2001. Ristampato in forma lievemente rimaneggiata sempre su “Il Mucchio”, n.697, agosto 2012.

8 commenti

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8 risposte a “Yeti, autostrade, meditazioni elettroniche: krautrock! – Una discografia minima

  1. posilliposonica

    Germania, pallida madre.
    In ordine alfabetico i cinque album Kraut che mi hanno
    piu’ “stonato”:
    Amon Dull (Paradieswarts Dull)
    Amon Dull II (Phallus Dei)
    Cluster (Zuckerzeit)
    Faust (The Faust Tapes)
    Neu ! (Neu ! 2)

    i “secondi” cinque:
    Ash Ra Tempel (Schwingungen)
    Can (Delay 68)
    Can ( Tago Mago)
    Cluster ( Cluster II )
    Neu ! ( Neu ! )

  2. Anonimo

    Ma anche “Ege Bamyasi” e “Future Days” dei Can ci potevano stare…….

  3. Francesco

    Uno dei miei figli si chiama Manuel (indovinate un po’ da chi viene…) il secondo nome doveva essere Otis indovinate un po’ da chi viene…) , ma questo non me l’hanno passato

    • E quindi non ti hanno permesso ciò che permisero a Orietta Berti. Esatto: difficile a credersi e nondimeno una grandissima fan proprio di quell’Otis là.

      • Giancarlo Turra

        oltretutto, ha chiamato tutti i figli con nomi che iniziano con la “o”, come lei stessa e – mi pare, vado a memoria – anche il marito…

      • Francesco

        Ma dai, giura! sarebbero stati gli unici due in italia, sorella maggiore e madre opposero fermo rifiuto e all’anagrafe non ebbi il coraggio di mettere il nome senza il loro appoggio. L’obiezione comunque non fu legata ad orietta berti, ma al fatto che almeno qui da noi Otis è una nota marca di ascensore..

  4. Mi pare che sia citato Konrad “Conny” Plank a proposito dei La Düsseldorf come se di lui si fosse già parlato in precedenza.

    Ovviamente, a Plank sono legati anche i D.A.F. del periodo a mio giudizio migliore (e chissà se Plank fosse ancora vivo …), pur se Fünfzehn neu DAF Lieder è un grande album.

    Tschuss

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