Bruce Springsteen 1973-1995 (5): The River

The River

The Ties That Bind. Sherry Darling. Jackson Cage. Two Hearts. Independence Day. Hungry Heart. Out In The Street. Crush On You. You Can Look (But You Better Not Touch). I Wanna Marry You. The River. Point Blank. Cadillac Ranch. I’m A Rocker. Fade Away. Stolen Car. Ramrod. The Price You Pay. Drive All Night. Wreck On The Highway.

Columbia, ottobre 1980 (album doppio) – Registrato presso gli studi Power Station di New York – Tecnici del suono: Neil Dorfsman, Chuck Plotkin, Toby Scott – Produttori: Bruce Springsteen, Jon Landau, Steve Van Zandt.

Nonostante il suo impatto fosse stato apparentemente inferiore a quello di “Born To Run” (la sua scalata ai vertici delle classifiche americane si arrestò al quinto posto e non produsse successi a 45 giri), “Darkness On The Edge Of Town” fu decisivo nel fare di Springsteen uno dei santini, forse già quello per eccellenza, del rock a stelle e strisce. Definì nei dettagli il suono classico della E Street Band, che si manterrà inalterato nel nucleo fino al tour di “Tunnel Of Love”, e costituì il modello per un numero di imitazioni prossimo a quello della proverbiale “Settimana enigmistica”. Era un modo di suonare rock antico nei punti di riferimento ma carico di un’urgenza che evocava lo spirito, se non lo stile, del punk e sfortunatamente nessuno degli epigoni (se non vogliamo considerare tali Bob Seger, che faceva dischi da prima di Springsteen, e John Cougar Mellencamp, che si cercherà a lungo ma quando si troverà sarà un personaggio unico) se ne dimostrerà all’altezza. Particolarmente importante per radicare una volta per tutte il Boss (e dimostrare una volta per tutte che non era né il nuovo Dylan – magari il nuovo Dylan più il nuovo Elvis – né un’invenzione della Columbia) fu il lungo tour che lo promosse da un capo all’altro degli Stati Uniti e nel corso del quale vennero presentate diverse canzoni nuove: The Ties That Bind e Point Blank, già inamovibili nelle scalette, e poi Sherry Darling, Ramrod e Independence Day. Era lecito attendersi che un nuovo LP non si sarebbe fatto attendere (è il caso di ricordare che negli anni ’70, contrariamente a quanto accade oggi, era una pratica usuale per i grandi nomi del rock produrre album con una cadenza annuale) e lo stesso Springsteen ne era convinto, tanto da dichiarare a un intervistatore, ancora in pieno tour, che il suo quinto 33 giri sarebbe stato senz’altro disponibile per l’estate successiva. Alla Columbia, ammaestrati dalle esperienze precedenti, presero tali dichiarazioni cum grano salis e misero in conto di essere in grado di fare uscire un nuovo album del loro artista principale all’inizio dell’autunno, in tempo per sfruttare appieno il periodo natalizio. Sbagliarono di un anno tondo tondo.

Il lettore avrà a questo punto inteso che a Bruce Springsteen il cosiddetto “blocco dello scrittore” è sempre stato del tutto estraneo. Quello che per lui da “Born To Run” in avanti è stato viceversa un enorme problema è ciò che potremmo chiamare “blocco della registrazione”, ossia l’impossibilità di giungere a delle versioni in studio dei suoi brani e dei suoi LP che lo soddisfino in pieno. All’epoca dell’esordio aveva materiale a sufficienza per tre 33 giri e lo scartò quasi tutto e fra il 1976 e il 1984 scrisse un numero di canzoni stupefacente, letteralmente centinaia, e solo poche decine trovarono collocazione all’interno di cinque album e un po’ di retri di 45 giri. I componenti della E Street Band hanno spesso raccontato di notti insonni trascorse registrando decine di versioni dello stesso brano o, in alternativa, cinque, sei, sette composizioni nuove, convinti di essere giunti a qualcosa di definitivo, soltanto per poi tornare in sala d’incisione la sera dopo e scoprire che il leader ne aveva scritte nel frattempo di altre e accantonato le vecchie.

Il tour di “Darkness” finì il 1° gennaio 1979. Quando in marzo cominciarono le prove per il disco successivo Springsteen aveva  pronti i titoli nuovi già citati e un cospicuo gruzzolo di brani scartati dal lavoro precedente, alcuni dei quali di fattura troppo pregevole perché si potesse decidere a cuor leggero di accantonarli per sempre. Tuttavia, quando in aprile si iniziò a registrare ai newyorkesi Power Station, altre canzoni entrarono subito in gioco. La prima a venire impressa su nastro, secondo la testimonianza del batterista Max Weinberg, fu un rock’n’roll tiratissimo intitolato Roulette e ispirato all’incidente nucleare di Three Mile Island. È una rarità nel catalogo di Springsteen: una canzone esplicitamente politica. È anche una delle sue creazioni più emozionanti, con il suo crescendo apocalittico, e più belle di sempre. Avete indovinato? Venne scartata (riemergerà molti anni dopo come lato B di un 45 giri), insieme con buona parte della valanga di altre composizioni che travolsero la E Street Band.

A metà aprile il Nostro si infortunò a una gamba in un incidente automobilistico che lo costrinse per un mese all’immobilità e fece sospendere le registrazioni. Alla Columbia il nervosimo dilagava. Quando si riprese a metà maggio c’erano una trentina di brani pronti e la casa discografica cullava ancora la speranza che un LP potesse vedere la luce entro settembre. Ma Springsteen non era soddisfatto dal modo in cui le canzoni scelte per la pubblicazione interagivano fra loro. Il suo approccio alla stesura di un album è sempre stato simile a quello di un romanziere, che deve raccontare una vicenda con un inizio, un centro e una fine. Non gli sembrava che  la storia scorresse con la necessaria fluidità.

Le sedute d’incisione subirono un secondo stop sul finire dell’estate per le prove della manifestazione antinucleare che si doveva tenere il 22 e 23 settembre al Madison Square Garden. Springsteen e il suo gruppo ne furono i mattatori assoluti. Venne presentato un nuovo brano, una sofferta ballata intitolata The River, ma, incomprensibilmente, non venne suonata Roulette, che pareva scritta apposta per l’occasione. Mentre sotto Natale tutte le radio del paese trasmettevano a spron battente il Devil With A Blue Dress Medley, quanto di più classicamente rock’n’roll avesse fino a quel punto impresso su vinile la E Street Band, alla Columbia non sapevano più a che santo votarsi.

Un album a dire il vero era pronto. Di tale lavoro, il secondo LP “perduto” di Bruce Springsteen esiste persino la copertina. Si intitolava “The Ties That Bind” e comprendeva, in quest’ordine, la canzone che gli dava il titolo, Cindy, Hungry Heart, Stolen Car, Be True, The River, You Can Look, The Price You Pay, I Wanna Marry You e Loose Ends. Ma il nostro uomo non ne era soddisfatto. Aggiunse tre titoli – presumibilmente Stolen Car, Cadillac Ranch e Wreck On The Highway – e rimescolò la scaletta. Quando nella primavera del 1980 qualcuno infine suggerì che l’album avrebbe potuto essere doppio e si trovò così la quadratura del cerchio, il conto dello studio aveva superato il mezzo milione di dollari.

Fino all’avvento del CD l’album doppio è stato una delle massime icone del rock. Si pensi a lavori come “Blonde On Blonde” di Bob Dylan, l’omonimo bianco dei Beatles, “Electric Ladyland” di Jimi Hendrix, “Exile On Main St” dei Rolling Stones: opere che ridisegnano una carriera e talvolta ne sono, oltre che l’apice, il migliore riassunto possibile – e nell’opinione di tutti “The River” è il Bignami ideale per accostarsi a Springsteen e in quella di molti la sua opera più memorabile. Con l’abbondanza di materiale di qualità che aveva a disposizione, Springsteen avrebbe potuto fare uscire un doppio già all’epoca di “Darkness On The Edge Of Town”. Non considerò nemmeno l’idea. L’avesse considerata, la difficoltà di inserire armoniosamente in quelle trame di desolazione suburbana canzoni sensualissime come Fire o innodiche come Because The Night gli sarebbe probabilmente parsa insormontabile. Se già poteva partorire il suo capolavoro, non era ancora in grado di condensare la sua poetica né in quattro né tantomeno in due facciate.

“The River” è figlio dei sette mesi trascorsi dalla E Street Band on the road nel 1978 almeno quanto dell’anno passato in sala d’incisione fra il 1979 e il 1980. Fu in quel tour che il gruppo raggiunse un amalgama perfetto e Springsteen trovò il punto di equilibrio fra la celebrazione vitalistica e giovanilistica che è da sempre il rock’n’roll e tematiche più mature. In quello spettacolo l’angoscia di Factory serviva a mettere in prospettiva la gioia di Rosalita, e viceversa. Era una festa in cui si facevano discorsi seri. Così “The River”.

Jimmy Iovine aveva fatto un gran lavoro sui suoni di “Born To Run” e operato anche meglio su quelli di “Darkness”, dando un notevole contributo a definire il sound della E Street Band, facendolo asciutto ma non arido, potente ma non inutilmente chiassoso. Con Springsteen e Landau sempre al timone e Van Zandt ad affiancarli, “The River” aggiunse spessore a quel sound senza appesantirlo e così agendo eliminò del tutto la divaricazione fino a quel punto ancora presente fra suono in studio e suono dal vivo. Giusto ciò di cui aveva bisogno un lavoro in cui coesistono la spensieratezza di quello che gli americani chiamano “frat rock” (musica da festa dalle matrici rhythm’n’blues), canzoni d’amore in battuta alta (Springsteen era solito in precedenza privilegiare per tali brani la forma della ballata),  ricordi di “Darkness” e anticipazioni di “Nebraska” e di “Born In The U.S.A.”. Per la prima volta sono presenti influenze country (un genere che il Nostro dichiarò di avere cominciato a frequentare intorno ai venticinque anni) e si odono chitarre arpeggiate alla Byrds. Per la prima volta i sapori latini che trapelano qui e là sanno di Texas più che di New York.

Se ci si consente il paradosso, è come se “The River” fosse un “Greatest Hits” di Bruce Springsteen composto di brani tutti inediti. Ci sono i rock’n’roll scatenati che Springsteen suonava dal vivo ma non aveva mai messo su disco (Out In The Street, You Can Look, Cadillac Ranch, Ramrod) e rabbrividenti istantanee del buio ai margini della città (The Ties That Bind, Point Blank, The Price You Pay), canzoni d’amore tenerissime (I Wanna Marry You, Drive All Night) oppure esuberanti (Sherry Darling, Two Hearts, Crush On You), echi soul (Fade Away) e rock durissimi che avrebbero potuto essere tenuti in serbo per “Born In The U.S.A.” (Jackson Cage, I’m A Rocker). C’è un 45 giri perfetto (Hungry Heart: “Il migliore singolo di rock’n’roll dai tempi dei Beatles”, lo definì John Lennon in una delle sue ultime interviste) che il pubblico premiò adeguatamente spedendolo nei Top 10.

È qui la festa, allora? Oh, si balla eccome, ma ogni finale di lato è un ricordo che quando le luci si spegneranno e torneremo a casa dovremo fare di nuovo i conti con contrasti generazionali (Independence Day), matrimoni falliti (The River, Stolen Car) e la presenza sempre incombente della Grande Livellatrice (Wreck On The Highway). La Vita non prevede un lieto fine, al massimo qualche piacevole intermezzo in una successione di dolori, e il Grande Romanzo Americano di Springsteen non ci prende in giro. Non è forse anche per questo che è tanto facile amarlo?

Pubblicato per la prima volta in Bruce Springsteen: strade di fuoco, Giunti, 1998.

4 commenti

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4 risposte a “Bruce Springsteen 1973-1995 (5): The River

  1. Gian Luigi Bona

    Grande articolo Eddy !!!

  2. giancarlo

    Caro Eddy, questi tuoi pezzi su Springsteen sono tutti da collezionare e dventare dei bignami per le nuove generazioni.
    Grazie.

  3. non avevo mai pensato a The River come ad “un greatest hits fatto di canzoni inedite” e riflettendoci credo che non ci sia definizione migliore. Anche se preferisco Darkness, credo davvero che questa sia il vero apice artistico di Bruce.

  4. Francesco

    Il mio disco di Springsteen, se dovessi salvarne solo uno. senza se e senza ma, la sua varietà e l’alternanza di temi e suoni rimane a tutt’oggi. per me, l’esempio migliore della produzione dell’uomo del new jersey. A ruota nebraska, che ho forse amato ancora di più, ma a favore di the river gioca la più ampia tavolozza di colori usati, e con che maestria. E poi, diciamolo (come direbbe La Russa), the river mette tutti dd’accordo in famiglia, piace al colto e all’inclita ai grandi e ai piccini che sanno a memoria fade away o out in the street. Troppo bello.

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