Devon Allman – Turquoise (Ruf)

Devon Allman - Turquoise

E infine, alla bella età di anni trentasette e avendone già pubblicati tre con due diversi gruppi, il figlio di cotanto padre – Gregg – si decise a dare alle stampe un album da solista. Come dire: guardate che la mia gavetta l’ho fatta, eh? Guardate che non è che incido dischi soltanto perché mio padre è una sorta di leggenda vivente e quello zio che sfortunatamente non ho conosciuto fece la storia del rock, pur morendo neppure venticinquenne. Ecco, già solo per la spiccata ritrosia a sfruttare l’appartenenza all’elitario club dei figli d’arte il “giovane” Allman finisce per risultare piuttosto simpatico. Fra l’altro: con Gregg quando si conoscevano si prendevano subito bene ma, causa divorzio, non si conoscevano che quando Devon già era un ragazzino. Fra l’altro: erano… ahem… i Kiss a indurlo a imbracciare per la prima volta una chitarra e avrete colto come dall’illustre genitore tendesse a differenziarsi, consciamente o meno, sin dal principio del lungo viaggio che ha avuto come approdo “Turquoise”. Bendisposto quantomeno dal vivo con Honeytribe e Royal Southern Brotherhood alla jam marchio di famiglia, nel debutto in proprio Devon se ne astiene rigorosamente, mettendo in fila nove canzoni originali, un breve strumentale pur’esso autografo e una cover. Il punto naturalmente è: il taglio sartoriale sarà anche diverso, ma un po’ di stoffa c’è? Un po’.

Il problema di “Turquoise”, se ne ha uno e direi che ce l’ha, è che è proprio quell’unica cover – una peraltro eccellente versione di quella Stop Draggin’ My Heart Around che Tom Petty regalò a Stevie Nicks – a fare risaltare come la scrittura altrove non sia all’altezza di un sound invece inappuntabile, miscela perfettamente calibrata restando calorosa di soul e blues, country ed errebì, come da manuale del più tipico rock sudista ma al netto di qualunque propensione all’hard. “Turquoise” suona da paura ma, tolto appunto il classico di Petty, non regala canzoni da paura. Qualcuna, al più, carina. L’iniziale When I Left Home, ritornello incisivo e un accenno di jingle jangle nelle chitarre. Il reggae There’s No Time, che quantomeno come una Yadira’s Lullaby in odore di Fahey si distingue da tutto il resto. Una Key Lime Pie moderatamente funk. Sia chiaro: un buon cantante, un chitarrista coi fiocchi, un disco complessivamente piacevole. Probabilmente perfetto per lunghi viaggi in auto, ma si dà il caso che io non abbia la patente.

1 Commento

Archiviato in recensioni

Una risposta a “Devon Allman – Turquoise (Ruf)

  1. posilliposonica

    ” Put your faith in those crimson nights, set sail in those
    torquoise days”.
    (Echo and Bunnymen da “Torquoise Days”)
    Scusate la divagazione ma i Bunnymen sono i Bunnymen…

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