Bruce Springsteen 1973-1995 (6): Nebraska

Nebraska

Nebraska. Atlantic City. Mansion On The Hill. Johnny 99. Highway Patrolman. State Trooper. Used Cars. Open All Night. My Father’s House. Reason To Believe.

Columbia, ottobre 1982 – Registrato da Mike Batlin e Bruce Springsteen.

Per chi non c’era è difficile, forse impossibile, afferrare appieno l’impatto che ebbe “Nebraska”. Non dopo anni di dibattiti sulla morte del rock al cui tirare di somme si è concluso che, se non è morto, è morta di sicuro la sua centralità. Quando uscì questo disco, il rock era ancora la colonna sonora e la malintesa ideologia di due o tre generazioni. Oggi – dopo la rivoluzione hip hop e la relativa restaurazione, dopo Cobain, dopo che i computer hanno sopravanzato le chitarre – non è che una delle innumerevoli musiche pop disponibili. Né più vivo né più attuale del jazz o della classica, certamente meno intrigante della migliore elettronica e dei bastardi mutanti generati dalle copule del pop occidentale con le musiche terzo e quartomondiste. Innocuo sottofondo dimentico (ma in fondo senza colpa) che fu un tempo, nello spirito se non nella sostanza, inno da barricata. Una “ragione per credere”, per citare il titolo dell’ultima canzone di quest’album epocale. Se non c’eravate, non potrete dunque capire che in parte, anche mandandolo a memoria questo disco.

“The River” aveva occupato per un mese il primo posto delle classifiche americane e il tour seguente aveva battuto a tappeto per la prima volta non solamente gli Stati Uniti ma pure il Vecchio Continente, in precedenza appena sfiorato al tempo di “Born To Run”. Ogni concerto europeo era stato un evento e il ritorno in patria, con cinque date consecutive esaurite in una grande arena del New Jersey, un trionfo. Più che il suo nuovo re il rock’n’roll aveva trovato, come Mike Appel aveva previsto, un messia. Era Elvis, ma era pure Dylan. Ed ecco che a quindici mesi dalla fine di un tour di cui si era detto come di un Secondo Avvento il re rinunciava allo scettro, metteva in un cantuccio la celebratissima E Street Band e se ne usciva con un album acustico registrato in solitudine con un quattro piste a cassette, spendendo un migliaio di dollari (il costo del registratore), meno di un seicentesimo di “The River”. Era un “Bringing It All Back Home” alla rovescia, diciassette anni dopo: se con quel disco Bob Dylan aveva spiazzato i fan elettrificando la sua musica e trasformandosi da folksinger per eccellenza in rocker, Bruce Springsteen seguiva il percorso inverso, suscitando il medesimo clamore. Ma il suo pubblico, per quanto già sterminato, era ancora un pubblico che ne analizzava ogni mossa in profondità, attento oltre che appassionato, lontano da quello superficiale che gli sarà portato in dote da “Born In The U.S.A.”, e a parte la Columbia nessuno si sentì tradito stavolta. Dati di vendita inferiori a quelli di “The River” ma comunque confortanti, persino sorprendenti per un LP così austero, placheranno in breve anche le ansie della casa discografica.

Come un bambino indesiderato, ma poi voluto fortemente e amato, “Nebraska” non fu figlio di una volontà precisa ma del caso. Il 13 ottobre del 1981 si concludeva il tour promozionale di “The River”. Nei due mesi successivi, mentre la E Street Band si concedeva il meritato riposo, uno Springsteen irrequieto cominciava a mettere su nastro, nel soggiorno di casa sua, i provini per un nuovo album. Il suo metodo di lavoro negli anni con la E Street Band è sempre stato lo stesso: dal momento che non sa scrivere la musica, registrava le idee man mano che gli venivano. Chi ha ascoltato i suoi demo domestici riferisce che variano da registrazioni molto libere che testimoniano del suo comporre la canzone mentre il nastro scorre a interi brani che sono di per sé canzoni finite, che si può poi decidere o meno di riarrangiare per un gruppo. Springsteen incideva questi provini e li portava poi in studio come traccia da fare seguire ai musicisti. L’unica cosa cambiata rispetto agli anni e ai dischi precedenti era che un’evoluzione della tecnologia, la commercializzazione da parte della Teac di un registratore a cassette a quattro piste di ingombro e prezzo ridotti e prestazioni semiprofessionali, gli consentiva ora di incidere nastri di qualità migliore. Mentre in quei due mesi accumulava canzone su canzone al Nostro non passò tuttavia mai per la mente che ciò che stava registrando non fosse un demo ma un LP. Nel maggio dell’anno dopo il Boss convocò infine i suoi fidi collaboratori ai Power Station, li sommerse con il solito diluvio di brani nuovi e iniziò a pensare a una possibile scaletta. L’abbondanza di materiale (larga parte delle canzoni che figureranno in “Born In The U.S.A.” era a questo punto già composta) era fuori dall’usuale persino per gli standard di Springsteen e l’album faticava a prendere corpo. Ma non era, questa volta, soltanto un problema di scelta dei brani e di loro messa in sequenza: il fatto è che a Springsteen pareva che la consistenza del nucleo attorno al quale voleva costruire il lavoro fosse per la prima volta diminuita anziché aumentata dall’apporto del gruppo. Stava venendo fuori un qualcosa di schizofrenico, con da un lato brani ultraelettrici e innodici, dall’altro composizioni più raccolte che nell’interpretazione della E Street Band smarrivano il pathos dei provini. Sembrava un rebus per il quale nemmeno un nuovo album doppio avrebbe stavolta offerto una soluzione. Il taglio del nodo gordiano fu la decisione di pubblicare così com’era una cassetta che il nostro uomo si era portato in tasca per settimane. La casa discografica mise in conto un disastro commerciale che, come già visto, non ci sarà e i suoi tecnici ammattirono per riuscire, in sede di transfer, a confezionare un prodotto di qualità tecnica accettabile. In ottobre usciva “Nebraska”, dieci canzoni per voce, chitarra e armonica.

Il clima che si respira in questo disco che ha la ruvidezza e il fascino dei 78 giri di Robert Johnson e delle registrazioni sul campo di John Lomax è trasmesso alla perfezione già dalla bellissima copertina, con le sue scritte in rosso su nero e una desolata strada di campagna vista da dentro un’auto in corsa verso un orizzonte completamente coperto da nubi tempestose. La canzone che lo intitola lo inaugura e stabilisce il clima. Su una melodia scarna Springsteen racconta, in prima persona, la storia di una coppia che partendo dal Nebraska arriva in Wyoming lasciando per strada una lunga scia di omicidi senza senso. Al giudice che lo condanna a morte il protagonista non sa dire altro che “non posso dire che sono pentito di quel che abbiamo fatto/almeno ci si è divertiti un po’, signore”, un’eco sconvolgente del galeotto di Folsom Prison Blues di Johnny Cash che cantava “ho sparato a un uomo a Reno solo per vederlo morire”.

Proprio Johnny Cash, che non a caso riprenderà ben due brani di “Nebraska”, Johnny 99 e Highway Patrolman, è, più del primo Bob Dylan o di Woody Guthrie, il principale referente di un LP che più che come “folk” va catalogato forse come “rock acustico”. Le accelerazioni rock’n’roll di Johnny 99, State Trooper, Open All Night parlano chiaro in tal senso. Ma se si immagina di togliere la chitarra e sostituirla con il sibilare di un sintetizzatore e il battito di una batteria elettronica, ci si accorgerà che potrebbero benissimo essere canzoni dei Suicide, un duo di avanguardia che Springsteen, sorprendendo i suoi cultori più tradizionalisti, ha dichiarato più volte di adorare.

Non ha tuttavia molto senso analizzare “Nebraska” dal punto di vista musicale. È essenzialmente questo un album che racconta storie, grandi e terribili, violentissime e disperate come un film di Sam Peckinpah. Nessun artista pop aveva mai fatto del proprio paese un ritratto tanto impietoso. L’unica, insopportabilmente ambigua concessione ai valori tradizionali alla base del Sogno Americano è la decisione dell’onesto poliziotto di Highway Patrolman, lanciato all’inseguimento del fratello delinquente che si è macchiato probabilmente di un assassinio, di fermare l’auto di pattuglia e lasciargli superare il confine con il Canada. Vince la famiglia, proprio nel momento in cui va a pezzi; perdono il senso del dovere e la giustizia. “Qui ci sono soltanto sconfitti e vincitori/ed è meglio non rimanere dalla parte sbagliata”, ammonisce il protagonista di Atlantic City. Ma non è vero. Sulle scure autostrade di “Nebraska”, “dove restano inespiati i nostri peccati” (My Father’s House), tutti sono sconfitti.

Pubblicato per la prima volta in Bruce Springsteen: strade di fuoco, Giunti, 1998.

7 commenti

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7 risposte a “Bruce Springsteen 1973-1995 (6): Nebraska

  1. Francesco

    Ecco, per me Springsteen è tutto qua. Bellissimo disco che si laterna sul mio personale e altalenante podio con l’altrettanto magnifico The river. Dopo ci sarà il diluvio di consenso e stardoom, ma per me rimarrà sempre legato a questi due dischi.

  2. Marco Tagliabue

    Il “mio” disco di Springsteen. Mio, che springsteeniano non sono.

  3. Orgio

    Scusa Eddy, ma le registrazioni “sul campo” non erano di Alan, e non di Jackie, Lomax?

    • Non so da quali oscuri meandri mentali sia sortito quel Jackie. Ovviamente trattasi di John. Corretto. Grazie per la segnalazione.

      • Orgio

        Eccessiva familiarità con l’uomo, forse? 🙂
        Ad ogni modo, sei sicuro che non sia il figlio Alan e non il padre John? Ho letto “La Terra del Blues” del primo, e mi pare di ricordare che sia stato lui a intrattenersi con Robert Johnson.

      • Per quanto mi sia possibile esserlo quindici anni dopo, sono abbastanza sicuro che il riferimento (Robert Johnson o meno) fosse al Lomax padre.

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