There She Goes (Forever): il genio sfuggente di Lee Mavers

Ora che i My Bloody Valentine hanno pubblicato il loro terzo album tutto – ma veramente tutto – è possibile. Persino che i La’s diano alle stampe il loro secondo. Come disse Scarpini in un derby che stavano perdendo quattro a zero, un attimo prima che entrasse il quinto: crediamoci, ragazzi! O no? Un articolo che scrissi per “Il Mucchio” qualche anno fa, in occasione di una ristampa Deluxe di quel solitario capolavoro.

Lee Mavers

Cose che Lee Mavers ha detto di “The La’s”: “Un’inascoltabile merda” (non era tanto di buon umore); “È come un serpente cui hanno spezzato la spina dorsale” (era di ottimo umore, credetemi). A un esasperato Steve Lillywhite che gli aveva procurato, dopo estenuanti ricerche, un bancone di missaggio originale degli anni ’60 solo per sentirsi dire che non andava bene, e gliene chiedeva ragione, il deus ex machina di quanto di più bello ci abbia regalato Liverpool dopo i Beatles, Echo & The Bunnymen e Julian Cope spiegava serissimo: “La polvere non è quella originale degli anni ’60”. Da lì a qualche mese la Go! Discs decideva di averne avuto abbastanza e dava mandato al produttore, l’ennesimo di una lunga serie, di presentare lui una versione pubblicabile di quella dozzina di brani sui quali si stava lavorando da tre anni. In tutta evidenza Mavers non si è ancora ripreso dallo shock della… prematura esposizione al mondo di quelle sue creature non perfettamente formate. Che si sappia, tuttora vagheggia di dare loro vesti adeguate, di fermare infine su nastro quei suoni che soltanto lui può sentire, nella sua testa. Si sa inoltre – lo raccontava il bassista John Power nel 2006, l’anno dopo un’inaspettata rimpatriata foriera di alcune comparsate in assortiti festival e un breve tour in Giappone – che ha posto mano a un secondo album. Fossi in voi, non tratterrei il fiato nell’attesa. Sorta di Syd Barrett della sua generazione (ahilui memorabile un’intervista estortagli nel ’95 in cui parlava di “fiumi sonici da seguire per giungere a un differente piano astrale”) dipendente dal calcio (una passione maniacale la sua, si dice) invece che dagli psicofarmaci, Lee Mavers può permettersi di vivere di diritti d’autore e pare intenzionato a continuare a farlo. I circa duemila euro che gli frutta mensilmente la sola There She Goes dovrebbero avere lenito – almeno un po’ – le ferite del fatidico 1990.

La’s (l’apostrofo contrae “lads” omaggiando la smozzicata pronuncia locale) nascevano sette anni prima. Il bello è che non era Mavers (un classe 1962) a ispirarne la nascita. Entusiasmato da un casuale incontro a Manchester con Captain Beefheart era tal Mike Badger, primo di una chilometrica sfilza di chitarristi solisti, a dare vita a un gruppo assai diverso da quello che sarà. Ispirato sì dal decennio favoloso per antonomasia ma da Seeds e Stooges – e da Beefheart, e dalla sua progenie new wave – piuttosto che da Byrds, Beatles e Small Faces. Era Badger a invitare Mavers a partecipare al progetto e il giovanotto, in precedenza bassista con gli oscurissimi Neuklon (una versione più avanguardista che pop di Orchestral Manoeuvres In The Dark, riferisce lo stesso Badger), prontamente accettava. Stereotipo vorrebbe che il triennio 1984-’86, in cui la coppia divise la leadership e scrisse parecchio insieme, venga definito “formativo”. In realtà sono dei La’s che con quelli a venire non dividono che la ragione sociale. Lo testimonia in maniera lampante “Breakloose”, una raccolta di quattordici pezzi, quasi tutti sotto i tre minuti e alcuni sotto i due (uno però di diciotto), data alle stampe da Viper nel 2000. Curioso e come sempre affamato di qualunque inezia griffata Mavers possa ingrassare lo smilzo catalogo, mi affrettavo a procurarmela, restandone delusissimo. Tant’è che non la tenevo e, non essendo riuscito in alcun modo a rubare un riascolto, devo andare a memoria: ma è una memoria netta di new wave fuori tempo massimo e post-psichedelia malamente orecchiata e sfocata narcolessi pop. Soprattutto, di scrittura acerba e senza la minima personalità.

La’s in realtà nascono a cavallo fra fine ’86 e inizio ’87, quando Lee Mavers si fa dittatore e prima emargina bruscamente e poi licenzia in tronco Mike Badger. La’s nascono quando entrano in squadra John Power, che da lì alla fine sarà l’unica presenza costante con il capobanda, e il chitarrista Paul Hemmings, che sarà quello che durerà di più e parteciperà maggiormente alla vita del complesso. La’s nascono con la firma per la Go! Discs e la pubblicazione nell’ottobre 1987 del singolo d’esordio Way Out: tenerezza a passo di valzer o luccicanza di chitarre incalzanti fra il muscolare e l’affilato, a seconda della versione in cui vi imbattete. Perché il catalogo dei Nostri sarà pur composto da pochi articoli ma ognuno di essi offerto con tali e tante varianti da far dare di matto al filologo come all’enciclopedista. Fanno corollario alla title-track nelle varie edizioni l’assemblea di sincopi country-beat di Liberty Ship e una Freedom Song di asciuttezza folky, che ritroveremo sull’album, e Endless e la torpida cantilena Knock Me Down, che viceversa si perderanno per strada. Sulle colonne del “Melody Maker” nientemeno che Morrissey pronuncia parole elogiative e ciò nonostante le vendite sono modeste, non bastanti a un ingresso anche nelle zone più basse delle classifiche. Il gruppo in ogni caso non farà mai sfracelli ai botteghini (l’album trentesimo), eccettuata una There She Goes comunque fuori (di poco: tredicesima) dai Top 10. La fama della banda Mavers è postuma e legata alla tanta ottima stampa avuta in vita e alla messe di esegesi post mortem. Alle lodi sperticate di gente come Paul Weller o gli Oasis, che notoriamente dichiareranno di essersi “messi insieme per finire quello che i La’s avevano cominciato”. Immaginarsi il britpop senza i La’s è all’incirca come ipotizzare una new wave in assenza dei Velvet Underground o dei Can.

Si va avanti a un singolo all’anno. Il 1988 regala la prima versione della classicissima – il più perfetto mix che mai sia stato elaborato di Byrds, Big Star e Velvet innocentiThere She Goes. Oltre a una riciclata Way Out, la accompagnano Come In Come Out (andi alla Sex And Drugs And Rock And Roll), Who Knows (sulle cui tracce si metterà prima o poi “Chi l’ha visto”) e Man I’m Only Human (psichedelia alle porte del cosmo che stanno giù in India). Nel 1989 tocca a Timeless Melody (quel che si dice essere programmatici; nonché devoti a Lennon/McCartney e Brian Wilson), a Clean Prophet (un lisergico bolero in scia a XTC e Pink Floyd primigeni) e alla dispersa All By Myself. Nel frattempo un produttore via l’altro cerca invano di ossequiare le indicazioni sempre più stravaganti e astratte di Mavers. Ci provano John Porter (famoso per avere lavorato con Roxy Music, Japan, Smiths, Billy Bragg), John Leckie (Adverts, BeBop Deluxe, Fall, Kula Shaker, Magazine, XTC; ma è per gli Stone Roses che tutti lo ricordano), Mike Hedges (Cure, Siouxsie And The Banshees, Undertones, Everything But The Girl). È con quest’ultimo che si va più vicini a quagliare e Mavers avrà molto a rimpiangere (quantomeno in pubblico) di non avere acconsentito alla pubblicazione dell’album (tredici titoli invece che dodici e tre diversi) nella versione curata da Hedges: la più prossima all’inafferabile sound inseguito. Appena più country, appena più acido, appena più Fab Four, ma sul serio si tratta di sfumature che si stenta a cogliere. Quando nell’ottobre ’90 Go! Discs procede d’imperio a mettere insieme un qualche genere di raccolto dopo avere esaurito pazienza e soldi gli appassionati possono godere, a fronte di cinque canzoni già edite, di sette nuove e spellarsi le mani come minimo per la trottante ipnosi di Son Of A Gun, per il girotondo elettrico I Can’t Sleep, il country anglicizzato Doledrum e una Feelin’ che è la Roadrunner dei La’s. Nuove per quanti non hanno mai assistito a uno spettacolo dal vivo dei Nostri, visto che in massima parte sono nelle scalette fin dall’87.

Le recensioni spendono e spandono superlativi ma naturalmente alle fortune commerciali dell’album – abbiamo visto: scarse a fronte di tanto entusiasmo – non giova che Mavers sputacchi veleno come in preda a un’eterna crisi epilettica e infine lo disconosca del tutto. Lo porta in tour più che altro per far sentire alla gente come avrebbe dovuto suonare e non è un lancio bensì un addio. Anche perché, in una girandola di cambi di formazione da fare impallidire il balletto dei produttori, alla lunga il pur fedelissimo John Power si stanca di continuare a suonare la stessa dozzina e mezza di canzoni che suona da tre, quattro, cinque anni e nel 1992 saluta. Lo ritroveremo nei mediocri quanto fortunati Cast.

Lee Mavers fra il ’94 e il ’95 calca rare volte i palcoscenici, aprendo concerti di Paul Weller e Oasis, e quindi scompare. Non tornerà a dare notizie di sé che nel 2005, ma da allora è di nuovo silenzio.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.645, aprile 2008.

1 Commento

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Una risposta a “There She Goes (Forever): il genio sfuggente di Lee Mavers

  1. nel 90, quando uscì il disco dei La’s ero ancora poco meno che adolescente, 13 anni, ma già seguivo certa musica, grazie anche a consiglieri d’eccezioni. I La’s all’epoca – e negli anni a venire – mi colpirono di più rispetto ai My Bloody Valentine, proprio per la maggiore accessibilità e per una matrice pop più lampante, anche se non certo scontata e banale. Mai però avrei immaginato che non avrei più sentito nessun disco di Lee Mavers… mi consolai con i Cast, in epoca brit pop… dischi di impatto melodico, ma lontani anni luce dalla genialità dei La’s… grandissimi… entrare nella storia con un solo disco non è da molti

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