Eels – Wonderful, Glorious (E Works/Vagrant)

Eels - Wonderful, Glorious

Da dove si riparte dopo che hai messo ordine in dieci anni di archivi non solo scegliendo quanto ritieni essenziale ma anche premiando i cultori terminali con quella cinquantina di versioni alternative, incisioni live e radiofoniche, un paio di DVD e così via? Dopo che te la sei scritta tu la biografia, evitando così ad altri di aggirarsi loro in quei labirinti di genialità e di dolore. Dopo non un concept ma una trilogia di lavori pensati come fossero collezioni di racconti e – messi insieme – un metaromanzo. Da dove si riparte, quando la carta di identità avvisa che a inizio aprile il tuo primo mezzo secolo terreno si sarà interamente consumato? Da un altro pugno di canzoni, ovviamente. Però per una volta scritte, approfittando che è da un po’ che gli Eels sono sempre gli stessi e stanno cominciando a somigliare a una band vera come solo ai tempi del debutto, a più mani. Messe insieme fra le mura domestiche e non è una novità, essendolo invece l’allestimento che ha sostituito un vecchio che lui sì che ha deciso di andarsene in pensione. Studio nuovo, Mark? Paga da bere.

Oltre che esito di una scrittura collaborativa, in quest’altro senso il decimo album a nome Eels si distacca dai precedenti: nettamente il più spensierato del lotto e forse anzi l’unico cui tale aggettivo si possa ragionevolmente accostare. Fermo restando che gli si dà un’accezione alla Mark Oliver Everett, in arte E, ché a seguirne i testi qualche lacrimuccia al solito spunta. Facendoseli passare addosso, quanto rimane è un pop-rock frizzante come sempre, energico come non mai e già un paio di mesi fa metteva sull’avviso  (e ne offriva una clamorosa dimostrazione) il primo video trattone, una Peach Blossom di un granitico nel riff e nella ritmica da poterla spacciare per un pezzo dei Black Keys e farla franca. E che dire del tambureggiare di mambo alla Tom Waits con tocchi di surf di Bombs Away, del funkeggiare alla Beck di Kinda Fuzzy, dello sferzante sferragliare di una Stick Together che parte in resta restando in garage? La canzone più puttana di tredici: una traccia omonima che suggella sculettando funky-pop. La meglio costruita: The Turnaround, partenza sospesa, intensità crescente, un arrangiamento dove non sposti un sospiro. La più estrosa: una You’re My Friend che sono i Devo se fossero stati i Sebadoh. La più irresistibile: On The Ropes, uno sbrilluccicare di folk-rock che senza fine ammalia. Per essere chiaramente un lavoro minore (probabilmente interlocutorio) in un canone maggiore, “Wonderful, Glorious” ha un titolo che non è che millanti poi tanto.

3 commenti

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3 risposte a “Eels – Wonderful, Glorious (E Works/Vagrant)

  1. Ciao Eddy,
    non ho ancora ascoltato questo disco (anche se ora mi è venuta voglia, anche perché a-do-ro gli Eels), quindi volevo chiederti, genericamente: sbaglio, o hai sempre considerato “Beautiful Freak” il loro disco migliore? Ho visto che l’hai inserito anche nel volume sui 500 e 1000 dischi indispensabili del rock. A me piace molto, moltissimo, ma trovo che “Electro-Shock Blues” sia assolutamente di un altro livello, uno dei 20-30 dischi più belli e intensi di sempre, al pari, per genialità, onestà e dolore che trasuda, di un “Pink Moon” o di un “Tonight’s the Night”. Che ne pensi?
    Ciao!
    Alberto

    • Io continuo a votare per “Beautiful Freak”. L’album che citi è straordinario, sì, ma anche nel mettere a disagio l’ascoltatore minimamente avvertito al riguardo.

      • giuliano

        perfettamente d’accordo…
        io trovo splendido anche “live at town hall”. sull’isoletta forse me lo porterei, un piccolo ma efficacissimo zibaldone eelsiano.

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