Bruce Springsteen 1973-1995 (7): Born In The U.S.A.

Born In The USA

Born In The U.S.A.. Cover Me. Darlington County. Working On The Highway. Downbound Train. I’m On Fire. No Surrender. Bobby Jean. I’m Going Down. Glory Days. Dancing In The Dark. My Hometown.

Columbia, giugno 1984 – Registrato presso gli studi Power Station e Hit Factory di New York – Tecnici del suono: Bob Clearmountain, Toby Scott – Produttori: Bruce Springsteen, Jon Landau, Chuck Plotkin, Steve Van Zandt.

Non è facile parlare di un disco che ha venduto, a tutt’oggi, oltre trenta milioni di copie e ha fatto di un artista da culto – va bene, un culto con svariate centinaia di migliaia di adepti, ma pur sempre un culto – una faccia da rotocalco. Non è facile perché un po’ tutti lo conoscono e in molti la sovraesposizione ha indotto giudizi non sereni. E perché nessuno ha saputo offrire una spiegazione del tutto convincente delle ragioni di un successo tanto clamoroso, che non può essere giustificato né da una canzone pop azzeccata come Dancing In The Dark (che è istantaneamente memorizzabile, sì, ma non più di una Born To Run) né dal fatto che la base dei fan si era costantemente allargata nel corso degli anni ed era nell’ordine delle cose che il suo incremento potesse prima o poi farsi esponenziale. Non moltiplichi per quindici (in qualche paese, per centocinquanta) gli acquirenti di un tuo album da un giorno all’altro soltanto in forza di un brano orecchiabile o di suoni più patinati dell’usuale. Estrarre sette 45 giri da un LP e spedirli tutti nei Top 10 americani è impresa mai riuscita nemmeno ai Beatles o a Madonna, o a Michael Jackson. Anche considerando il notevole contributo che a questo successo travolgente diedero il lungo tour mondiale seguito alla pubblicazione dell’album e l’entusiastico supporto di MTV resta, nel caso di “Born In The U.S.A.”, un che di misterioso, di imponderabile e probabilmente di irripetibile, tanto è vero che i quattro LP seguenti in studio di Springsteen più il box dal vivo, messi insieme, non hanno nemmeno pareggiato i conti con quel singolo album.

La spiegazione che ci pare più ragionevole è che “Born In The U.S.A.” raggiunse i traguardi che ha raggiunto perché in qualche maniera riuscì a catturare perfettamente lo spirito dell’America degli anni di Ronald Reagan, quel misto di patriottismo e depressione per gli effetti devastanti che la politica economica di quell’amministrazione ebbe sulle classi più deboli. Lontanissimo dal disco che l’aveva preceduto come suoni, è in realtà un suo seguito logico, coerente, persino inevitabile (del resto, molte delle sue canzoni furono scritte e addirittura registrate in contemporanea a quelle di “Nebraska”).

Da quando Mike Appel l’aveva condotto dinnanzi a John Hammond a quando il mondo del rock, stupito, si confrontò con un album acustico del suo re erano trascorsi per Springsteen dieci anni senza pause. Dall’autunno del 1982 alla primavera del 1984 il Nostro si concesse un po’ di tregua e tenne un profilo pubblico molto basso. Nemmeno un concerto promosse “Nebraska” e nel 1983 l’unica cartolina mandata al mondo dalla E Street Band fu il debutto solistico di Clarence Clemons, al quale il Boss contribuì con una canzone. Era il secondo componente del gruppo a presentarsi in proprio, dopo che nel dicembre dell’anno prima avevano esordito a 33 giri i Disciples Of Soul di Miami Steve Van Zandt. Ma se in superficie tutto era quieto dietro le quinte dopo un po’ ripresero a fervere i lavori. Springsteen recuperò il malloppo di canzoni scritte insieme a quelle di “Nebraska” e naturalmente ne compose altre. Sebbene ce ne fossero, stando a quanto racconta Dave Marsh, settanta a disposizione fra cui scegliere, questa volta l’assemblaggio del disco non presentò particolari difficoltà. Vi trovarono spazio undici dei brani messi in cantiere (altri cinque verranno recuperati sui retri degli innumerevoli 45 giri), più uno aggiunto all’ultimo momento. Con l’album quasi pronto, Landau fece ciò che non aveva mai fatto in precedenza: chiese al Boss di scrivere una canzone apposta per il mercato dei 45 giri. Springsteen tornò a casa e quasi di getto compose Dancing In The Dark, un brano denso di pessimismo ma questa volta, al contrario di tutte le canzoni di “Nebraska”, con una luce in fondo al tunnel. Oltre a una melodia e a un ritmo irresistibili e a un arrangiamento tagliato su misura per le radio americane ma nello stesso tempo, con i suoi toni quasi dance, lontano dalla tradizione cui aveva sempre fatto riferimento Springsteen.

Non è l’unico episodio di “Born In The U.S.A.” con un suono e un incedere adatti alle discoteche. Lo sono anche Glory Days, No Surrender (che contemporaneamente è anche un perfetto rock da stadio) e soprattutto Cover Me, che in origine era stata scritta per Donna Summer. Altre canzoni sono più classiche per il nostro uomo: Darlington County, Working On The Highway, Downbound Train, Bobby Jean, I’m Going Down sono figlie di “The River”  e I’m On Fire non avrebbe sfigurato su “Darkness”, come del resto My Hometown che è pure facile immaginare, appena scarnificata, su “Nebraska”. La differenza la fanno i  suoni: l’utilizzo di tastiere elettroniche e una sezione ritmica sempre in evidenza, che se da un lato appiattisce gli arrangiamenti fu dall’altro, probabilmente, una delle ragioni del grande successo di questo 33 giri.

Il 15 maggio 1984 arrivava nei negozi Dancing In The Dark. Quando venti giorni dopo “Born In The U.S.A.” lo raggiunse, il 45 giri era secondo nelle classifiche statunitensi e stava conquistando quelle europee. Nulla, per Springsteen, sarebbe più stato lo stesso. Il passaggio dalle cronache della stampa specializzata a quelle scandalistiche avvenne dalla sera alla mattina portando con sé grossolani equivoci sul personaggio. Bisogna essere sordi e ciechi, o in mala fede come si dimostrò Reagan, per scambiare la rabbiosa invettiva che intitola il disco per una dichiarazione patriottica modello Vecchia America. È esattamente il contrario, fin dai primi potentissimi versi: “Nato in una città di morti/Il primo calcio l’ho preso appena ho toccato terra/Finisci come un cane che è stato battuto troppe volte/a passare metà della tua vita solo nascondendoti”. E sotto basso e batteria (con Roy Bittan, è Max Weinberg il grande protagonissta di questo LP) sono bordate di artiglieria e il mostruoso riff di chitarra un chiodo maligno che una volta piantato non è possibile estirpare.

“Born In The U.S.A.” non è uno degli album migliori del Nostro. Non ha la compattezza di “Darkness” o “The River”, o di “Nebraska”, né esibisce canzoni che siano, al di là della grande orecchiabilità di quasi tutte, altrettanto memorabili nel senso migliore del termine. Quando vi si avvicina – si pensi a quanto No Surrender e Dancing In The Dark appaiano superiori fatte solo chitarra e voce – inciampa nell’ostacolo di un sound insieme troppo rifinito e troppo muscolare. Ma in fondo il suo vero, unico peccato è di essersi fatto precedere da quattro LP di fila che meritano di essere chiamati capolavori. Essendo “soltanto” un disco eccellente, nel confronto sfigura.

Pubblicato per la prima volta in Bruce Springsteen: strade di fuoco, Giunti, 1998.

35 commenti

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35 risposte a “Bruce Springsteen 1973-1995 (7): Born In The U.S.A.

  1. Stefano di Nanto (VI)

    Mi ricordo ancora che uscì un commento su questo 45 giri ‘Dancing in the Dark’ che parlava di un suono alla Reo Speedwagon. Chissà se esistono ancora….

    • Sì, esistono ancora, anche se ormai fanno un album per decennio. Su “Born In The U.S.A.” scrissi in tempo reale una discreta quantità di fesserie. Capita, quando si è giovani e integralisti.

  2. Francesco

    Risentito un paio di giorni fa, in macchina, a palla, mi sono persino sentito un po’ coglione ma le canzoni sono mediamente buone o molto buone; certo il sound lo data in modo devastante ma dancing in the dark mi garba ancora adesso. ricordo anche bene lo sconcerto di trovare questo lp in casa di gente che non solo springsteen, ma che del rock tutto, non gliene importava la famosa mazza. E generalmente il povero bruce finiva insieme, nell’ordine:
    breakfast in america, un best degli eagles e gli immancabili yes, con cocciante e venditti a fare da contorno, insomma tutta gente che in confronto l’eroina ha fatto meno danni.

    • Giancarlo Turra

      Don’t forget “making movies”… 🙂

    • giuliano

      avete dimenticato “dancing on the ceiling” di lionel richie.

      l’aveva mia sorella. non lo cestinai: lo uso tutt’oggi come potente amuleto contro gli astuti lungocriniti adoratori del bafometto.
      in alternativa, “a momentary lapse of reason” dei pink floyd.

      • Orgio

        Noooo! Un amuleto con un negro vestito di bianco nooooo!! Mi sciogliendoooooooaaaaaaaaaaaaaaah!!! Sii maledetto Giul…

  3. Orgio

    E’ l’unico LP di Springsteen che ho assieme a The Rising e mi piace meno di questo, in tutta onestà: diversi picchi (title-track, Dancing, I’m On Fire e forse Bobby Jean) e il resto buono ma non eccellente. La sola copertina, però, vale l’acquisto: Gauguin, Pellizza da Volpedo e Warhol frullati assieme.

    • Francesco

      Se hai solo questi forse sarebbe il caso di mettersi in casa giusto un paio di veri capolavori, the river, nebraska e anche darkness, ad abundantiam

      • Orgio

        L’ho scritto proprio perché a me Springsteen non piace, ad indicare il merito di aver saputo rivolgersi, con “Born…”, anche a gente altrimenti non interessata alla sua proposta. Grazie comunque del suggerimento.

  4. Francesco

    Se non ti piace fatti un regalo strano, acchiappa un biglietto per il tour di inizio estate, poi mi ridici.
    E lo dico non da fanatico, due -tre dischi sono tra i miei preferiti, gli altri non mi appassionano più di tanto e dopo averlo perduto live nell’85 causa esame di maturità con dolorosa cessione del biglietto, l’ho visto solo l’anno scorso a firenze, perchè poi mi aveva un po’ stancato, perchè io non ero più lo stesso etc etc. Ci credi se ti dico che ho visto la luce? vai a vederlo, fatti un regalo

    • Orgio

      A 86 Euro al biglietto mi sa che il regalo lo faccio ad altri… Grazie nuovamente per il suggerimento, ma con la stessa cifra preferisco vedere Slayer e NOFX (che per me sono come per te Springsteen; quindi probabilmente abbiamo età diverse).

      • Francesco

        che ci vuoi fare, sono vecchietto, ma i vecchi rocker (con un ..migliaio ca. di concerti alle spalle) non muoiono mai! però a questo punto, se sento dire gli slayer (sono sempre quelli?) mi sa che il mio udito forse è ancora meglio del tuo, che sei giovane, ma non ti preoccupare, è una malattia che poi passa

      • Slayer? Quelli che pubblicarono il loro primo album nell’83? NOFX? “The band was formed in 1983 by vocalist/bassist Fat Mike and guitarist Eric Melvin.[5] Drummer Erik Sandin joined NOFX shortly after.” Largo ai ‘ggiovani. 😉

  5. Orgio

    Beh, se non ascoltassi musica “datata” (ma poi, thrash metal e hardcore punk hanno un’età? Mi pare che siano tra gli stili musicali più statici, tant’è che chi li suona oggi si rifà espressamente a quei modelli) non sarei su questo blog, no? 😉 Semmai, come scrivevi tu in una qualche precedente recensione, è Springsteen a fare musica che sembrava vecchia già all’uscita, proprio perché cita modelli divenuti, già allora, classici.
    Caro Francesco, gli Slayer sono sempre quelli (a parte recentissime avvilenti beghe contrattuali da rockstar pasciute) e, e per quanto mi riguarda, è un gran merito. Ci credo che il tuo udito è meglio del mio, a meno che tu non abbia un’opinione dei tuoi gusti talmente bassa da porli al di sotto di quelli di un lungocrinito adoratore del Bafometto.

  6. Francesco

    lungocrinito adoratore del Bafometto?

  7. Orgio

    Finalmente uno che ne capisce qualcosa!

    • giuliano

      perché, c’è da capire qualcosa?

      • Orgio

        Che ritenere i propri gusti musicali inferiori a quelli dei lungocriniti adoratori del Bafometto è segno di scarso rispetto per se stessi, e dunque è bene perseverare nella propria passione per Springsteen.

  8. giuliano

    orgio, sei troppo sottile per me (che peraltro son parvocrinito).

    ah… agli slayer preferisco il tavernello, e ai cradle of filth il panino con la coppa.

    • Orgio

      Slayer e Tavernello non si danno separati, messere! Per il resto, porta un panino anche per me. Grazie.

      • giuliano

        naaa… un etto di porchetta di Ariccia e mezzo litro di bianco dei Castelli Romani. Vedrai che dopo cominceranno a piacerti anche i Velvet Underground.

  9. Orgio

    Ho come l’impressione che chi ama i Velvet prediliga, necessariamente, la banana, ma attendo smentite.
    Di solito con porchetta e bianco (sei sicuro che non ci vada meglio un rosso prepotente, tipo Lambrusco da Festa dell’Unità, o, almeno, un bianco sturaviscere tipo Greco di Tufo?) metto il metallo tetesco stile Grave Digger, Helloween e simili (http://metalskunk.com/2012/11/08/la-mensa-di-odino-10-un-bratwurst-e-per-sempre/ qui è spiegato meglio di quanto riesca a fare io).
    E adesso scusami, torno al sushi accompagnato da “Beast From The East” dei Dokken (e ringraziami per averti salvaguardato la linea se, dopo aver letto questo abbinamento ti è passato l’appetito).

    • giuliano

      Sei pure omofobo, quindi… (benché il tuo nick lasciasse sospettare il contrario).
      Lasciatelo dire orgium, hai dei gusti musicali tremendi, rispettabili ma tremendi…

  10. giuliano

    si scherzava, mi spiace non si sia capito…

  11. Orgio

    (giusto per stare in tema… 😉 ) comunque concordo. E grande band, i Dittatori: i Ramones con radici hard rock invece che surf e giusto un po’ più di tecnica strumentale.

  12. Questo disco ha un merito non da poco e lo dico per esperienza personale: chi nel 1984 aveva 13-15 anni e amava fanaticamente questa nuova star, ne indagava il passato e la biografia, scopriva la storia del rock’n’roll. Gli Animals, Dylan, Elvis, i Creedence. E non tornava più indietro.
    È una piccola tacca sotto i memorabili dischi da Asbury a Nebraska, ma gli sono affezionato.
    Ha salvato molti di noi, teenager nei primi anni ’80.

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