Bruce Springsteen 1973-1995 (8): Live/1975-85

Live 1975-85

Thunder Road. Adam Raised A Cain. Spirit In The Night. 4th Of July, Asbury Park (Sandy). Paradise By The “C”. Fire. Growin’ Up. It’s Hard To Be A Saint In The City. Backstreets. Rosalita (Come Out Tonight). Raise Your Hand. Hungry Heart. Two Hearts. Cadillac Ranch. You Can Look (But You Better Not Touch). Independence Day. Badlands. Because The Night. Candy’s Room. Darkness On The Edge Of Town. Racing In The Street. This Land Is Your Land. Nebraska. Johnny 99. Reason To Believe. Born In The U.S.A.. Seeds. The River. War. Darlington County. Working On The Highway. The Promised Land. Cover Me. I’m On Fire. Bobby Jean. My Hometown. Born To Run. No Surrender. Tenth Avenue Freeze-Out. Jersey Girl.

Columbia, novembre 1986 (cofanetto di cinque album o tre CD) – Tecnici del suono: Bob Clearmountain, Jimmy Iovine, Bob Ludwig, Toby Scott – Produttori: Bruce Springsteen, Jon Landau, Chuck Plotkin.

Si è detto un bel po’ di cartelle fa che l’hobby preferito dei seguaci di Springsteen è discettare sugli innumerevoli inediti noti perché disseminati su una marea di dischi pirata ma mai pubblicati ufficialmente dal Boss, al massimo regalati ad altri. Per dieci anni, proprio quel decennio che va dal 1975 al 1985 celebrato da questo box, l’altra occupazione preferita dai fan è stata progettare un album dal vivo la cui consistenza è aumentata con il trascorrere degli anni, dei dischi, dei tour: si è cominciato immaginandolo doppio, poi si è arrivati a pensare che un triplo sarebbe bastato a malapena e allora perché non farlo quadruplo. Dacché la realtà è nemica dei sogni, quando infine è arrivato ed era addirittura quintuplo nessuno ne è rimasto interamente soddisfatto. Tutti (stiamo parlando di coloro per i quali Springsteen era una religione da prima di “Born In The U.S.A.”: semplici appassionati ma anche tanti giornalisti) hanno trovato da ridire, e tutti con qualche ragione.

Perché nessuna registrazione della E Street Band con Sancious e Lopez e una sola del 1975? Perché diversi dei brani di “Darkness” vengono dalla tournée di “The River” e la title-track di quest’ultimo e quella di “Born To Run” da quella di “Born In The U.S.A.” (possono sembrare questioni di lana caprina, ma chi conosce Springsteen sa che esecuzioni e atmosfere non sono mai state le stesse da un tour all’altro)? Perché ben otto canzoni, comprese le non proprio indispensabili Working On The Highway e Cover Me, sono state tratte dal multimilionario e sovraesposto “Born In The U.S.A.” quando mancano all’appello una Jungleland e una Factory? Versante inediti autografi: è meraviglioso che ci siano Fire, Because The Night e Seeds, ma a fronte di uno strumentale come Paradise By The “C”, poco più di un esercizio di riscaldamento per il gruppo, come si fa a non piangere calde lacrime almeno per le assenze di The Fever, The Promise, Frankie e Sugarland? Versante cover: ci sono Raise Your Hand (Eddie Floyd) e This Land Is Your Land (Woody Guthrie), bramate da tutti, e belle sorprese come War (Edwin Starr) e Jersey Girl (Tom Waits), ma dove sono Elvis, i Creedence, Mitch Ryder, Gary U.S. Bonds, Sam Cooke, Phil Spector?

Potremmo andare avanti ancora a lungo. Come il delitto vivisezionato in Rashomon questo album monumentale (tre ore e mezza di durata) appare sempre diverso a seconda della prospettiva da cui lo si osserva. Uno dei più eclatanti successi della storia dell’industria discografica (un milione e mezzo di copie vendute solo nel primo giorno e negli Stati Uniti, con la gente in coda fuori dai negozi) e insieme un lavoro che bruciò il suo potenziale commerciale in tempi assai più rapidi di quelli auspicati dalla CBS. Un oggetto eccessivamente ingombrante e autocelebrativo con le sue dieci facciate oppure un’opera persino troppo smilza per disegnare un profilo adeguato di cosa Springsteen ha rappresentato per il rock nel decennio preso in esame. Allora: chi è l’assassino? Springsteen? Landau? La casa discografica? I fan troppo esigenti, soprattutto quelli della prim’ora che in fondo il megasuccesso del Nostro non l’hanno mai digerito? O la grandezza stessa di questo artista e la fama dei suoi concerti, troppo celebrati e bootlegati perché un live ufficiale – qualunque live – potesse esserne all’altezza? Quando tutti sono scontenti, sovente si è nel giusto.

Nessun singolo concerto avrebbe potuto rappresentare pienamente la potenza e la poesia  della E Street Band, nemmeno quello leggendario al Winterland di San Francisco del dicembre 1978 (che sarebbe stato una scelta felicissima per un bel quadruplo da fare uscire fra “Darkness” e “The River”: ma quanti avrebbero comprato, nel 1979, un live di simile consistenza?). Molto più saggio, allora, costruire un’esibizione ideale e così il nostro uomo ha fatto, con il gusto, la coerenza, il consueto fitto tessuto di rimandi che lega un brano all’altro e rende una sequenza di dieci, dodici titoli (quaranta in questo caso) un tutt’uno da cui sottrarre qualcosa, o a cui aggiungere, è arduo e sarebbe poco saggio. Si prenda ad esempio la sezione di scaletta che va da Badlands a War, coprendo tre facciate e l’inizio di una quarta (è questo ancora un lavoro evidentemente progettato con in mente il disco in vinile, non il CD). Con Candy’s Room che si aggancia a Because The Night, una canzone di Woody Guthrie che inaugura il lato dedicato a “Nebraska”, il lungo monologo prima di The River al centro del quale sta, oltre al rapporto del Nostro con il padre, la guerra del Vietnam, e subito dopo quello che introduce War invitando a non avere una fede cieca nei leader politici, è semplicemente perfetta e dunque, per definizione, non migliorabile.

Ah, certo: che meraviglia sarebbe stata ascoltare la tanto mitizzata Atlantic City elettrica! Non c’è, peccato; ma abbiamo in compenso una No Surrender acustica nella quale i suoni a volte ipertrofici di “Born In The U.S.A.” ci avevano impedito di vedere ciò che si rivela essere in questa veste: una delle più belle canzoni sull’amicizia mai scritte da chiunque.

Non c’era mai stato un live come questo cofanetto e molto probabilmente non ce ne sarà mai un altro. Anche questo, piaccia o non piaccia, dà la misura della rilevanza di Bruce Springsteen nella storia della musica popolare del Novecento.

Pubblicato per la prima volta in Bruce Springsteen: strade di fuoco, Giunti, 1998.

5 commenti

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5 risposte a “Bruce Springsteen 1973-1995 (8): Live/1975-85

  1. CliffSteele

    Ai tempi nemmeno io ero completamente soddisfatto. Non sapevo cosa riservava il futuro !!!!!!
    Comunque la versione migliore di The Promise si trova nel bootleg The Jersey Hits Again !
    Certo che ora dico avercene di dischi così !

  2. nonostante la goduria, una delle più grandi delusioni del Boss, ad iniziare dalla versione “acustica” di Thunder Road un delitto considerando come aspettassimo da anni di ascoltare i live in maniera decente. per me resta una meravigliosa “occasione mancata”.

    • Francesco

      Concordo, all’inizio fu uno shock, un quintuplo uah, poi all’ascolto a casa dell’amico più dotato fionanziariamente cominciarono i nasi storti e le perplessità. accantonato per quasi trent’anni lo ricomprato in cd (a un prezzo tipo 4,90) e non ho cambiato idea, preferisco ben altri live di spingsteen. e poi il pomp rock da stadio è un tipo di suono che non ho ancora digerito.

  3. Francesco

    No, ma solo perchè gli italiani non hanno eletto silvio, lui sarebbe stato di parola.
    ciao
    ps su amazon girava (gira?) intorno a questi prezzi…altrimenti non l’avrei preso

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