Bruce Springsteen 1973-1995 (9): Tunnel Of Love

Tunnel Of Love

Ain’t Got You. Tougher Than The Rest. All That Heaven Will Allow. Spare Parts. Cautious Man. Walk Like A Man. Tunnel Of Love. Two Faces. Brilliant Disguise. One Step Up. When You’re Alone. Valentine’s Day.

Columbia, settembre 1987 – Registrato nel New Jersey e presso l’Hit Factory di New York e il Kren Studio e gli A&M Studios di Los Angeles – Tecnici del suono: Bob Clearmountain, Toby Scott – Produttori: Bruce Springsteen, Jon Landau, Chuck Plotkin.

Il Bruce Springsteen che sul finire dell’estate del 1987 si apprestava a dare alle stampe “Tunnel Of Love” era molto diverso da quello che, poco più di tre anni prima, aveva pubblicato “Born In The U.S.A.”. La distanza era stata creata da un LP che aveva venduto cinque volte quanto totalizzato dai suoi predecessori,  dal primo vero tour mondiale, con tappe in Australia e in Giappone e una durata record di quindici mesi, e, in pieno tour, dal matrimonio con la modella Julianne Phillips. Oggetto di culto prima di “Born In The U.S.A.”, Springsteen era adesso un’icona della cultura pop globale. Il figlio del New Jersey avrebbe fatto di tutto negli anni seguenti per scrollarsi di dosso questo fardello.

Il tour di “Born In The U.S.A.” differì  da quelli precedenti non solo perché segnò il passaggio dalle arene coperte agli stadi – la grandezza della E Street Band fu dimostrata, una volta di più, anche dalle modalità indolori di tale passaggio: si riuscì miracolosamente a non perdere quasi nulla del senso di intimità che caratterizzava i concerti del Boss dai giorni del Max’s Kansas City – ma pure perché sul palco con il nostro uomo c’erano due presenze in più e una in meno. Mancava Steve Van Zandt, compagno per Springsteen di tante avventure sin dalla tarda adolescenza oltre che per sei anni, dal tour di “Born To Run” a quello di “The River”, presenza fondamentale dal vivo, spalla perfetta per un chitarrista non tecnicissimo ma assai personale come Springsteen. In sala di incisione, poi, Van Zandt aveva avuto un peso anche maggiore, da vero e proprio braccio destro, come dimostra il fatto che figura come coproduttore di “Darkness On The Edge Of Town”, “The River” e dello stesso “Born In The U.S.A.”. L’affettuosa dedica, in italiano (“Buon viaggio, mio fratello, Little Steven”), sulla busta interna di quest’ultimo disco aveva chiarito che la separazione era stata amichevole ma il problema della sostituzione restava.

Se la cavò piuttosto bene, nel ruolo di nuovo alterego chitarristico del Boss, Nils Lofgren, un musicista di buono spessore e dalla storia importante, visto che aveva pubblicato in proprio diversi album di rock non distante dai canoni springsteeniani. Fu una presenza senz’altro più discreta sul palco la prima donna a entrare in squadra, la corista Patti Scialfa, che si unì alla E Street Band appena quattro giorni prima dell’inizio del tour. Ma come vedremo Mrs. Scialfa  sarà per altri versi straordinariamente importante.

Se tre anni e tre mesi separano “Tunnel Of Love” da “Born In The U.S.A.”, il quintuplo live aveva soltanto dieci mesi, pochissimo per gli standard springsteeniani, quando il nuovo LP vide la luce. Il voluminoso box era facile da intendere come un punto a capo nella carriera dell’uomo di Freehold, un tirare le somme per poi voltare pagina. Una replica dei suoni e degli schemi del disco in studio che l’aveva preceduto, sicuramente funzionale dal punto di vista delle vendite, ne avrebbe distrutto la credibilità. Springsteen, artista vero che crea prima per se stesso e poi (molto poi) per il pubblico, non cadde nella trappola e diede alle stampe un lavoro agli antipodi del predecessore e che vendette più che altro per rendite acquisite, lasciò perplessi molti e solo a distanza di anni è stato rivalutato per ciò che è: un momento chiave nella vicenda artistica del Nostro e un album di prima schiera, certo non del livello di “Darkness On The Edge Of Town” o “The River”, ma coraggioso quanto “Nebraska” e artisticamente superiore sia ai primi due LP che a “Born In The U.S.A.”.

Una delle qualità più ammirevoli di Springsteen è la sua capacità di rimettersi sempre in discussione. È ciò che gli ha consentito di non soccombere al complesso di Peter Pan di cui nel rock quasi tutti sono vittime. Bruce Springsteen ha saputo riflettere la sua crescita di uomo, le vicende personali, fallimenti compresi, nella sua arte. Mentre un Mick Jagger dopo oltre trent’anni seguita imperterrito a cantare che non può ottenere soddisfazione, sminuendo grandemente la portata iniziale di quell’affermazione, il Boss (ma è forse il caso di smettere di chiamarlo così: e sia) è capace al contrario di prendere, come ha fatto nei tour degli anni ’90, la sua canzone simbolo, Born To Run, e spogliandola dell’elettricità trasformarla in qualcosa di totalmente “altro” rispetto alle origini, denso di significato oggi che a cantare è un uomo maturo quanto lo era quando, venticinquenne, aveva fatto di una riflessione sul passaggio dall’adolescenza all’età adulta un inno. Abbiamo detto che in nessun modo Springsteen è stato un innovatore in musica, piuttosto un abile – e personale, e carismatico – perpetuatore della tradizione. Ma bisogna riconoscergli la capacità rara di essere stato capace di portare in un genere, il rock, malato di giovanilismo tematiche adulte.

“Tunnel Of Love” fu, dopo “Nebraska”, il secondo disco di Bruce Springsteen concepito in solitudine e in solitudine per larga parte realizzato. In nessun brano è presente la E Street Band al completo, soltanto Max Weinberg c’è quasi sempre, Clarence Clemons non c’è mai. Se in quel suo affine era l’America a essere in tremende ambasce qui è Springsteen stesso a mettersi in gioco, fin dal primo brano. Quanto contrasta con il rullare di tamburi e l’incendio di chitarre di Born In The U.S.A. l’inizio a cappella di Ain’t Got You! La cadenza è rockabilly, la voce e le parole ironiche, ma il tema di fondo serio, il medesimo dell’omonimo brano degli Yardbirds o di Can’t Buy Me Love dei Beatles: ci sono cose che il denaro non può comprare. L’amore, per esempio. Proprio la ricerca dell’amore è il tema intorno a cui ruota quello che è sicuramente il lavoro più personale del Nostro. Il tono oscilla costantemente fra l’intimista e il confessionale. Poiché Springsteen è sempre stato geloso della sua vita privata ed è riuscito a difenderla anche una volta divenuto una superstar, nessuno sospettava che il suo fresco matrimonio fosse già in crisi. “Tunnel Of Love” fu la prima, inequivocabile seppure discreta, indicazione al riguardo. La seconda e ultima sarà uno scarno comunicato stampa nel gennaio 1989.

Con ‘Tunnel Of Love’ ho voluto scrivere un tipo diverso di canzoni romantiche per toccare le esperienze emotive di quei rapporti in cui ti leghi veramente con l’altro e che non sono solo una fantasia romantica e narcisistica o una sbandata, o altro. Nella mia vita precedentemente ho sempre evitato di mettermi in una situazione nella quale pensare a cose del genere. Quando avevo vent’anni la evitavo di proposito. Era un po’ come se dicessi: ‘Ho già molte cose per le mani, non sono pronto per questo, non scrivo nessuna canzone che parli di matrimonio’. Ma quando iniziai a lavorare a questo particolare disco volevo parlare di ciò che provavo, di quando permetti a una persona di entrare nella tua vita… Non avrei potuto scrivere nessuna di queste canzoni in nessun altro momento della mia carriera. Non avrei avuto la conoscenza, la sensibilità, la coscienza per farlo.

È un LP sofisticato e raccolto questo, molto vario, unificato oltre che dal tema che lo sottende e che già è annunciato dal titolo, da timbriche “sintetiche” inedite per il nostro uomo. Dopo la scarnissima Ain’t Got You, già nella seconda canzone, Tougher Than The Rest, è un sintetizzatore a portare avanti la splendida melodia. Nel resto della facciata ci si muove sulle tracce di una rilettura moderna del country, venato più, Spare Parts, o meno, All That Heaven Will Allow, di rockabilly, memore di “Nebraska” in Cautious Man e omaggiante Nashville con gusto in Walk Like A Man.

Il secondo lato parte magnificamente con la title-track, uno degli articoli più singolari nel catalogo springsteeniano (si direbbe sottratto a Prince) e con un altro brano echeggiante “Nebraska”, Two Faces. Perde qualche colpo con Brilliant Disguise, un po’ una Dancing In The Dark in tono minore, recupera con la confessionale fino all’imbarazzo One Step Up e si congeda bene con le “californiane” When You’re Alone, saporosa di Eagles, e Valentine’s Day, prossima a Rickie Lee Jones.

La sfida di portare negli stadi canzoni così crepuscolari venne affrontata dalla E Street Band e vinta in due tour che occuparono gran parte del 1988. L’ultima vittoria (per ora?) dei vecchi leoni.

Pubblicato per la prima volta in Bruce Springsteen: strade di fuoco, Giunti, 1998.

4 commenti

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4 risposte a “Bruce Springsteen 1973-1995 (9): Tunnel Of Love

  1. Gian Luigi Bona

    Per qualche ragione Tunnel Of Love ci ha messo parecchio a farsi amare. Dopo il favoloso concerto di Torino è diventato uno dei miei preferiti. Come dici tu è sincero al punto di fare male. Mi ha costretto a meditare su cose che davo per scontate.

  2. Una precisazione e una domanda.
    La versione scarnificata di Born to run non era nei tour degli anni 90 ma proprio in quello di Tunnel of love (e ci stava benissimo).
    A distanza di anni sei ancora convinto che Tunnel of love sia meglio di Born in the Usa e di The Wild….?

  3. Pingback: Bruce Springsteen – Tunnel of Love – weeko

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