(Hats Off To) Roy Harper

I Led Zeppelin lo omaggiarono con un pezzo nel loro terzo LP. I Pink Floyd lo invitarono a cantare in “Wish You Were Here”. Paul McCartney è ospite nel brano con il quale rischiò di divenire famoso davvero. Più recentemente, Joanna Newsom lo ha imposto come ospite in un suo tour. Ma chi è Roy Harper e perché tutti quanti dovremmo toglierci il cappello dinnanzi a lui?

Roy Harper

Metto mano a queste due paginette proprio nelle ore in cui i giornali inglesi – no, non la stampa specializzata, i quotidiani – si riempiono di recensioni come minimo riverenti e in qualche caso estatiche di un concerto con il quale, alla londinese Royal Festival Hall, Harper ha festeggiato un compleanno importante, il settantesimo. Con un certo ritardo (gli anni li ha in effetti compiuti lo scorso 12 giugno), con alle viste una ristampa integrale (curata personalmente e per un’etichetta di sua proprietà) di tutto il catalogo storico ed essendo già stato ampiamente celebrato negli ultimi mesi con modalità anche eclatanti. Ad esempio: in copertina sul numero di luglio di “The Wire” e dentro un articolo-intervista di otto pagine che, oltre a ricostruirne la vicenda biografica e artistica, ne sottolinea l’attualità in anni in cui di folk più o meno weird si è discettato tantissimo. Non sempre degni della sua lezione gli innumerevoli figli putativi (quello vero, Nick, lo è eccome) e nondimeno apprezzabili per la buona volontà che ci mettono, per l’entusiasmo. In fondo, mica colpa loro se la vita l’hanno appresa dai dischi e non dalla vita stessa.

Cerco di cavarmela in fretta per raccontare come mai il nostro eroe arrivi così tardi per l’epoca, già venticinquenne, a pubblicare il primo disco. Ha vissuto un casino. Orfano di madre da neonato, ossessionato da una matrigna testimone di Geova (ne ricaverà uno spregio assoluto per la religione), ribelle che, quindicenne, ha scritto in vernice rossa sul muro di una chiesa che sarà “hungry forever” e per questo ha rischiato il riformatorio. Un’insegnante gli ha fatto conoscere i poeti romantici, un teppista la letteratura beat e le droghe e da questa scoperta, quell’altra e quell’altra ancora non si riprenderà mai, per fortuna. Arruolatosi nella RAF per sfuggire famiglia e suburbia, suona skiffle, tira di boxe e poi decide che il servizio militare non fa per lui e per farsi congedare si finge matto. Lo rinchiudono in un ospedale psichiatrico e matto per poco non lo diventa sul serio, ma la sfanga. Passa anni picareschi, fra criminalità spicciola, brevi soggiorni nelle patrie galere, lunghi vagabondaggi europei. Dalla Danimarca lo espellono per spaccio di stupefacenti ma non prima che abbia fatto amicizia con Albert Ayler. Il 1965 lo sorprende a Londra. Hanno da poco aperto un folk club chiamato Les Cousins. Lui comincia suonando tre canzoni ogni sera e finisce che presto ha una sera tutta sua. Altri che calcano quel palcoscenico: Davy Graham, Bert Jansch, Paul Simon, Tom Rush, Dave Van Ronk, Jackson C. Frank, una appena costituitasi Incredible String Band. Il folk sta diventando una cosa decisamente “altra” e questo in “Sophisticated Beggar”, esordio a 33 giri che vede la luce nel ’66 per la minuscola Strike, ben si coglie e non soltanto in quel paio di brani elettrici e con un gruppo (non accreditato vi suona tal Ritchie Blackmore) che facilmente potrebbero confondersi in qualunque raccolta psych del tempo. Benché commercialmente insignificante è un buon inizio, così come è un buon seguito “Come Out Fighting Genghis Smith”, unico frutto di un rapporto da capestro con la CBS. Il rock vi pesa un po’ di più, ma senza strafare, e vi si insinuano orchestrazioni lievi che Nick Drake ascolterà attentamente. Terza etichetta per il terzo album, essendo la Liberty che dà alle stampe “Folkjokeopus” e del primo Roy Harper è la prova meno soddisfacente. Ambirebbe a emulare Dylan e Donovan ma a tratti sembra Al Stewart, anche se per certo non in uno sfiancante o eccitante, a seconda dello stato d’animo con il quale ci si immerge, McGoohan’s Blues. Diciotto minuti! Ma Roy saprà essere ancora più complesso e geniale, oppure semplicemente verboso.

Roy Harper - Flat Baroque And Berserk

Il Roy Harper maggiore sboccia nel 1970, poco dopo l’approdo sponsorizzato da Peter Jenner alla Harvest, dipartimento avant-pop della EMI. Ammetterò di avere un debole per “Flat Baroque And Berserk”, LP con dentro tutti e tre gli ex-Nice ma senza che vivaddio lo si sospetti mai, forte di canzoni superbe quali Another Day, East Of The Sun e Francesca, degne rispettivamente del miglior Nick Drake, del miglior Bob Dylan, del miglior Paul Simon (la prima alla Royal Festival Hall Roy l’ha cantata in duetto con Joanna). Questo da semplice fan. Vestendo invece i panni del critico posso capire come mai sia “Stormock” del ’71, che mi emoziona meno, l’album che è considerato quasi unanimemente il capolavoro di Harper e nettamente il suo più grande e peculiare apporto al canone del rock. Opera cui in ogni caso non si può restare indifferenti, solo quattro lunghe composizioni a occuparne le due facciate, niente batteria,  una chitarra acustica che appropriatamente Rob Young dice “feroce” a guidare i giochi e l’orchestra, condotta in punta di bacchetta dal maestro David Bedford, che levita e si gonfia quando meno te lo aspetti. Sappia il giovin lettore che è questo l’album che la Newsom pretenderà che Harper esegua integralmente in apertura degli spettacoli del suo tour britannico del 2007. Graziosamente, il vecchio gentiluomo acconsentirà, indubbiamente anche conscio del trionfo a posteriori che ciò rappresentava rispetto a un progetto che persino la progressiva Harvest trovò indigesto. Nel mentre entra nella Storia il suo artefice esce dalle cronache, complice pure un grave malanno che a momenti lo uccide. Non riescono a farvelo rientrare appieno né “Lifemask” nel ’73, che prova a mischiare le carte con una facciata di canzoni e una occupata da una nuova suite, né l’anno seguente “Valentine”, che è il Roy Harper più ecumenico di sempre, a parte quando in Male Chauvinist Pig Blues l’elettrica di Jimmy Page si porge ustionante, contundente.

A proposito di elettricità… Se vi fidate di me, il terzo disco da mettersi in casa di questo artista capace di fare categoria a sé, essendo i primi due – avrete inteso – “Flat Baroque” e “Stormcock”, è “HQ”, del ’75. È il suo album più rock, con a fiancheggiare il titolare un autentico supergruppo – fra gli altri Chris Spedding, Bill Bruford, David Gilmour, John Paul Jones – e una scaletta inattaccabile con al fondo l’elegiaca apoteosi di When An Old Cricketer Leaves The Crease. Potrebbe essere il 33 giri del rilancio e invece no siccome, incompromissorio ai limiti dell’autolesionismo, Harper si scontra duramente con la casa discografica americana, Capitol, per via di una copertina sul davanti della quale cammina sulle acque. Fine del rapporto. Due anni dopo sarà la Harvest a sabotarlo e – masochisticamente – a sabotarsi, regalando il singolo (è quello in cui canta McCartney) One Of Those Days In England, che avrebbe se no potuto fungere da apripista per il pregevole “Bullinamingvase”. Ultima possibilità bruciata per il Nostro di farsi rockstar come tanti fra i suoi amici.

Sottotono la produzione degli ’80, con la parziale eccezione di “Jugula” (a quattro mani con il sodale seriale Page), Harper recuperà l’ispirazione nei ’90, salvo di fatto ritirarsi (il discreto “The Green Man” è del 2001 e non ha avuto successori) all’alba dei 2000. Proprio mentre il mondo cominciava a scoprirlo e riscoprirlo e valutarlo per quel che vale. Ora e più che mai: Hats Off To (Roy) Harper.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.689, dicembre 2011.

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