Krautrock Files (5): Tangerine Dream

Scopro per puro caso che sono passati esattamente dieci anni da quando “Audio Review” mi affidò (in co-gestione con Marco Cicogna, che si occupa in genere di musica classica) la rubrica dedicata al vinile. Come passa il tempo quando uno lavora! Dedicavo ai primi Tangerine Dream parte di settima e tredicesima puntata.

Tangerine Dream

Nominalmente ancora attivi (il leader Edgar Froese è però da tempo non soltanto l’unico superstite fra i fondatori ma anche il solo dei componenti storici ancora in formazione) a trentasei anni dacché mossero i primi passi, intestatari di una discografia foltissima che conta titoli a decine (innumerevoli le colonne sonore), i Tangerine Dream “godono” dal punk in avanti di una fama pessima e in larga parte – va detto – meritata: troppi gli album che ci hanno inflitto, praticamente tutti quelli pubblicati dal ’75 in poi, di un’elettronica tronfia, frigida e manierata dal cui uniforme fluire rarissimamente si stacca un frammento apprezzabile, qualcosa vagamente degno delle primigenie intuizioni maturate in una Berlino che non da molto doveva fare i conti con il Muro. Colpa in massima parte loro dunque se come spesso gli capitò il punk, che pure delle uscite più obbrobriose non aveva avuto modo di essere testimone, con l’acqua sporca gettò dalla finestra anche il bambinello. Accomunati ai vari Yes ed EL&P, intruppati con quei Pink Floyd cui erano stati a tratti stilisticamente contigui, Froese e compagni furono additati al pubblico ludibrio per il velleitarismo e l’autocompiacimento che ne caratterizzavano gli spartiti e insomma buttati nella pattumiera della Storia. Scomparivano sveltamente dalle classifiche e non ci torneranno più, patrimonio di una un po’ patetica chiesuola di estimatori all’ultimo stadio. Ma a partire dall’esplorazione del rock teutonico compiuta nel 1995 da Julian Cope nell’illuminante Krautrocksampler si è andati a riascoltare i loro primi LP (i primi quattro per la precisione; il quinto, “Phaedra”, passaporto insieme per la fama e la banalità) scoprendoli ispirati, innovativi (se non proprio rivoluzionari) per l’epoca in cui uscirono e a dirla tutta e in una parola parecchio fascinosi. Più degli altri quello che fu il debutto, registrato nel 1969 e pubblicato sul principio dell’anno dopo dalla Ohr, l’inquietante sin dalla copertina “Electronic Meditation”.

Nome ispirato dai Beatles e per la precisione dalla lisergica per antonomasia Lucy In The Sky With Diamonds, i Tangerine Dream si formano nel 1967 nella ex- e futura capitale tedesca con un organico a tre comprendente Edgar Froese (chitarra e tastiere), Conrad Schnitzler (violino, violoncello e strumenti elettronici) e Klaus Schulze (batteria e percussioni). L’unico che vanti una qualche esperienza seria è il primo, chitarrista hendrixiano degli Ones, che hanno pubblicato un singolo e suonato all’estero, ad esempio in Spagna dove Froese ha avuto modo di fare la conoscenza del pittore Salvador Dalí, restandone fortemente influenzato. Stanco di suonare cover dei successi del momento britannici o americani, ambisce a infiltrare istanze avanguardistiche nel rock e trova nei compagni spiriti affini e dalla personalità altrettanto forte, il che si rivelerà un bene e un male, dacché questa prima formazione rimarrà insieme per un album soltanto e al quale giungerà litigando. Così si spiegano – con le prime, momentanee separazioni – i due anni impiegati. Attesa ampiamente giustificata da un lavoro che tuttora intriga, sin dall’apertura di corrusco violoncello, puntato al cuore da una chitarra storta e bagnato da una pioggia cembalistica, di Genesis, sorta di prolungata intro ai ritmi sempre sull’orlo del collasso, all’acida sei corde, all’organo chiesastico (dietro, il non accreditato Jimmy Jackson) dell’epica Journey Through A Burning Brain: la A Saucerful Of Secrets dei Nostri. Si gira il disco ed ecco la jam di organo, percussioni e rumori, da cui Froese si eleva in cosmicheggiante assolo, di Cold Smoke. Ashes To Ashes è il brano relativamente più convenzionale del lotto, con i suoi echi di blues e di Doors, Resurrection chiusura di cerchio che esplicitamente rimanda a Genesis, con l’armeggiare di Schnitzler che promette chissà quali rivelazioni e invece no, è la fine.

Era la fine pure per questi Tangerine Dream, i più grandi. Schnitzler fondava con Dieter Moebius e Hans-Joachim Roedelius i Kluster e pubblicava con loro un paio di LP ultraradicali dopo i quali avrebbe intrapreso una carriera solistica tanto ricca di uscite quanto povera di rilevanza. Schulze dal suo canto avrebbe contribuito a un altro esordio epocale, quello omonimo degli Ash Ra Tempel, prima di cercare anch’egli gloria in proprio, trovandola con le notevoli sinfonie elettroniche di gusto classico-gotico “Irrlicht” e “Black Dance” (rispettivamente 1972 e 1974). Tristemente irrilevante il troppo abbondante resto. Di rilievo viceversa non da poco i primi tre 33 giri dei Tangerine Dream con Froese nocchiero, tutti su Ohr in origine: l’astrale “Alpha Centauri”, del 1971; la sua monumentale (è un doppio) estensione “Zeit”, del 1972; la magistrale sintesi, in cui però già si insinua un pizzico di maniera, di “Atem”, datata 1973.

Per una volta non filologi, i signori della Earmark rimpolpano ora la bella edizione di “Alpha Centauri” – con la quale proseguono, a qualche mese da “Electronic Meditation”, il programma di ristampe dei Berlinesi – aggiungendo in calce alla prima facciata il lato A di un singolo ammantato di leggenda: Ultima Thule. In tutti i sensi raro, sia perché in effetti materiale da collezionisti, sia perché solitaria uscita a 45 giri di uno dei gruppi da album per antonomasia e infine perché stilisticamente anomalo: monolitico e rockista, quasi un assalto punk. Sta nondimeno bene, o comunque non stona, fra i tre lunghi brani che compongono il disco forse più classico del combo e in ogni caso quello che, a tre abbondanti decenni dall’uscita, risulta più ricco di inventiva. Se con il tempo il sound di Edgar Froese e compagni si farà stereotipato fino all’autoparodia, qui è ancora una cosmica delizia di progressioni organistiche, flauti indianeggianti, sintetizzatori che avviano ingranaggi, sognano, minacciano, fra psichedelia e musica concreta. Fra gli strumenti che il leader suona, per dire, una macchinetta per il caffè.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.240 (novembre 2003) e 246 (maggio 2004). Adattato.

1 Commento

Archiviato in archivi

Una risposta a “Krautrock Files (5): Tangerine Dream

  1. posilliposonica

    Germania pallida madre.
    Cronologicamente la prima band “kraut” che ho ascoltato.Nei
    profondi anni Ottanta come colonna sonora del film “Il Salario
    della Paura” di Friedkin e poi qualche anno dopo sempre al
    cinema in “Strade Violente” di M.Mann.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...