Quel rissoso, irascibile, carissimo Joe Jackson

Il rock? Musica suonata da parassiti per altri parassiti. Musica che rende imbecilli perché fa appello solo agli aspetti più deteriori della personalità umana: collera, frenesia, violenza. Anche rassicurante, perché ricorre immancabilmente ai medesimi stereotipi. Ipse dixit Joe Jackson, un giorno in cui era di umore splendido splendente.

Joe Jackson

Era il 1982 e l’allora ventottenne figlio di Burton-Upon-Trent, che riempie la bocca evocando chissà quali nobili ascendenze quando poi il Nostro viene da una famiglia che definire modesta è un understatement very British, aveva un sacco di ottime ragioni per essere allegro. Centinaia di migliaia di ottime ragioni. Probabilmente milioni di ottime ragioni, siccome era quello l’anno che lo vedeva arrivare al numero 3 delle classifiche britanniche degli LP e al 4 di quelle statunitensi con “Night And Day”, con a buon rendere il singolo Steppin’ Out sesto su entrambe le sponde dell’Atlantico. E allora se ne cavava di sassolini dalle scarpe, il giovanotto, principalmente prendendosi una rivincita con la stampa di casa sua, che un po’ l’aveva snobbato all’inizio, dicendolo un Costello minore, e aveva quindi perseverato dandolo prematuramente per finito. La pigliava ludicamente, ma facendo la faccia cattiva, a scudisciate e con essa certo pubblico e certi colleghi musicisti su un versante e sull’altro della rivoluzione (mancata) punk. Ne aveva per tutti e a tutti ne dava, ai paladini residui di un’artefatta rivolta chic come a chi conservatore perlomeno non aveva mai fatto finta di non esserlo. Naturalmente tanta gente si offendeva. Incredibilmente, nessuno (ma proprio nessuno) coglieva lo spirito quintessenzialmente settantasettino di quelle provocazioni. Mentre le Vestali del Vero Sentire lo accusavano orripillate di alto tradimento quello che Jackson stava dicendo fra le righe era il preciso opposto. Cioè che di controculturale nel rock non c’era da lungi più nulla e che il punk aveva cambiato tutto per non cambiare alcunché. Che si era passati da un’ortodossia a un’altra ed era quello il tradimento vero. Citando Cole Porter già nel titolo di “Night And Day”, ispirandosi a music hall e musical, giocando con la salsa e una sofisticata forma di canzone jazz come aveva giocato in precedenza con il reggae e l’errebì primevo, Joe Jackson si manteneva fedele allo spirito del punk nel preciso istante in cui ne rigettava la lettera, operazione dissimile musicalmente ma concettualmente, filosoficamente affine a quella posta in essere dai Clash da “London Calling” in avanti. Dall’Elvis Costello che in quello stesso 1982 dava alle stampe il capolavoro “Imperial Bedroom” e chissà quanto dovette farlo rodere che, pur applauditissimo, non vendesse che una frazione del quinto album di uno che, per un anno o due, era stato liquidato come un mero seppur brillante epigono.

Naturalmente ride bene chi ride ultimo e alla critica sarà Jackson stesso a offrire la vendetta su piatti prima quantomeno d’argento (il jazzato “Body And Soul” peccherà nell’84 di freddezza, non di mediocrità) e quindi di leghe sempre meno pregiate, fino a placcare in finto-oro il ferraccio di noiose sinfonie per gruppo jazz-rock. Nel mentre il pubblico lo dimenticava come una moda stagionale qualunque. La perfidia maggiore diventerà a un certo punto ignorarlo o forse no, era piuttosto carità cristiana. Però, per quanto scadenti siano tanti, troppi dei dischi andati dietro in un quarto di secolo alla scala reale calata dal nostro uomo in apertura di partita, si è disonesti intellettualmente oppure molto ignoranti se si racconta la favoletta del punk che volle reinventarsi autore classico, niente di meno. Esattamente inverso il percorso: al punk David Ian (così all’anagrafe) Jackson arrivava dalla musica cosiddetta seria, da studi (presso la prestigiosa Royal Academy) di – fra il resto – violino, pianoforte e direzione d’orchestra. E ci arrivava spinto dalla stessa fame di emozioni e scoperte sempre nuove che lo aveva fatto innamorare via via dei Soft Machine come dello swing, che lo aveva spinto a comporre canzoni invece che quartetti, a suonare il piano nei pub, infine a formare nel ’76 una  rock band – Arms And Legs, con già in squadra Graham Maby.

Di “Look Sharp” (gennaio 1979; A&M come il resto della discografia qui affrontata) oltre alla superba levatura del materiale colpiscono, oggi come allora, una maturità e una varietà della scrittura assolutamente inusuali per un debutto. Allo stesso modo impressiona (tantopiù dovette lasciare stupefatti in un’era in cui il sapere suonare veniva visto a momenti come un disvalore) il livello eccezionale dei musicisti, in primis il già citato Maby, il basso insieme più melodico e propulsivo mai uditosi dopo Andy Fraser e, pochi pollici sotto, sicuramente non spanne, il chitarrista Gary Sanford, il batterista Dave Houghton e il leader medesimo, curvo sopra questa o quella tastiera. Da urlo e K.O. l’un-due-tre di partenza, una One More Time da antologia degli Who, la reggata Sunday Papers, soprattutto una Is She Really Going Out With Him? che, arrangiata così, cela radici doo wop riguardo alle quali dal vivo si finirà per essere espliciti. Ma è l’album intero a essere favoloso, da una Baby Stick Around dritta da un “My Aim Is True” alternativo alla stupenda serenata “in levare” di Fools In Love, dal nervoso funk quasi-Talking Heads di (Do The) Instant Smash a una punkissima Got The Time, passando per una traccia omonima in cui nessuna chiara linea demarcatrice separa il rhythm’n’blues dal reggae, dalla new wave. Incredibile, come è incredibile e fa molto anni ’60 che la replica arrivi dopo appena nove mesi. Con “I’m The Man” viene ovviamente meno l’effetto sorpresa, non una qualità che permane stellare, con apici da rimarcare in una On Your Radio adeguata al titolo, in una Geraldine And John da far schiattare d’invidia i Police, in una dolcissima It’s Different For Girls, in una Amateur Hour nella quale il reggae si slabbra per la prima volta in dub, in una Friday da Jam all’anfetamina. Oltre che nel girotondo impazzito della title-track. Do i numeri: 12 nel Regno Unito, 22 negli USA, quando il predecessore era stato rispettivamente un 40 e un 20, fra l’altro mancando di un niente oltre Atlantico l’ingresso dei Top 20 dei singoli con Is She Really…. Tutto bene? Parrebbe. Ma è nel DNA di Jackson essere perennemente insoddisfatto e in movimento. Un tondo anno dopo, “Beat Crazy” spiazza due volte: con un’attribuzione collettiva in copertina alla Joe Jackson Band (rimarrà unica); propendendo come non mai verso il reggae ma con il risultato di un’immediatezza minore in luogo che prevedibilmente maggiore. Il giudizio più tranciante sul disco lo darà nei fatti l’autore, tenendo per pochissimo tempo quelle canzoni nelle scalette dei concerti quando quelle dei predecessori continueranno a resistere a una svolta dopo l’altra. Andrò contro corrente dicendolo un album certamente non del livello di quelli che lo avevano preceduto ma altrettanto certamente da rivalutare. Se Mad At You non resterebbe nella memoria al decimo o al centesimo passaggio, se Battleground sconcerta con un’adesione talmente mimetica al canone della dub poetry da fare sospettare la parodia, se Pretty Boys è Two Tone “by numbers”, in compenso la canzone che battezza il tutto è una delle più incisive che tanto gli Specials che i Clash non hanno scritto e Biology il migliore Costello apocrifo avvistato dalle parti di Kingston. La gemma più autentica e lucente è One To One: nessuno lo sa, ma qui dentro “Night And Day” c’è più o meno già per intero.

Per arrivarci bisognerà fare tappa (giugno 1981) per gli squisiti anacronismi di “Jumpin’ Jive”, collezione “in stile” sin dalla deliziosa copertina di standard dell’epoca dello swing e delle big band, pescati in prevalenza nei repertori di Cab Calloway e Louis Jordan. Rarità assoluta nel suo essere un divertissement che diverte sul serio il fruitore, oltre all’autore. Sicché a “Night And Day” (giugno ’82) si arriverà in fondo preparati. Non stupirà: non gli osservatori più attenti e le menti più aperte. Non sembrerà bizzarro ascoltarlo ovunque e spesso alternato all’altro tormentone della seconda metà d’anno, “The Nightfly” di Donald Fagen. Si nasce Sex Pistols, si muore Steely Dan e non è detto sia un male.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.657, aprile 2009.

4 commenti

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4 risposte a “Quel rissoso, irascibile, carissimo Joe Jackson

  1. Franco

    Che meraviglia quel’82 e quei due dischi, night & Day e The Nightfly (Eddy, hai qualcosa degli Steely Dan o di Fagen da ripescare e pubblicare sul blog?).
    Di night & day, ricordo che leggendo come sempre avidamente le note di compertina mentre lo ascoltavo – estasiato – la prima volta, mi accrsi subito che…mancava la chitarra! Sembrava incredibile, un disco rock senza chitarra, ma il vecchio jj, come giustamente sottolinei, è uno che il rock lo ha sempre usato più che praticato (e anche questo non è detto che sia un male…).

  2. Stefano Piredda

    Ed eccoci qua, ci siamo arrivati: “Si nasce Sex Pistols, si muore Steely Dan…” secondo me è una delle tue migliori sciabolate, Maestro.
    Tipo quella, davvero fantastica, di IMMIGRANT SONG: “una fantasia guerriera in cui gli Zeppelin fanno la parte degli invasori vichinghi che saccheggiano, violentano, incendiano. Pace e amore? Ma vaffanculo! Benvenuti negli anni ’70”.

    (roba da veri esegeti, eh?)

  3. Franco

    Figurarsi, io nasco Steely Dan, chissà cosa morirò… mi sa che son messo male per davvero.

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