Billy Bragg – Tooth & Nail (Cooking Vinyl)

Billy Bragg - Tooth & Nail

La prima cosa da dire di “Tooth & Nail” è questa: non ha mai cantato così bene Billy Bragg, voce a un apice di espressività (altro che Barking bard!), “aged and mellow” come l’uomo celebrato da Little Esther in un omonimo blues in cui lo paragonava a un whisky ben stagionato. E la seconda è: mai aveva pubblicato in precedenza un lavoro musicalmente tanto ricco e sofisticato nella sua apparente semplicità. La terza: il disco “americano” del nostro eroe, proprio come lo aveva annunciato, con più punti di contatto con “Mermaid Avenue” che con qualunque altro Billy Bragg precedente possa sovvenirvi. La quarta: la sua opera meno “politica” di sempre. Resta nondimeno lui, uno cui volere bene senza riserve e a maggior ragione nel momento in cui si offre così – indifeso – in quella stagione della vita in cui all’amore tocca rammendare gli strappi senza rimedio delle separazioni – definitive – dalle prime persone che ci hanno amato. Must I paint you a picture?

E allora forse esagera Phil Sutcliffe scrivendo sulle pagine di “Mojo” che siamo davanti al capolavoro dell’artista che ci ha regalato canzoni come A New England e Greetings To The New Brunette, Levi Stubbs’ Tears e She’s Got A New Spell, Between The Wars e Days Like These. “Il” suo album da avere? Prima di “Brewing Up With”, di “Talking With The Taxman About Poetry”, di “Don’t Try This At Home”? Direi di no, per le medesime ragioni per le quali – per intenderci – se uno si accosta a Dylan dovrà esplorarne bene i ’60 prima di potere prendere in considerazione i classici, che pure ci sono, dei decenni successivi. Mutatis mutandis, “Tooth & Nail” è un “Blood On The Tracks”, un “Oh Mercy”, un “Time Out Of Mind”.

Diamo a Joe Henry ciò che è di Joe Henry: quest’album lo ribadisce un produttore eccezionale nella misura in cui è tale chi, dopo avere posto chi produce nella condizione di rendere al meglio, sparisce sullo sfondo. Benedetti i Phil Spector e i Brian Eno e tuttavia si può essere produttori ideali come si è grandi arbitri: lasciando che il gioco scorra, con la consapevolezza che devono essere i giocatori i protagonisti. E subito dopo rendiamo allora merito ai musicisti che suonano in “Tooth & Nail” e senza i quali “Tooth & Nail” non suonerebbe così splendidamente: a Greg Leisz e al suo infinito armamentario di strumenti a corda, a Patrick Warren e alle sue tastiere, a una sezione ritmica – David Piltch al basso, Jay Bellerose alla batteria – che declina country e blues con il calore del country e del blues e l’eleganza del jazz. Stabilisce il tono una felpata, felina January Song, offre una prima variazione una No One Knows Nothing Anymore di passo marziale e una seconda un Handyman Blues di languore squisito. “Tooth & Nail” ha presentato il suo campionario di seduzioni e l’unica cover in programma – I Ain’t Got No Home, dal più desolato dei Woody Guthrie possibili – funge da punto e a capo. Si riparte dall’ineffabile arrendersi agli imperativi di un rapporto di amorosi sensi di Swallow My Pride e sulla strada che conduce a una Tomorrow’s Going To Be A Better Day che piacerebbe al primo idolo di Billy, tal Paul Simon, ci sono tappe in cui il cuore perde battiti e pezzi: la tristissima Goodbye, Goodbye, il mezzo valzer Chasing Rainbows. Su un fronte opposto: il trapestare fra gospel e ragtime di Do Unto Others, una gioiosa e giocosa Over You, una There Will Be A Reckoning dal ritornello sfacciato ed eccolo uno scampolo di innodia Bragg vecchio stile. Lo abbiamo aspettato cinque anni questo disco. Ne è valsa la pena.

1 Commento

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Una risposta a “Billy Bragg – Tooth & Nail (Cooking Vinyl)

  1. Gran bel disco davvero. Magnificamente comunicativo.

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