Bruce Springsteen 1973-1995 (13): The Ghost Of Tom Joad

The Ghost Of Tom Joad

The Ghost Of Tom Joad. Straight Time. Highway 29. Youngstown. Sinaloa Cowboys. The Line. Balboa Park. Dry Lightning. The New Timer. Across The Border. Galveston Bay. My Best Was Never Good Enough.

Columbia, novembre 1995 – Registrato ai Thrill Hill – Tecnico del suono: Toby Scott – Produttori: Bruce Springsteen e Chuck Plotkin.

Se avete gettato un occhio ai credits di questo LP e siete arrivati a leggere questa scheda andando per ordine, se anche non conoscete il disco in questione avrete già capito che si tratta del quarto lavoro “casalingo” dell’uomo di Freehold, il secondo di fila dopo “Lucky Town” e un’indicazione probabilmente definitiva della sua avvenuta metamorfosi da re del rock’n’roll in cantautore (non che non ci si aspettino ancora album rock da lui, ma tutto fa pensare che saranno l’eccezione piuttosto che la regola). Aveva allora visto giusto, e molto nel futuro, John Hammond quando aveva individuato in lui “il nuovo Bob Dylan”. Non era solo quello, assolutamente, ma anche quello sì. L’uomo di Freehold nei primi tempi reagì con logico fastidio a un’etichetta che trovava limitante e mistificatoria, ma non negò mai l’influenza avuta sulla sua formazione dal vate di Duluth, pur ponendola in un contesto che comprendeva, con pari importanza, il primo rock’n’roll, il pop spectoriano, il rhythm’n’blues e il beat inglese. Non il country, cui si accostò quando già aveva pubblicato dei dischi, né il folk, visto che il Dylan che conosceva era quello che a partire da “Bringing It All Back Home” aveva vestito di elettricità le sue invettive e la sua poesia. Al primo Dylan arrivò più tardi e per suo tramite si accostò a Woody Guthrie, il folksinger cui il giovane Zimmerman aveva scippato quasi tutto.

Nel tour di “The River” uno dei momenti più suggestivi sarà rappresentato da un intermezzo acustico (di cui per fortuna il quintuplo dal vivo dà testimonianza) che vedeva la E Street Band lasciare il palco al solo leader che, accompagnandosi con la chitarra e illuminato da un singolo faretto, cantava la più classica delle canzoni di Guthrie, This Land Is Your Land. Per quanti ebbero occasione di assistere a tale intermezzo “Nebraska” fu una sorpresa relativa. Nel 1988, poi, Springsteen ribadì la sua reverenza per l’uomo che negli anni della Grande Depressione aveva vagabondato per tutta l’America con a tracolla una chitarra con su scritto “questa macchina ammazza i fascisti” offrendo al disco tributo “Folkways: A Vision Shared” due stellari interpretazioni di I Ain’t Got No Home e Vigilante Man.

In “The Ghost Of Tom Joad” l’eco di quelle due canzoni è fortissimo. Scarno quasi quanto “Nebraska” e altrettanto duro nei testi, è un LP che se possibile concede ancora meno di quello, cioé assolutamente nulla, a un ascolto distratto. La coerenza e il coraggio di Springsteen rifulgono una volta di più reclamando un prezzo che quest’album ha pagato in termini di scarso successo commerciale. È stato il primo del Nostro, dopo vent’anni, a mancare l’appuntamento con i Top 10 americani. Ma sembra già faccenda ai confini della realtà che li abbia sfiorati un disco  musicalmente così retrò e che si presenta nella prima canzone con versi come “Benvenuti nel nuovo ordine mondiale/Famiglie che dormono nelle loro macchine nel Sudovest/Senza casa senza lavoro senza pace senza riposo”.

A proposito di “Nebraska” scrivemmo che non aveva molto senso farne un’analisi musicale. Di “The Ghost Of Tom Joad” diciamo che sotto tale profilo è superiore (riserva raffinatezze in canzoni dalla trama quasi invisibile: mai Tallent aveva suonato così in punta di dita, la batteria di Mallaber è prodigiosa nel disegnare i dettagli, il violino di Soosie Tyrell una delizia) ma che avrebbe ancora meno senso farne un’analisi brano per brano. È un (capo)lavoro che vale per l’insieme assai più che per la singola parte, benché offra episodi da antologia come Straight Time, dalla bellissima melodia e dalla ritmica sussurrata e ai limiti del jazz; oppure The Line, che fa il verso alla dylaniana Love Minus Zero; o ancora Across The Border, dolcemente messicaneggiante, con la fisarmonica di Federici che evoca ricordi che non si sapeva più di avere. Ma è l’insieme a farlo immenso, l’affresco compassionevole e nel contempo terrificante che dipinge dell’umanità reietta che dal Messico preme sui confini di una nazione, gli Stati Uniti, la cui opulenza è, per fasce sempre più vaste di popolazione, soltanto una facciata. Povertà e disperazione oltre l’umanamente sopportabile da quella parte del confine, i naufraghi del Vietnam e di Ronald Reagan da questa.

Il tour che ha seguito la pubblicazione di quest’album ha visto l’uomo che aveva riempito per anni gli stadi alla testa di uno dei più grandi gruppi rock’n’roll di sempre affrontare il pubblico da solo, nei teatri, armato soltanto di una chitarra acustica, di un’armonica e delle sue ultime storie. Serenamente indifferente ai riscontri mercantili della sua arte come è sempre stato, in ricchezza e in povertà.

In questo momento non sento il bisogno di fare dischi che vadano al numero uno e si vendano in milioni di copie. Mi interessa piuttosto che il mio lavoro sia vitale e attuale, di qualità tale da consentirmi di potere salire su un palco la sera e non dovere dipendere dalla mia storia, da canzoni che ho scritto vent’anni fa. Quello che mi interessa adesso è trovare il mio posto nel mondo. È ciò che mi motiva ancora, dopo tutto questo tempo, ad andare in tour e a lavorare duro.

Nel momento in cui scriviamo non si hanno notizie sul prossimo LP di Bruce Springsteen. Segnerà forse un ritorno al rock e magari vedrà di nuovo insieme la E Street Band. O forse no. Sappiamo solamente che probabilmente ci sorprenderà e difficilmente ci deluderà. Ma anche dovesse farlo – deluderci – lo farà con onestà. Non c’è modo che Springsteen possa tornare a essere rilevante e popolare come in passato. Certe situazioni sono irripetibili e anche chi è nato per correre deve prima o poi fermarsi a riflettere. La forza del piccolo grande uomo del New Jersey è stata che non ha preteso di avere per sempre venticinque anni. È stato capace di crescere e con lui sono cresciuti quanti, ascoltandolo, l’hanno inteso.

Pubblicato per la prima volta in Bruce Springsteen: strade di fuoco, Giunti, 1998. Ultima puntata.

3 commenti

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3 risposte a “Bruce Springsteen 1973-1995 (13): The Ghost Of Tom Joad

  1. Marco Tagliabue

    Me lo ricordo in apertura di un festival di Sanremo, solo, chitarra e armonica, a cantare “The Ghost Of Tom Joad”. Entrò in silenzio, cantò, ed in silenzio se ne uscì, evitando qualsiasi domanda banale da parte del Pippo Baudo di turno. Grande. Fu il primo album del boss che mi portai a casa dai tempi di “Nebraska”.

  2. Stefano Piredda

    Il mio Springsteen preferito con NEBRASKA.
    Un caso letterario.

    (bellissima la recensione che ne fece Alessandro Portelli, al tempo, su l’Unità)

  3. Antonio C.

    il mio bruce springsteen preferito con Tunnel of Love.
    un caso letterario.(bellissima la recensione che ha fatto il quotidiano La stampa)
    Antonio Cesiro da genova

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