Krautrock Files (9): Use Your Brain!

Chiudo questa serie di articoli sul krautrock ripescando un pezzo che dedicai a inizio 2005 a una delle etichette chiave di quella scena, la Brain.

Harmonia

Aveva naturalmente ragione Julian Cope quando, qualche anno fa, nell’incompleto e impreciso ma imprescindibile, e meravigliosamente fazioso, Krautrocksampler scriveva che “credere che tutti i gruppi teutonici dei primi ’70 suonassero krautrock è un errore”. Perché, sorvolando su una brutta etichetta con venature razziste involontarie ma evidenti (la coniò il compianto Ian McDonald, che ha poi comunque fatto tanto per farsi perdonare), a uno sguardo appena meno che superficiale appare immane lo iato fra le formazioni della Germania (allora) Occidentale che praticavano una via autoctona al rock e quelle appiattite sui modelli del genere. Non che non ce ne fossero di valide nell’enorme novero delle seconde, ma sono state le minoritarie prime a lasciare un segno indelebile: Kraftwerk, Can, Neu!, Faust, Ash Ra Tempel, Cluster, in misura minore Amon Düül II, Popol Vuh e Tangerine Dream hanno riverberato la loro influenza su molto di quanto venuto dopo, cominciando con la new wave e finendo con il post-rock, passando per ambient e techno e tanta altra elettronica ancora, in questo unici fuori dai perimetri britannico e statunitense. Ecco perché i loro dischi classici non si limitano a essere belli, già un’impresa, ma si sono rivelati in prospettiva straordinariamente importanti, mentre il resto di una produzione numericamente assai congrua non ha inciso più del coevo rock francese o italiano, o di dove volete voi, cioè meno di nulla. E però: non si tirano fuori da lì quei cinque, dieci, venti titoli di eccezionale livello? Certo che sì e dopo i doverosi capisaldi una scorribanda in retrovia fra i culti può regalare eccitanti sorprese. È appena tornata in circolazione una dozzina di titoli pubblicati in origine fra il 1972 e il 1975 dalla Brain e fra questi reperti riportati nei negozi dalla Universal si trovano tanto dei primi che delle seconde.

Splendido nome, invero rappresentativo di un’era “fuori di testa” e splendido logo, con le cinque lettere a prolungare la linea di un volto stilizzato disegnandone la calotta cranica scoperta. Ignoro chi lo ideò. So invece chi fondò la casa, giusto a inizio 1972. Furono Bruno Wendel e Günther Körber, transfughi da un altro marchio cruciale come Ohr che lasciavano per approdare al gruppo Metronome con la promessa di un’ampia libertà d’azione e portando in dote un nome già discretamente affermato, Guru Guru. Della libertà concessa loro avrebbero sempre fatto giudizioso e paraculesco uso, alternando uscite tendenti allo sperimentale con altre sulla falsariga del rock anglo-americano più in auge al momento (presumibilmente, pagando le perdite delle prime con i guadagni delle seconde) e questo da subito. Tant’è che i primi tre articoli messi in catalogo erano nientemeno che i debuttanti Scorpions di “Lonesome Crow” (distanti, persino un po’ aciduli, dal becero hard che li farà famosi), altri praticanti del rock più heavy quali i Jane e i progressivi Gomorrah. È con il numero 1004 (si era ovviamente partiti dal 1001) che Brain cominciava a entrare nella storia del rock e per certo non solo di quello tedesco. Trattasi dell’epocale esordio dei Neu!, da Düsseldorf e nati l’anno prima da una scissione dei Kraftwerk. Si ricomponeva il duo Hütter & Schneider (il primo defezionario per qualche mese) e contemporaneamente Klaus Dinger e Michael Rother andavano per la loro strada. Iconoclasta fin dalla scelta del nome la neonata creatura: “Nuovo!”, come nelle pubblicità. Ancora più provocatoria e geniale la musica declinata nell’omonimo debutto, inaugurato dall’aliena pulsazione motoristica senza melodia o cantato di Hallogallo, scampolo di minimalismo mutante in rock di macchine, presagio di new wave e noise. Nel 1973 “2” certificherà la serialità dell’operare del duo (copertina quasi uguale al primo) e, fra assortiti tribalismi industriali, una crisi di ispirazione, risolta sistemando sulla seconda facciata materiale già edito ma – incredibile ma vero – a diversa velocità. Dopo di che Dinger e Rother scioglieranno il sodalizio, salvo ripensarci per un congedo sollecitato dal produttore e mentore Connie Plank, “75”, schizofrenico capolavoro con una prima metà raccolta e intimista, fra rumori acquatici e pianismi alla Satie, e una seconda che, facendo cyberpunk il rock’n’roll, disegnava da sola metà del ’77 e molto del dopo. In origine tutti e tre su Brain, gli album dei Neu! non fanno parte di questa ondata di ristampe per la buona ragione che nel 2001 li ripubblicò Grönland (distribuzione EMI) e dunque…

Dunque il primo titolo (1006 al tempo) dell’etichetta da mettervi in casa fra quelli testé riposti in circolo è, per importanza oltre che ordine cronologico, “II”, seconda ma in realtà quarta uscita a 33 giri di un’altra coppia, Dieter Moebius e Hans-Joachim Roedelius, di Berlino loro. Mi spiego: i primi LP, “Klopfzeichen” e “Osterei”, avevano visto la luce (su semi-invisibile Schwann Arms Studio) a nome Kluster (con la “k”) e con il duo ancora un trio per la presenza di Konrad Schnitzler, ex-Tangerine Dream. Passati da Philips a Brain, i superstiti perfezionavano uno stile inaudito e che trentatré anni dopo conserva una modernità stupefacente: già qui Suicide e trance, ambient, techno-pop e techno. Con i Cluster la musica colta incontrava quella pop e né questa né quella dopo di loro – e i Kraftwerk – sarebbero più state le stesse. Se in “II” prevalgono climi ghiacciati e cupi e l’assieme suona spesso intimidente, il successivo “Zuckerzeit” opterà sovente per una cantabilità, e al limite una ballabilità, decisamente più pronunciate, con a un estremo una Rote Riki che inventa i Pan Sonic e all’altro i profumi post-exotici di Fatschi Tong e di Marzipan: molti anni dopo gli Stereolab prenderanno nota. Due anni separano i due album, un bel po’ per i ritmi produttivi del tempo, e si erano forse Moebius e Roedelius (magnifici nomi da alchimisti) presi una pausa sabbatica? Niente affatto. Con i Neu! come già visto provvisoriamente sciolti, il chitarrista Michael Rother faceva comunella con i nostri due amici e nasceva così Harmonia, “la più importante rock band di sempre” a prestar fede a Brian Eno, che al riguardo esagerò ma nemmeno tanto. Smilza ma di fenomenale pregnanza l’eredità dell’estemporaneo supergruppo, “Musik von” del ’74, “Deluxe” dell’anno dopo. Già segnalati su queste pagine negli scorsi mesi e allora ci si può limitare a ribadire: traslucide gemme di pop elettronico in grande anticipo sui tempi (ad esempio sul Bowie di “Low”). Una versione maggiormente fruibile della Eternal Music di LaMonte Young, come ebbe a scrivere il Julian, melodicamente insidiosa e ritmicamente di impatto. In “Deluxe” il trio si faceva di fatto quartetto per la presenza del batterista dei Guru Guru Mani Neumaier e, per simpatia verso la casa-madre di costui, freakedelica compagnia monegasca (di Baviera, ça va sans dire) per certi versi accostabile agli Hawkwind, mi sarebbe tanto piaciuto scrivere che dei dodici dischi ripubblicati da Universal il quinto assolutamente imperdibile dopo quelli di Cluster e Harmonia è “Guru Guru”, non un esordio come si potrebbe pensare ma la seconda uscita adulta per l’etichetta del Cervello e quarta in totale. È invece null’altro che una curiosità antiquaria con qualche guizzo giusto nella seconda parte, in una Der Elektrolurch in transito da una Spoonful narcolettica a una Who Do You Love risolta a bolero e nell’onirica ed elettricamente jazzata The Story Of Life.

Valgono un sacco di più “Steig Aus” dei concittadini Embryo, ottimo esempio di ethno-rock con un occhio al Marocco e l’altro al Bosforo, e soprattutto “A Meditation Mass” degli oscuri Yatha Sidhra, da Friburgo, a un sublime incrocio fra l’acid folk più acido, la psichedelia più dilatata e fughe da Corrieri Cosmici per tangenti astrali. Della statura di un Sergius Golowin o di un Walter Wegmüller e, se siete attenti lettori di “Extra”, dovreste sapere di cosa sto parlando. Il rimanente di quanto riedito finora oscilla dal carino all’abominevole con ogni sfumatura in mezzo. In ordine decrescente di qualità: gli hardelici Electric Sandwich, con in scaletta una I Want You che prefigura Pavlov’s Dog; gli Os Mundi, fra jazz e folk con qualche tocco hard; i Kin Ping Meh, epigoni nei momenti migliori degli Spooky Tooth o dei Deep Purple e nei peggiori degli Uriah Heep; i Jane, fra prog e heavy; e infine i sinfonici – e tremendi! – Novalis. Moltissimo si attende ancora: con impazienza, “Rocksession” degli Embryo, gli affini Lava e Sameti (da una costola di Amon Düül II) e “Black Dance” di Klaus Schulze, conclamato classico dell’elettronica più immaginifica.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.607, febbraio 2005.

8 commenti

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8 risposte a “Krautrock Files (9): Use Your Brain!

  1. posilliposonica

    Germania pallida madre.
    Non ci sono molte parole sulla premiata ditta Moebius & Roedelius
    e su quello che hanno inciso.”II” e “Zuckerzeit” ,sepppur diversi,
    compongono un dittico inscindibile.

  2. posilliposonica

    Germania pallida madre.
    Grazie Eddy per aver rimesso in circolazione questi articoli sul Kraut.
    Ne possedevo un paio,non di più.Appena avrò tempo li raccoglierò
    insieme agli altri tuoi articoli ,recensioni e classifiche sull’ argomento
    che possiedo, per assemblare un libello (per mio uso privatissimo,
    ovviamente) da mettere affianco al libro di J. Cope.
    Ovviamente il libello lo intitolerò “Germania pallida madre”” !

  3. Nicholas

    Bel pezzo Maestro.
    Aspettiamo una nota o un articolo sul resto del catalogo Brain

    • Si fa in fretta. Ai consigli per gli acquisti dati qui puoi aggiungere “Kan Guru” dei Guru Guru e “Irrlicht” di Klaus Schulze e gli indispensabili a quel punto li hai tutti.

  4. Nicholas

    Appunto con piacere.

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