Solex: bricolage pop

Sul finire di ottobre del 1999 ricevevo una telefonata che, considerato come ci si era lasciati, mai e poi mai mi sarei aspettato: mi chiamavano dal “Mucchio” e mi chiedevano se fossi per caso interessato a riannodare i fili di una collaborazione interrottasi (malamente) oltre undici anni prima. La mia second life da quelle parti si prolungherà molto, molto più della prima, tredici anni e rotti, per poi finire se possibile anche peggio. Ma non ho rimpianti, fintanto che è durata mi sono pure divertito e adesso mi sto divertendo ancora di più. Ma tanto.

L’articolo con cui si concretizzava il mio ritorno alla base era dedicato a un’allora giovane e promettentissima artista olandese, poi un po’ scomparsa dai radar. È tornata a dare notizie di sé con un nuovo album, Solex, giusto qualche settimana fa. Quasi quasi uno di questi giorni ci butto un orecchio.

Solex

I lettori di più lunga data di questo giornale ricorderanno probabilmente la trovata malandrina con cui si festeggiò il numero 100: copertina a Springsteen e dentro un’accurata esegesi del live più sospirato della storia del rock. Perché (lo dico a beneficio dei più giovani) malandrina? Perché si era nel maggio 1986 e si sarebbe dovuto attendere un anno e mezzo prima che il vero live del Nostro raggiungesse i negozi. Quello recensito era un pesce d’aprile un mese in ritardo. Ci cascarono in tanti, anche qualche quotidiano, qualcuno si arrabbiò, i più sorrisero. Pare che molti si ingegnarono a ricostruire l’inesistente triplo spendendo un patrimonio in bootleg. Chissà se al Boss qualcuno ha mai raccontato questa storia e, in tal caso, che faccia ha fatto…

Chissà che faccia deve aver fatto Elisabeth Esselink, in arte Solex, il giorno che si è ritrovata tra le mani un “Record Collector” (rivista perdipiù non adusa a premiare sonorità innovative) in cui figurava un panegirico di un suo singolo, indicato come il migliore del mese. Più che “sogno o son desta?” deve essersi domandata se era impazzita,  oppure se era l’articolista a dare i numeri: perché lei non aveva pubblicato nessun singolo, niente di niente. Certo, aveva inciso un demo e ne aveva mandato un tot di copie in giro, però… Quel che era successo è che queste copie si erano moltiplicate passando di mano in mano, una era giunta al giornalista di “Record Collector” e costui si era esaltato al punto di inventarsi un disco pur di attirare l’attenzione su un’artista così promettente. Non fu l’unico a entusiasmarsi. La più prestigiosa tra le etichette americane di indie rock di questo decennio, la Matador, si affrettava a mettere sotto contratto la ragazza ed era solo la seconda volta (il precedente? Liz Phair) che ciò accadeva grazie a una cassetta e basta. Il resto, come si suol dire, è storia.

Per evidenziare la peculiarità del “caso Solex” sarà il caso di chiarire innanzitutto cosa non è Solex. Non è un gruppo, se non nei concerti, in cui alla Esselink si affiancano il chitarrista Geert de Groot e il batterista Robert Lagendijk e occasionalmente degli ospiti. Non è un dj nell’accezione hip hop (o house, o techno, o jungle) del termine. Non è un collagista di breakbeat e quant’altro alla DJ Shadow e nemmeno una più potabile allieva della scuola plunderphonica di mastro John Oswald. E, poco ma sicuro, non è neppure una cantautrice come comunemente si intende. Cosa è, allora? Una bestia più rara dell’araba fenice nel rock (rock?) odierno: un’artista che può dirsi originale sia per la tecnica compositiva che per gli esiti che questa produce, che sin dalla sua prima uscita discografica hanno messo d’accordo innamorati dei Portishead e paladini del Pop Group, estimatori degli Stereolab come dei Cornershop e dei Pavement collagistici della prima ora, nostalgici della new wave e ultrà dell’elettronica da ballo (benché sia ritmica, sì, ma ballabile assai poco).

Gran bell’album il debutto dell’Olandesina, “Solex Vs. The Hitmeister”, che vedeva la luce nel marzo dello scorso anno. Nella singolare genesi la chiave della sua unicità. Dovete sapere che Elisabeth Esselink lavora in un negozio di dischi usati a due passi dal distretto a luci rosse di Amsterdam. Fu nel reparto “invendibili”, quello in cui sono radunate le robacce europop, che raccattò i CD che, smontati-trasfigurati-rimontati con sublime piglio bricolagistico, le offrirono la materia prima per il fatidico demo e per l’esordio ufficiale. A rimarcare ulteriormente la vocazione al riciclaggio dell’artista olandese (in precedenza con un gruppo noise di buona fama locale, tali Sonetic Vet) il fatto che l’operazione veniva attuata usando un vetusto otto piste di terza mano e un quasi altrettanto antiquato campionatore comprati a un’asta per due spiccioli. Vi sarà chiaro a questo punto che le canzoni di Solex non somigliano minimamente a quelle saccheggiate per approntarle. Così suonerebbe DJ Shadow – ascoltate l’iniziale One Louder Solex e la conclusiva Peppy Solex – se avesse Brian Wilson come padre, Kim Deal come sorella e Tom Waits – sentitevi Some Solex – come zio. Non si sa se ammirare di più in esse la limpidezza di melodie che rimandano a “Pet Sounds” per tramite degli XTC o le sapienti articolazioni ritmiche che lanciano ponti, via hip hop, tra i Cabaret Voltaire primevi, e persino Beefheart, e la drum’n’bass.

Il recente “Pick Up”, che mentre scrivo Solex sta portando in tour pure in Italia (bizzarramente in coppia con gli apocalittici blues wavers U.S. Maple), ha mantenuto le promesse del predecessore sorpassandolo in eclettismo e immediatezza. Oggetto delle manipolazioni della Esselink sono stati stavolta stralci di concerti di classica, jazz, pop e metal da lei stessa registrati. Tocca crederle sulla parola, dacché una volta di più nel fiume della sua musica risultano irriconoscibili gli apporti dei vari affluenti. Se il brano che lo inaugura e lo intitola fa tornare alla memoria, con i suoi seducenti inserti di tromba, il Miles Davis di “Sketches Of Spain”, alle prime note di Snappy & Cocky sono i Devo che viene voglia di riesumare. Ove That’s What You Get… trasporta Henry Mancini nel XXI secolo, Superfluity ricorda la passione di Sun Ra per Walt Disney e Oh Blimey rende exotica la 4AD. Prodigi che accadono solo con Solex.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.372, 9 novembre 1999.

2 commenti

Archiviato in archivi

2 risposte a “Solex: bricolage pop

  1. Ecco il pignolino springsteeniano scassamaroni che guarda il dito mentre il Venerato indica la luna: la burla del triplo live del n°100 arrivò solo 6 mesi prima del vero quintuplo. Un tempismo diabolico…
    Metto qua un personale patetico ricordo dell’episodio lasciato tempo fa sulla Vera Storia del Mucchio di Guglielmi:
    http://laverastoriadelmucchio.wordpress.com/2012/02/25/1986/

    • Naturalmente hai ragione ed è questa una delle applicazioni più classiche di una nota legge di Murphy: è quando scrivi di cose che conosci benissimo che incorri negli strafalcioni più grossolani. Però, guarda, questa non la correggo. La lascio lì, a memento a me stesso degli errori ben peggiori che avrei commesso dopo.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...