La saga tragica dei Love di “Forever Changes”

Il numero di “Blow Up” attualmente in edicola contiene fra il resto il primo articolo di una nuova serie che Stefano Isidoro Bianchi ha battezzato “RPM” e nella quale ogni mese un autore (non necessariamente un collaboratore abituale del giornale stesso) “racconterà un album, un unico album: il suo rapporto personale, la sua visione critica e storica, le fantasie, i ricordi e i contesti che lo legano ad esso”. Senza limiti, né di genere musicale né di stile letterario. La serie (noblesse oblige) è stata inaugurata dal decano Riccardo Bertoncelli con un pezzo – bellissimo: una delle cose più memorabili ch’io abbia letto da quando cominciai a leggere di musica ed era il 1977 – dedicato al doppio dei Pink Floyd “Ummagumma”. L’arduo compito di andare dietro a cotanta meraviglia è toccato al sottoscritto e spero – alle prese con il classico dei classici di Van Morrison, “Astral Weeks” – di essere stato all’altezza. Se avrete la bontà di leggermi da qui a tre settimane circa, saprete dirmi.

Ho scelto “Astral Weeks” come ideale album “della vita” anche perché mai avevo avuto occasione di scriverne in precedenza. Per la stessa ragione avrei potuto cimentarmi con “Rock’n’Roll Animal” di Lou Reed, avendo invece scartato “London Calling” per il motivo opposto: troppo battuto. Ma la vera alternativa, e sono rimasto a lungo incerto, era “Forever Changes” dei Love. Probabilmente “il” disco che salverei non potendo proprio salvarne nessun altro. Ne scrivevo in questi termini sul “Mucchio”, quando Arthur Lee era ancora vivo ma non se la passava per niente bene.

Love - Forever Changes

L’unico al quale la sorte ha sorriso è il batterista Michael Stuart, che oggi fa il fotografo. Del chitarrista John Echols si sono perse le tracce ma a “Mojo”, che lo scorso giugno dedicò un articolo alla tragica saga dei Love, assicurano che è vivo. Fidiamoci. Non è viceversa più fra noi il bassista Ken Forssi, che morì per un tumore al cervello negli anni ’80 (stesso decennio che vide scomparire, in circostanze mai chiarite, un altro nome legato al gruppo californiano, il flautista e sassofonista Tijay Cantrelli). Ci ha lasciato anche Bryan MacLean, che dei Love era il numero due. Tanto per chiarire quanto il destino possa essere cinico e baro, l’infarto che se l’è portato via ha scelto un Natale, quello del 1998, per bussare alla sua porta e ha atteso che l’interesse per la sua figura, sempre un po’ negletta, si ridestasse. E quanto al leader, Arthur Lee, da quattro anni è in galera e ci resterà come minimo altri cinque, essendo stato condannato a dodici da scontare per almeno tre quarti. Grottesco il concatenarsi d’eventi che l’ha portato dietro le sbarre, insensata la durezza della condanna in rapporto al reato contestatogli, avere sparato un colpo di pistola in aria dal balcone di casa. Poiché la legge non è uguale per tutti, la sua povertà (e quindi l’inadeguatezza del legale che l’ha seguito) ha pesato sull’esito del processo, così come il precedente di una detenzione di due anni negli ’80. Mi piacerebbe pensare che la pelle scura non abbia influito ma, detto fra noi, il mondo va così e allora non prendiamoci in giro.

Già, la pelle scura. Se sistemiamo Sly Stone alla voce “funky”, Arthur Lee è, con Jimi Hendrix, la sola stella nera dell’Età dell’Oro della psichedelia. Anche se, come ricordavano le note di copertina di una raccolta, “i Love non ebbero grandi successi, solo grandi canzoni”. Non del tutto vero, dacché il loro primo 45 giri, My Little Red Book (fenomenale rilettura garagista di un classico di Burt Bacharach), sfiorò nella primavera del ’66 i Top 40 americani e il terzo, Seven & Seven Is, li violò nell’autunno successivo. Ma se il primo, omonimo album aveva raggiunto la cinquantasettesima posizione nelle classifiche statunitensi, “Da Capo” si fermò al numero 80 e “Forever Changes” a un desolante 154. La performance commerciale di uno degli LP più memorabili non della psichedelia ma del rock, non del rock ma della musica del XX secolo, si misurò, negli USA, in poche migliaia di copie. Andarono diversamente le cose in Gran Bretagna, dove arrivò al ventiquattresimo posto e da allora, era il principio del fatidico ’68, non ha mai smesso di influenzare il migliore pop chitarristico. Parlo dei dischi di etichette come la prima Creation, Aztec Camera e Orange Juice gli dovevano poco meno che tutto, e la Sarah. Parlo dei sottovalutati Pale Fountains. O, per arrivare ai giorni nostri (tanto altro vi è in mezzo) e non fare che un nome, di Belle & Sebastian, che di “Forever Changes” in certi momenti hanno la stessa malinconica lucentezza, quell’affacciarsi di nubi all’orizzonte in una di quelle giornate di estate incipiente che ti fanno credere all’esistenza di un dio.

Siccome questa non è una panoramica ma una genuflessione di fronte a un capolavoro da isola deserta, non vi racconto la storia dei Love (potete trovarla su qualsiasi enciclopedia rock) e me la cavo alla svelta riguardo ai primi due album. Dovete averli. L’omonimo mischia garage e folk corretto a LSD con un’irruenza e insieme una grazia impareggiabili. “Da Capo” aggiunge del jazz e fu il primo 33 giri ad avere un lato occupato da un’unica canzone, la stupefacente (in tutti i sensi) Revelation. “Forever Changes”, allora. Di rado disco è stato concepito in circostanze tanto drammatiche, ma nulla di ciò trapela dai suoi solchi.

È un quintetto allo sbando quello che entra in sala con il produttore Bruce Botnick per cercare di registrarlo. L’abuso di droghe ha reso Echols e Forssi incapaci di intendere e volere. MacLean è sprofondato in abissi di depressione. Non sta granché meglio Lee, che tuttavia prende in mano la situazione e accetta che Botnick convochi dei turnisti per sostituire i suoi devastati sodali. È tale lo shock per costoro che tornano ai loro posti e suonano, con intensità indicibile. Il miracolo è completato da canzoni da cuore in gola – due firmate e cantate da MacLean, le altre nove da Lee – e dai geniali arrangiamenti di archi e ottoni di David Angel. “Forever Changes” è uno di quei rarissimi album rock in cui l’orchestra non dà fastidio ed è anzi complemento indispensabile del gruppo. Lo dichiarano subito i fiati da corrida che contrappuntano le chitarre spagnoleggianti di Alone Again Or e da lì alle sapienti alternanze fra vuoti e pieni di You Set The Scene è un susseguirsi senza posa di “oh” e “ah” di meraviglia. Per il bolerus interruptus di A House Is Not A Motel, per la melodia ineffabile e la giustapposizione di plettri e archi di Andmoreagain, per le dense armonie folk di The Daily Planet, per la tenera e arcana Old Man, per il dilagare di violini che si fa filastrocca da giardino d’infanzia di The Red Telephone. E non è che la prima facciata! Perfetta come forse nessun’altra. Si riprende con la danza solare, come un Herb Alpert celebrante i misteri di Eleusi, di Maybe The People. E poi… E poi…

Arthur Lee sciolse il complesso e lo ricostituì con la medesima ragione sociale e altri musicisti. Pubblicherà ancora un LP eccellente, l’hendrixiano “Four Sail”, prima di smarrire progressivamente l’ispirazione e di intraprendere il cammino di autodistruzione che l’ha portato dove si trova oggi, in pessime condizioni di salute perdipiù.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.393, 18 aprile 2000.

29 commenti

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29 risposte a “La saga tragica dei Love di “Forever Changes”

  1. Dopo 2 numeri consecutivi, avevo deciso di saltare questo giro… E adesso mi tocca prendere sia questo che il prossimo…

    • Soldi spesi bene! Tanto ormai puoi risparmiare su un’altra rivista.

    • emme esse

      Ma come mai tutta questa allergia a Blow Up? 🙂
      E’ vero che non è proprio svagante, ma a me pare davvero senza confronti. E non solo per Cilìa e Bertoncelli. E i 2 saggi del sib su rockabilly e psychobilly quanto valgono? davvero, soldi spesi bene!

  2. E anche questo e’ verità, Venerato…
    Una persona saggia e avveduta dovrebbe farsi bastare Uncut, ma una cosa come questo RPM e’ troppo in sintonia con il mio legame con i Conventional Records….

  3. Nicholas

    Eddy mi sono sempre chiesto che sensazioni possa dare il cambio di lato in Forever Changes per voi che usate i vinili.
    La prima facciata finisce con il florilegio di archi paranoici dai bagliori psych di “The red Telephone”, poi uno gira il disco e trova “maybe the people”; di primo acchito mi sembrò una roba etno-latina-esotica.. rimasi spiazzato, il cambio di atmosfera è lancinante.

    • Giancarlo Turra

      Succede spesso, con i riversamenti su CD di lavori concepiti per il formato “due facciate”. C’è tutto un climax che si perde, senza dubbio: la soluzione simpatica – che qualcuno talvolta ha praticato – sarebbe quella di lasciare un piccolo spazio, più lungo del solito, tra le due ideali facciate. Limitatamente allo specifico di un disco che – il caso vuole – ha sengato me in profondità come il VMO, nonostante il quasi decennio anagrafico che ci separa, posso dire che mettere su il lato B e ascoltare “Maybe The People” era esaltazione allo stato puro, in un album che alterna e gioca splendidamente con una varietà incredibilie di climi e “umori” sonori.

      • Nicholas

        Io sul cd uso un metodo molto approssimativo ma di collaudata efficacia: dopo l’ultima traccia dell’ipotetica prima facciata metto in pausa, faccio un caffè oppure rifletto semplicemente sui pezzi ascoltati, dopo cinque minuti parto dalla traccia della seconda facciata. Feci così anche con Forever.. quando sentii Maybe the people pensai “e questo che è??”. Ora è un pezzo di cui non posso fare a meno.

        P.S. Ho consumato il suo articolo sui Love sull’extra 30.

  4. posilliposonica

    Mi si apre il cuore ogni volta che “incontro” una persona
    innamorata di quest’album,del Love,di Lee.
    Amo.

  5. Giancarlo Turra

    Mi sembra un’ottimo sistema. Per esempio, con i doppi riversati su un unico CD, il “guaio” è pure peggiore, perché si perdono certe finezze: cito a esempio la struttura di ogni lato di “Don’t try this at home” di Billy Bragg, come fa notare il VMO su due numeri di “Blow Up” fa, oppure “Electric Ladyland”. Il fatto è che c’era un tempo in cui si ragionava sulla disposizione dei brani tenendo conto di un certo supporto; cosa che è proseguita anche col CD, per poi andar dispersa oggi, con l’ascolto di fretta e la “liquidità” della musica. Ascolti un sacco di dischi oggi, e ti rendi conto che sono fatti così, tanto per fare. Che tanto non li ascolteranno che – nella migliore delle ipotesi – un paio di volte e distrattamente. Triste dirlo, ma è così.
    E, ti imploro umilmente, non usare mai più il “lei” con me 🙂 😀

  6. Orgio

    Eddy e Giancarlo, mi avete appena convinto a spendere 5,38 per accaparrarmi questi Cambiamenti Eterni: spero vi rendiate conto della gravosità dell’impegno, anche musicale. E se mi avete buggerato, possa colui che abbaia e grugnisce a Giancarlo condannarvi a un’esistenza di eterno loop di “Where Is The Love” dei Black Eyed Peas!
    🙂

    • Orgio

      Ah Eddy, non è che la povertà dell’assistito comporta necessariamente l’inadeguatezza del legale che l’ha seguito…

      • giuliano

        Bobby Beausoleil, il carismatico nazi-psicolabile che più tardi sarebbe entrato nella setta di Charles Manson (leggete l’indimenticabile intervista che Truman Capote gli fece, pubblicata in quel gioiello che è “Musica per camaleonti”), frequentò i Love agli inizi della loro storia, rischiando di diventarne il chitarrista.
        Gli adoratori del Bafometto apprezzeranno.

        Ah, “Forever Changes” lo metto sopra “Revolver”, sopra “Pet Sounds”, sopra “Odissey and oracle”… sopra tutto. Anche sopra Truman Capote.

      • Orgio

        Cosa c’entra Charlie Manson col Bafometto, di grazia?

      • giuliano

        Nulla 😉

    • Giancarlo Turra

      speriamo bene, allora 🙂

      • Orgio

        Per Arthur Lee, l’avvocato o le vostre orecchie?

      • Giancarlo Turra

        le orecchie, le orecchie 🙂
        anche perché per Arthur Lee non c’è su questa terra più niente che possa esser fatto. Tranne celebrarne il Genio, ovviamente.

    • Francesco

      Bravo, vedrai che schitarrate alla saxon che ci trovi! a parte gli scherzi Forever Changes è veramente uno degli album della vita e capisco benissimo la competzione serrata con astral weeks. Grande il pezzo del Bertoncelli su Ummagumma (stasera se me lo concedono moglie e figlii me lo risento tutto), con quel quid in più della presa diretta che pochi possono vantare. Ciao

  7. disco e gruppo splendido, che testimonia meglio di qualunque altro un periodo storico/musicale straordinario

  8. giuliano

    Da non dimenticare, peraltro, neanche il magnifico e sfortunato 45 rpm che fecero uscire poco dopo FC, “Your Mind and We Belong Together”/”Laughing Stock”: una perla, come anche l’outtake
    “Wonder People (I Do Wonder)”. Piramidali.

  9. Gian Luigi Bona

    Non sono mai riuscito a capire perchè non hanno avuto successo. Erano originali ma orecchiabili.
    Mi dispiace quando i grandi artisti non ottengono il successo meritato. Arthur Lee avrebbe dovuto essere ricco sfondato.

  10. Stefano Piredda

    Con Bertoncelli tu te la giochi da anni, Maestro: lasciati servire.
    SCRITTI NELL’ANIMA era bello da stare male.

  11. Visto il tuo amore per i Love (e per Scaruffi…), sottopongo a te e a chi ti legge questo Conventional Record:
    http://conventionalrecords.wordpress.com/2013/08/28/four-sail-love/

    E visto che l’ho comprato ieri sera e non l’hai ancora annunciato: che figata la tua Top 20 del power pop su Blow Up di settembre!

    • giuliano

      Diavolo d’un Peviani: va a Vinilmania e mi compra i Cd! 🙂

      Se Four Sail t’ha smosso qualcosa, vuol dire che hai un cuore… Vedrai che FC troverà la sua strada, prima o poi.

    • Ma io compro SOLO Cd… I’m sorry!
      Grazie della fiducia… Pero’ con certi dischi e’ inspiegabilmente così. Ma nel caso di Scaruffi la spiegazione e’ un’altra…

  12. umile discepolo

    In questi giorni ho casualmente tirato giù dallo scaffale “Four Sail” e, mioddio, l’ho ritrovato ancora migliore di quanto ricordassi! Comunque sempre due o tre passi dietro a “Forever Changes”: ma quanto era geniale il povero Arthur Lee?
    Non ti ringrazierò mai abbastanza, VMO, per avermi fatto conoscere i Love; uno di quei passaggi che cambiano la vita.

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