Meat Puppets – Rat Farm (Megaforce)

Meat Puppets - Rat Farm

Leggo giudizi trancianti da colleghi che stimo (e tanto di più lo sono – trancianti – perché non disgiunti da espressioni di affetto per un gruppo che volle dire tanto) su questo nuovo album dei Meat Puppets, il quattordicesimo in studio, il quarto di una seconda e anzi terza vita principiata male nel 2007 con lo stentato “Rise To Your Knees” e poi proseguita meglio. A me “Sewn Together” piacque, “Lollipop” di meno ma comunque abbastanza. Leggo giudizi trancianti, capisco il ragionamento che ci sta dietro e in parte posso condividerlo. Riassumendo: laddove almeno alcuni artisti di una o più leve prima sono riusciti a mantenersi vitali, propositivi, c’è un’intera generazione che rese la seconda metà degli ’80 degna di essere vissuta che da tempo si è arresa a un reducismo un po’ triste. Arduo contestarlo. Arduo negare ad esempio, restando sul pezzo, che negli interi quarantasei minuti che dura “Rat Farm” non spiri un refolo dell’uragano che soffia dall’ultimo Swans. Perché Mission Of Burma e Wire riescono ancora a parlare a questo nostro tempo e i Meat Puppets ci parlano solo dei bei tempi che furono? È qui che il mio giudizio diverge dai colleghi di cui sopra. Non direi che quella musica – per comodità di discorso: l’alternative che ancora non si chiamava alternative bensì college – avesse un senso e un valore solo in quel momento lì, gli anni ’80. Direi piuttosto che, aderendo a una visione sostanzialmente classica del rock, si condannava ad agire dentro schemi che più facilmente evidenziano la riduzione a mera messa in scena di ciò che fu autobiografia. E allora o continui a scrivere canzoni straordinariamente memorabili o l’irrilevanza è il tuo destino. Il problema non è la forma in sé, è l’ispirazione. Io la vedo così.

Sempre stati un family affair i Meat Puppets, o quasi sempre. Non lo erano per cause di forza maggiore a un tristissimo incrocio fra lo scorso secolo e questo, con Cris Kirkwood più morto che vivo (la moglie morta e basta), ora in galera e ora a provare a liberarsi dalla scimmia, e il fratello Curt messo non granché meglio a tenere malamente in piedi la ditta. Iattura invece che benedizione quelle tre canzoni loro eseguite dai Nirvana a/su “MTV Unplugged” a memento di quanto fosse stato strepitoso il primo decennio del trio dell’Arizona: partito dall’hardcore per approdare presto a una sua peculiare forma di post-Americana, un po’ ZZ Top e un po’ Grateful Dead, un po’ Gram Parsons e un po’ Crazy Horse. Mancante all’appello lo storico batterista Derrick Bostrom, i Kirkwood provavano a rinnovare comunque il sodalizio nel 2007 con “Rise To Your Knees”, ma era una falsa ripartenza. Dal successivo di due anni “Sewn Together” non ci si attendeva nulla, al di là della dignità, e finiva allora per somigliare a un miracolo che la scrittura riprendesse invece la consistenza dei tempi belli, che il suono sembrasse di nuovo focalizzarsi.  Migliore prova degli attempati ragazzi dal lontano (1994) e dal titolo premonitore “Too High To Die”. Due ulteriori anni ancora e “Lollipop” provava a dare definitivamente corpo alla rinascita e, senza eguagliare il predecessore, ci riusciva.

Tocca adesso a “Rat Farm”, in occasione del quale il family affair kirkwoodiano si fa al quadrato con l’ingresso in formazione di un figlio di Curt, Elmo, alla seconda chitarra. Con un altro rampollo d’arte, Shandon Sahm (il papà era Doug), sistemato dietro piatti e tamburi, uno azzarderebbe che un vento di gioventù soffi sul disco. Sono in realtà presenze ininfluenti in un lavoro dalla qualità altalenante. Discretamente alta in un paio di ballate byrdsiane, You Don’t Know e Original One, in una spagnoleggiante Waiting, nel trotterellante e graziosissimo country Sometimes Blue. Altrove – in una Leave Your Head Alone giocata sull’alternanza fra il torpido/ipnotico e il nervoso/fratturato – ci si ingegna a ricreare l’eccitazione ipercinetica fra i marchi di fabbrica storici dei Nostri, ma pare appunto un esercizio. Meglio in ogni caso della piattezza senza un guizzo di episodi come Again, Time And Money, River Rose. Meglio di una title-track che sembra di sentire una cover band dei Sublime. I Meat Puppets oggi sono questi. Prendere o lasciare. Io qualcosa prendo sapendo che sì, è pure per me una questione di affetto. Sapendo che sì, mi sto accontentando.

9 commenti

Archiviato in recensioni

9 risposte a “Meat Puppets – Rat Farm (Megaforce)

  1. fennario

    Perdona le mie cattive italiana, la pubblicazione dagli Stati Uniti. Voglio solo dire che Elmo gioca a spettacoli dal vivo, ma non su Rat Farm. E penso REGOLE Rat Farm! Ciao!

    • OK, il concetto è chiaro. Ho recensito il disco in base a un advance privo di crediti avuto dal distributore italiano e mi sono fidato di quanto dice (in effetti in maniera piuttosto ambigua) la AMG: “the group sounds comfortable, passionate, and inspired. Perhaps this breath of renewal is due to younger members, Curt’s son Elmo on second guitar and drummer Shandon Sahm”.

      • Giancarlo Turra

        Negli ultimi concerti, anche l’anno passato, erano in formazione trio, in ogni caso. E spaccavano, peraltro, più che sugli ultimi dischi, che comunque apprezzo.

  2. Orgio

    Come giudichi il fatto che siano finiti a incidere per una delle principali etichette indipendenti metal degli anni 80? Resa, presa d’atto o mera operazione d’affari?

    • Giancarlo Turra

      Magari era l’unica disposta a prenderseli. Vedi anche i Bad Brains, che però su un’etichetta metallosa han già più senso.

    • Se garantiscono libertà artistica, una promozione adeguata e una percentuale sulle vendite dignitosa non vedo cosa osti. Direi che diversificare il catalogo dovrebbe poi essere nell’interesse della stessa Megaforce.

  3. fennario

    Elmo ha giocato con loro per un po ‘di tempo, ma non ha ottenuto di andare in tour europeo. Da quello che ho visto di esso su youtube, sono ancora FANTASTICO con tre ragazzi.
    Ci sono un paio di comunicati stampa cattivi e simili in giro, ma se si guarda dentro l’album o il CD, si dice
    Curt Kirkwood: chitarra e voce
    Cris Kirkwood: basso, tastiere e voce
    Shandon Sahm: batteria, percussioni

  4. Carlo Bordone

    Ops, mi sono fischiate le orecchie! :-). Comunque condivido l’assunto, di base. e soprattutto la frase ” aderendo a una visione sostanzialmente classica del rock, si condannava ad agire dentro schemi che più facilmente evidenziano la riduzione a mera messa in scena di ciò che fu autobiografia. E allora o continui a scrivere canzoni straordinariamente memorabili o l’irrilevanza è il tuo destino. Il problema non è la forma in sé, è l’ispirazione”. Niente da aggiungere. Anyway, i Puppets li ho visti dal vivo l’anno scorso, e al di là della terrificante “forma” fisica in cui si sono presentati (soprattutto, e stranamente, Curt) è stato un bel concerto. Il mio bersaglio erano più che altro i Camper Van Beethoven, il loro è proprio un disco bruttino.

    • Probabile che negli anni ti siano stati rivolti epiteti peggiori di “colleghi che stimo”. 😉 Camper Van Beethoven non ho avuto occasione di ascoltarlo e mi sa che a questo punto mi esimerò. Capace però che dal vivo valgano ancora anche loro il prezzo del biglietto. Io li vidi due volte nella loro epoca aurea e furono strepitosi. I Meat Puppets purtroppo non li ho visti mai.

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