Pearls Before Swine – One Nation Underground

Sulla linea di confine fra i dischi “di culto” e quelli da isola deserta.

Pearls Before Swine - One Nation Underground

Singolari incroci: a otto anni Thomas D. Rapp si piazzava al posto d’onore in un concorso per giovani talenti svoltosi in Minnesota in cui un più grandicello Robert Zimmerman (non ancora Bob Dylan) arrivava quinto; terminato il college, si iscriveva all’Università di Melbourne, Florida, la stessa frequentata da Jim Morrison. Non sarebbe assurto alla fama stellare né dell’uno né dell’altro. Come il primo è invecchiato con grazia, però lontano dal mondo della musica. Al contrario del secondo ha preferito vivere ed è rimasto un oggetto di culto piuttosto che un’icona che, trent’anni dopo gli eventi, ancora campeggia sui muri delle stanzette degli adolescenti.

Riesce per l’ennesima volta, in una bella edizione su CD curata dall’olandese Calibre (tre anni fa l’aveva pressato su vinile da audiofili la nostrana Get Back), “One Nation Underground”. Con il successivo “Balaklava” è il solo dei nove LP pubblicati fra il 1967 e il 1973 da Tom Rapp (i primi quattro a nome Pearls Before Swine; il quinto e sesto con doppia attribuzione; gli ultimi tre da solista: invisibili le distinzioni) rimasto costantemente disponibile nell’ultimo quarto di secolo. L’inatteso ritorno in scena del nostro uomo, di cui dirò più avanti, potrebbe infine propiziare una riedizione dell’intero catalogo. Prendetela come una preghiera rivolta a quel paio di marchi che, in Italia, si occupano di riedizioni. Lo faccio per voi, figlioli: io sono già fornito e mi dispiace assai che la cronica irreperibilità renda i lavori di Tom Rapp materiale da mercanti di rarità. Per intanto – se non vi va o non potete spendere troppo e magari un giradischi (poveretti voi!) manco l’avete – almeno la Nazione Underground dovreste mettervela in casa.

L’album vedeva la luce nel 1967 per i tipi della newyorkese ESP, etichetta di larghissime vedute che concedeva agli artisti ingaggiati il totale controllo della propria opera. Le dobbiamo, oltre a diversi capolavori della New Thing jazzistica (per limitarsi ai nomi più noti, classici di Albert Ayler e Ornette Coleman; oltre a una manciata di titoli dell’irregolare per antonomasia Sun Ra), il protopunk orgiastico dei Godz e il caustico folk politicizzato di Fugs e Holy Modal Rounders. Ancora altra cosa il folk-rock in acido delle Perle Davanti Ai Porci (nome preso dal Nuovo Testamento, avrete inteso; Matteo 7:16): semplice e raffinato insieme, all’incrocio fra pastorale, barocco, exotica, elettronica primitiva. Scorrete l’elenco degli strumenti adoperati. Oltre ai canonici chitarra, basso e batteria vi figurano banjo e oscillatori, mandolino e sarangi, celeste, cimbali, corni, vibrafono, clavicembalo e clavioline. Manca il theremin, che ci sarebbe stato da meraviglia. Contano? Eccome, e non solo come valore aggiunto all’incessante srotolare di arpeggi e alla voce peculiarmente blesa e perciò inconfondibile del Thomas D. Rapp. È tale la loro pregnanza melodica che otto di queste dieci canzoni starebbero in piedi benissimo nella più sobria delle vesti. Fanno eccezione le ultime due, le sole creazioni di gruppo: quel The Surrealist Waltz il cui titolo già dice tutto e l’epopea di I Shall Not Care, una parte di folk bucolico, una di innodia garagista à la Seeds, una di ondivago ragarock. Nondimeno a tutte le altre gli intarsi degli arrangiamenti regalano ulteriore grazia lunare, tono favolistico che incanta e scuote. Another Time: dolcissima. Playmate: percorsa da un organetto irrestistibile e inequivocabile inchino dinnanzi a Dylan. Ballad To An Amber Lady: ricamata di splendide armonie vocali. (Oh Dear) Miss Morse: campagnola e futurista insieme. Drop Out!: un omaggio implicito, prima di quelli espliciti, a Leonard Cohen. Morning Song: ideale congedo da viaggi compiuti restando fermi. Regions Of May: marcetta astrusa e gentile. Uncle John: primaverile pioggerella di percussioni a bagnare un basso tondo e minimale.

I Pearls Before Swine (in questo primo LP, con il leader, Wayne Harley, Lane Lederer e Robert Crissinger; più avanti sempre più Rapp e chi capita) rifuggono le esibizioni live, singolare comportamento che anziché danneggiarli rinforza l’aura di mistero che li avvolge. “One Nation Underground” vende centomila copie, risultato stupefacente all’epoca per una indipendente con problemi di distribuzione. È quasi altrettanto fortunato il successivo, al pari stupendo, “Balaklava”. Medesimo il tono, ancora inquietante la copertina, riproduzione del Trionfo della morte di Bruegel il Vecchio (su quella del primo potete ammirare un particolare del Giardino delle delizie di Hieronimus Bosch). Si fa però meno fra le righe la critica all’America impelagata nel Vietnam, si avverte amarezza, impotenza fra le tessiture di un suono aulico (in scaletta la prima di diverse riletture di Cohen, una struggente Suzanne). Di quanto verrà dopo – il contratto con la Reprise, la fuga del manager con in saccoccia l’anticipo ricevuto (qualcosa come 150.000 dollari), il decrescente successo di album tuttavia sempre apprezzabili e talvolta memorabili (non fosse che per The Jeweler, “The Use Of Ashes” merita l’acquisto; e “These Things Too” è straordinario in toto), il ritiro dalle scene del Nostro – potete leggere su qualunque enciclopedia rock degna di tal nome. A meno che non ne abbiate una aggiornatissima, non potrete però leggere di un ritorno tramato da quei bei tomi della rivista “Ptolemaic Terrascope”, che sono andati a rintracciare Tom Rapp nello studio legale di Philadelphia, specializzato nella difesa delle minoranze, dove lavora da molti anni e lo hanno persuaso dapprima a partecipare a un festival, quindi a entrare in sala d’incisione. Il conseguente “A Journal Of The Plague Year” ha testimoniato un talento ancora vivissimo.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.438, 17 aprile 2001.

9 commenti

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9 risposte a “Pearls Before Swine – One Nation Underground

  1. Demis

    Ciao Eddy, grande disco!!! come peraltro tutte le pietre miliari degli inserti di classic rock del mucchio (dopo di te anche Federico….), amo i dischi di culto o quasi di culto come questo, ricordo il n.7 di extra con quei favolosi cento, a proposito ho visto che anche nel tuo blog sono presenti, quando ne aggiungerai degli altri? te ne viene in mente qualcuno al volo da consigliarmi? un saluto.

  2. Stefano Piredda

    E, scusa Eddy, quando riprendi con i CULTI, nel blog?
    Sono stati uno più bello dell’altro (dai Think Tree a David Ackles, dagli Autosalvage ai Fun and Games, da… a…).
    Per dire: dopo un tuo culto qui, su VMO, me so’ accattato i Golden Dawn, che mai prima avevo considerato.
    Magnifici.

    Grazie, Maestro.

  3. Enrico Murgia

    Riprenderai anche il compact rock sui cure?…spero di si.

    • Lo riprenderò certamente, se non altro per mettere per la prima volta in circolazione la versione originale e autentica, ben diversa dalla schifezza ignobile che, grazie alle manipolazioni insensate di un redattore, andò nelle librerie provocandomi un travaso di bile. Io se fossi dio recupererei tutte le copie esistenti di quel libercolo e ci farei un bel falò. Dopo di che ne cancellerei la memoria.

  4. Stefano Piredda

    E aggiungerei i Ducks Deluxe (e – ma non per me: per chi non l’ha mai sentito – Phil Shoenfelt).

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