Le Orme 1968-1980

Naturalmente era inteso, e tantopiù dagli stranieri, come un complimento ma divenne presto ed è rimasto una dannazione: gli EL&P italiani. Quando in realtà partendo dagli stessi luoghi – un organico a tre inusuale per l’assenza di un chitarrista; un’educazione sentimentale di impronta classica – Le Orme arrivavano a tutt’altri approdi.

Le Orme

Tanto vale dichiararlo subito per potere quindi passare oltre non dovendo più toccare l’argomento: incomparabilmente meglio il trio di Marghera. Rimetti orecchio alla sua discografia e se per un verso noti l’assenza di un capolavoro vero per un altro scopri che l’ispirazione si mantenne costante e variegata lungo un arco di tempo piuttosto lungo e un numero di album cospicuo (quando di Emerson e soci dopo il primo LP non si salva quasi niente). Che, se le lungaggini non mancano, usualmente si tende viceversa e addirittura a una certa economia di forme, in cui il virtuosismo di per sé è nulla e la funzionalità di ogni elemento rispetto al processo compositivo è tutto: alla fine trattasi di canzoni (in questo assai più simili i Nostri, per dire, ai Quatermass) in cui la complessità di rado va a scapito di una sorprendente immediatezza. Per cominciare un grande gruppo pop Aldo Tagliapietra e compagni. Per cominciare, appunto.

Pronto? Ciao, siamo Le Orme e visto che stai ascoltando il nostro 33 giri vorremmo aiutarti a capirlo… aiutarti a capirlo… aiutarti a capirlo…

Per essere una falsa partenza “Ad gloriam” è una delle più simpatiche e a tratti estrose che si ricordino e quando qualche anno fa “Mojo”, in una delle sue fantasmagoriche “Special Limited Edition”, lo annoverava fra i dieci migliori album di psichedelia provenienti da paesi non anglofoni chi poteva dire che avesse torto? Pubblicato da  CAR Juke Box nel 1968 e uno dei due soli 33 giri italiani dei ’60 ascrivibili al filone (essendo l’altro “Le stelle di Mario Schifano”), colloca a ruota dello spassoso incipit summenzionato una traccia omonima favolosamente in transito da Hendrix all’Asia, che David Holmes campionerà nella colonna sonora di Ocean’s Eleven. Frulla per il resto ingenuità beat e giostrine acidule, carillon marziali e ritornelli svolazzanti, oleografie di Brasile (Non so restare solo potrebbe appartenere agli Os Mutantes), tradizione italiana e ludiche incursioni nel blues (in una Conclusione che fa il paio con l’Introduzione di qui sopra). Formazione a cinque quella che lo realizza dopo troppe vicissitudini, con cambi d’organico determinati a più riprese da improvvide cartoline rosa recapitate a questo o quello dei suoi componenti, perché se ne possa dare conto in questa sede. Il 33 è stato preceduto da alcuni singoli e altri lo seguiranno, mentre è perdendo pezzi – prima il bassista Claudio Galieti; poi il chitarrista Nino Smeraldi – che il complesso assume la fisionomia che lo caratterizzerà storicamente: Aldo Tagliapietra alla voce, al basso, all’occasionale chitarra; Tony Pagliuca alle predominanti tastiere; Michi Dei Rossi alla batteria. Bizzarramente, a segnare l’addio nel 1969 a beat e psichedelia (che mercantilmente non hanno pagato) e l’adesione a quella scena che in Gran Bretagna si comincia a chiamare progressive (in Italia siamo ai prodromi dei prodromi) è un 45 giri – su un lato un estratto dal Concerto brandeburghese n.3 di Johann Sebastian Bach, sull’altro una rilettura del jazzista Dave Brubeck, Blue rondò à la turk – che la casa discografica butta in un cassetto dal quale non lo tirerà fuori, per mera speculazione, che nel ’73. Ce n’è a sufficienza per avviare le pratiche di un divorzio che l’uscita nel ’70 di una raffazzonata antologia, “L’aurora”, farà ulteriormente velenoso. Si firma per Philips (all’epoca un’affiliata Phonogram). Sarà un matrimonio lungo e fortunato.

Fa una tenerezza infinita a raccontarlo: qualche tempo prima Pagliuca si è recato a Londra con il duplice scopo di verificare sul campo le ultime tendenze della musica giovane e procurarsi un nuovo strumento, un marchingegno elettronico non ancora giunto nel Bel Paese, il sintetizzatore. Mica gli riesce di comprarne uno. Ed è a ragione di ciò che in “Collage” (1971) alla voce “tastiere” non si annoverano che organo Hammond e pianoforte elettrico: maneggiato con somma destrezza il primo soprattutto nel brano omonimo e inaugurale, insieme solenne ed esuberante e con un inserto clavicembalistico in prestito da Domenico Scarlatti. Attacco invero memorabile che sistema sulla mappa del suono di un gruppo totalmente reinventatosi quella che potremmo dire un’ascissa, essendo rappresentata l’ordinata dal pop-rock lirico e allucinato di Era inverno. Molto a latere, ma evidenziando già la propensione a spiazzare cui i tre non rinunceranno mai, una Cemento armato che a infilarla in una colonna sonora blaxploitation nessuno si accorgerebbe dell’intrusione. È un secondo debutto imperfetto quanto lo era stato il primo – capace di volare altissimo in una Sguardo verso il cielo fra struggimenti ed epicità per subito precipitare rovinosamente in una Evasione totale quella sì emersoniana – e comunque perfette Le Orme non lo saranno mai. Mettete in una stanza cinque cultori e chiedete loro di indicarvi l’articolo migliore del catalogo: probabile che ne scelgano cinque diversi. Io se proprio devo spendo il mio suffragio per “Uomo di pezza” (1972), il primo disco cum synth ma per fortuna senza che si esageri. Per l’appropriazione bachiana tanto sfacciata quanto felice di Una dolcezza nuova, per una Breve immagine che potrebbe appartenere ai Goblin migliori e una Aspettando l’alba che si sarebbe invece potuta ascoltare dal Banco e naturalmente e soprattutto per Gioco di bimba, malinconico quanto irresistibile valzer che uscendo su 7” promuoveva Le Orme dall’underground alla serie A commerciale della musica tricolore. Alla buon’ora: rockstar. Per la giurisprudenza prevalente è “Felona e Sorona” (1973), che vedeva la luce pure in una versione inglese con testi tradotti da Peter Hammill dei Van Der Graaf, l’album da avere dei Veneziani se se ne vuole avere uno. Mi permetto sommessamente ma recisamente di dissentire, parendomi un’opera che soccombe troppo spesso al peso delle sue ambizioni concettuali, la più progressiva nel senso negativo del termine, nonostante regali con Felona poco meno che una seconda Gioco di bimba e con All’infuori del tempo l’invenzione dei No Strange e scusate se è poco. Ho parimenti qualche perplessità rispetto a “Contrappunti” (1974), programmaticamente barocco sin dal titolo. Ne cavo una Frutto acerbo insolitamente spumeggiante di corde e un suggestivo Notturno e può anche (via, aggiungiamoci la mesmerica – rocchiana? – India) bastare così.

Sono un estimatore atipico di questo gruppo. È che per una questione anagrafica non lo seguii nella stagione aurea (conoscevo quelle tre o quattro canzoni che conoscevano tutti) e quando poi l’ho recuperato è stato giocoforza con orecchie diverse da chi lo ascoltava in presa diretta, ad esempio, nel 1975. Quell’anno “Smogmagica” suscitava controversie per l’ampliamento a quartetto della formazione e per il grande spazio che si prendeva il nuovo arrivato, il chitarrista Tolo Marton. Ne risultava un disco singolarmente rock’n’roll, con il bell’omaggio indovinate a chi di Laserium Floyd incastonato fra due deliziose rievocazioni di beat quali Ora o mai più e Primi passi, a seguire una Immensa distesa folky e acida e, dopo qualche scampolo persino hard, a suggellare del ragtime, con L’uomo del pianino, e il boogie’n’roll stoniano di Laurel Canyon. Non sono certamente queste Le Orme cui si pensa di solito e tuttavia è un bell’album. Subito dimissionario Marton, “Verità nascoste” (1976) e “Storia o leggenda” (1977) torneranno in solchi più frequentati, pur mantenendo lo schieramento a quattro con l’ingresso del più misurato Germano Serafin. La lunga stagione ruggente del progressive è agli sgoccioli e si direbbe che i ragazzi se ne rendano conto. Aggiustano il tiro asciugando gli arrangiamenti e mettendo in fila in quantità melodie e ritornelli fra i loro più ficcanti di sempre: Insieme al concerto, Vedi Amsterdam, Regina al trobadour, Un angelo, Il quadro, soprattutto una Se io lavoro che dire che sulle radio libere imperversi è un eufemismo. Più di qualcuno grida allo sputtanamento commerciale. Deve restarci di sale quando “Florian” (1979) e “Piccola rapsodia dell’ape” (1980), pur concedendosi ancora due superbe canzoni “leggere”, rispettivamente Fine di un viaggio e Charango, disegnano spartiti ai limiti della cameristica mentre impazzano punk, disco, new wave.

Ecco, è finito il nostro ellepì. E noi siamo stanchi di registrare e andiamo a dormire. Ma voi continuate ad ascoltare ancora tante volte il nostro ellepì.

Con una formazione che comprende tuttora Tagliapietra e Dei Rossi ma non più (dal ’92) Pagliuca, Le Orme sono arrivate a sporgersi sul nuovo secolo. Dignitose e irrilevanti.

 Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.665, dicembre 2009.

8 commenti

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8 risposte a “Le Orme 1968-1980

  1. Gian Luigi Bona

    Ho comperato circa un anno fa un box con gli undici album rimasterizzati ad un prezzo ridicolo considerata la qualità e la quantità del materiale (30 € circa).

  2. Visionary

    Uno degli scheletri meglio conservati nel mio armadio……
    Li adoravo all’epoca, per me poco più che bambino sono stati un (meraviglioso) tramite alla musica, diversissima tra l’altro, che avrei poi ascoltato in età adulta.
    Gioco di Bimba, Canzone d’amore e Regina al Troubadour faranno sempre parte della storia del pop italiano.

  3. Marco Tagliabue

    Non so come, quando arrivò in casa lo stereo, mio padre (per il quale l’ideale artistico era incarnato all’epoca da Julio Iglesias), oltre alle solite raccolte Hit Parade vol. 1/2/3 … della Joker (in cui i successi del momento venivano assurdamente rifatti da incredibili apocrifi), ci portò a casa anche una raccolta delle Orme con i più grandi successi del periodo d’oro. Quel disco mi fece compagnia nei miei di anni d’oro…e lo conservo ancora oggi, furbescamente sottratto alla risicata discoteca paterna (in fondo quei dischi li comprava per noi…). Grande gruppo che prima o poi dovrò affrontare seriamente…

  4. Matteo

    Maestro, grazie al tuo bellissimo articolo ho comprato il famoso box Universal: spartano, vero, ma che musica! Mi sono ripromesso di farmi crescere barba e capelli per omaggiarli, non sapendo come altro fare…

  5. at-tawra

    grandi grandi, ho un ottimo ricordo di un live visto più o meno nel 1996, con Tagliapietra in kurta bianco e sitar d’ordinanza.

    • Mi fa molto piacere ritrovare qui, su Facebook, su un altro blog gemellato nomi e pseudonimi nei quali mi imbattevo in un certo forum. Spero che stia a significare che quella comunità non andrà dispersa.

  6. lupo di tempesta

    li seguo dal 1°45 giri,la svolta pop (allora si diceva così il termine prog non esisteva)quello che mi aveva colpito era milano 1968 vuoi perchè ero militare,vuoi perchè avevo cominciato ad ascoltare i vanilla fudge.alcune cose fatte mi hanno fatto cadere le braccia,ma in sostanza il giudizio su di loro è positivo

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