Iron And Wine – Ghost On Ghost (Nonesuch)

Iron And Wine - Ghost On Ghost

Ha naturalmente un significato, non è un caso in una discografia sempre più dominata dal caso, se a un certo punto in una carriera già ultradecennale Samuel Beam, in arte Iron & Wine, da un’indipendente sebbene di grandi peso e prestigio quale Sub Pop è passato, in Europa, sempre a un’indipendente ma con tutt’altra storia quale la 4AD nel mentre negli USA entrava in area major. Non solo una questione di numeri, facendo caso a quale major è approdato, Warner, marchio storicamente attento a costruire un rapporto con i propri artisti. E non si intenda come una bocciatura che tale matrimonio si sia esaurito apparentemente con un unico album (più un live stampato solo in vinile) dopo i ben quattro griffati Sub Pop. Sarebbe stato fra l’altro patentemente assurdo visto che proprio quel disco, “Kiss Each Other Clean”, rappresenta a oggi e di gran lunga lo zenit commerciale del Nostro, un discretamente clamoroso numero 6 nella classifica di “Billboard”. Magari sarà solo una mia oziosa speculazione, ma vedo un senso nel fare uscire il successore per la Nonesuch, cambio non di gruppo industriale ma giusto di marchio, passaggio a una griffe elitaria che potrebbe attirare sul progetto Iron & Wine l’attenzione di un certo pubblico che non lo ha finora degnato di attenzioni. È un prendere in un colpo i proverbiali due piccioni, giacché pare improbabile che quella platea più generalista che si entusiasmò per il predecessore possa non gradire “Ghost On Ghost”. Anzi! Una possibile, ulteriore nuova tappa della quietamente irresistibile ascesa di un uomo che prima di inventarsi cantautore si guadagnava da vivere da docente universitario di cinematografia.

Mai stato un ascolto ostico, Mr. Beam, nemmeno agli ormai lontani tempi (2002) di un esordio, “The Creek Drank The Cradle”, con il quale la Sub Pop faceva numero tondo (il 600 del suo catalogo) e che all’epoca recensivo per una nota rivista di alta fedeltà. Artisticamente prevedevo per costui un futuro luminoso e dove sbagliavo era pronosticandogli che sarebbe però sempre rimasto un culto, al massimo delle (non disprezzabili) dimensioni di un Bill Callahan o di un Will Oldham. Scrivendo per la medesima testata di quel sofisticato e variegato gioiellino di Americana di “The Shepherd’s Dog” (il congedo dalla Sub Pop) cinque anni dopo aggiusterò alquanto il tiro. Ci sono logica e continuità in un’evoluzione tanto costante quanto di ardua percettibilità in passaggi immediatamente successivi di Iron & Wine. Raffinatissimo e insieme ecumenico ai limiti del populismo (che come equilibrismo è rimarchevole, ma d’altronde non è che gli Steely Dan fossero un gruppo underground), “Ghost On Ghost” è perfettamente in sintonia con il revisionismo che imperversa in materia di soft rock (molto soft) anni ’70. Si sta rivalutando addirittura Christopher Cross (che ne penso? non ho ancora trovato il coraggio di riascoltarlo) e non sembra allora sfacciato che un brano come New Mexico’s No Breeze faccia chiamare in causa (sono tre decenni che scrivo di musica e dev’essere la prima volta che li cito) Seals & Crofts. Non quasi a fondo corsa, non dopo che l’album si è aperto con una Caught In The Briars un po’ Steve Miller e un po’ Jimmy Buffett, subito seguita da una The Desert Babbler che ascoltarla e immaginarsela da James Taylor è una cosa sola. Ben che gli vada, Samuel Beam diventerà piuttosto ricco. Mal che gli vada, un Jonathan Wilson del 2030 si farà ispirare da scorci di Laurel Canyon dell’anima chiamati Joy, Grass Widows, Winter Prayers. Mentre dal suo canto un coevo DJ Shadow campionerà il funky-jazz di Singers And The Endless Song e di Lovers’ Revolution.

2 commenti

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2 risposte a “Iron And Wine – Ghost On Ghost (Nonesuch)

  1. Michael Rove

    Lo sto consumando, lo trovo un disco piacevolissimo, uno dei migliori usciti quest’anno. Christopher Cross io invece l’ho riascoltato, era tra i consigliati di repubblica, inserto della domenica. Preferisco Sam Beam, e di tanto.
    Ciao,
    M.

  2. Robymrt

    Mi sembra un disco piacevole ma anche un bel po’ ruffianello. Vero anche che gli arrangiamenti sono di una qualità stratosferica.

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