Archivi del mese: aprile 2013

Velvet Gallery (22)

Featuring Posies, Young Fresh Fellows, Green Pajamas, Box Tops, Big Star, dB’s, Green, Chills, They Might Be Giants. Il mio 25% di uno dei tanti (forse troppi) articoli a più mani che caratterizzarono la storia di “Velvet”.

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Pearls Before Swine – One Nation Underground

Sulla linea di confine fra i dischi “di culto” e quelli da isola deserta.

Pearls Before Swine - One Nation Underground

Singolari incroci: a otto anni Thomas D. Rapp si piazzava al posto d’onore in un concorso per giovani talenti svoltosi in Minnesota in cui un più grandicello Robert Zimmerman (non ancora Bob Dylan) arrivava quinto; terminato il college, si iscriveva all’Università di Melbourne, Florida, la stessa frequentata da Jim Morrison. Non sarebbe assurto alla fama stellare né dell’uno né dell’altro. Come il primo è invecchiato con grazia, però lontano dal mondo della musica. Al contrario del secondo ha preferito vivere ed è rimasto un oggetto di culto piuttosto che un’icona che, trent’anni dopo gli eventi, ancora campeggia sui muri delle stanzette degli adolescenti.

Riesce per l’ennesima volta, in una bella edizione su CD curata dall’olandese Calibre (tre anni fa l’aveva pressato su vinile da audiofili la nostrana Get Back), “One Nation Underground”. Con il successivo “Balaklava” è il solo dei nove LP pubblicati fra il 1967 e il 1973 da Tom Rapp (i primi quattro a nome Pearls Before Swine; il quinto e sesto con doppia attribuzione; gli ultimi tre da solista: invisibili le distinzioni) rimasto costantemente disponibile nell’ultimo quarto di secolo. L’inatteso ritorno in scena del nostro uomo, di cui dirò più avanti, potrebbe infine propiziare una riedizione dell’intero catalogo. Prendetela come una preghiera rivolta a quel paio di marchi che, in Italia, si occupano di riedizioni. Lo faccio per voi, figlioli: io sono già fornito e mi dispiace assai che la cronica irreperibilità renda i lavori di Tom Rapp materiale da mercanti di rarità. Per intanto – se non vi va o non potete spendere troppo e magari un giradischi (poveretti voi!) manco l’avete – almeno la Nazione Underground dovreste mettervela in casa.

L’album vedeva la luce nel 1967 per i tipi della newyorkese ESP, etichetta di larghissime vedute che concedeva agli artisti ingaggiati il totale controllo della propria opera. Le dobbiamo, oltre a diversi capolavori della New Thing jazzistica (per limitarsi ai nomi più noti, classici di Albert Ayler e Ornette Coleman; oltre a una manciata di titoli dell’irregolare per antonomasia Sun Ra), il protopunk orgiastico dei Godz e il caustico folk politicizzato di Fugs e Holy Modal Rounders. Ancora altra cosa il folk-rock in acido delle Perle Davanti Ai Porci (nome preso dal Nuovo Testamento, avrete inteso; Matteo 7:16): semplice e raffinato insieme, all’incrocio fra pastorale, barocco, exotica, elettronica primitiva. Scorrete l’elenco degli strumenti adoperati. Oltre ai canonici chitarra, basso e batteria vi figurano banjo e oscillatori, mandolino e sarangi, celeste, cimbali, corni, vibrafono, clavicembalo e clavioline. Manca il theremin, che ci sarebbe stato da meraviglia. Contano? Eccome, e non solo come valore aggiunto all’incessante srotolare di arpeggi e alla voce peculiarmente blesa e perciò inconfondibile del Thomas D. Rapp. È tale la loro pregnanza melodica che otto di queste dieci canzoni starebbero in piedi benissimo nella più sobria delle vesti. Fanno eccezione le ultime due, le sole creazioni di gruppo: quel The Surrealist Waltz il cui titolo già dice tutto e l’epopea di I Shall Not Care, una parte di folk bucolico, una di innodia garagista à la Seeds, una di ondivago ragarock. Nondimeno a tutte le altre gli intarsi degli arrangiamenti regalano ulteriore grazia lunare, tono favolistico che incanta e scuote. Another Time: dolcissima. Playmate: percorsa da un organetto irrestistibile e inequivocabile inchino dinnanzi a Dylan. Ballad To An Amber Lady: ricamata di splendide armonie vocali. (Oh Dear) Miss Morse: campagnola e futurista insieme. Drop Out!: un omaggio implicito, prima di quelli espliciti, a Leonard Cohen. Morning Song: ideale congedo da viaggi compiuti restando fermi. Regions Of May: marcetta astrusa e gentile. Uncle John: primaverile pioggerella di percussioni a bagnare un basso tondo e minimale.

I Pearls Before Swine (in questo primo LP, con il leader, Wayne Harley, Lane Lederer e Robert Crissinger; più avanti sempre più Rapp e chi capita) rifuggono le esibizioni live, singolare comportamento che anziché danneggiarli rinforza l’aura di mistero che li avvolge. “One Nation Underground” vende centomila copie, risultato stupefacente all’epoca per una indipendente con problemi di distribuzione. È quasi altrettanto fortunato il successivo, al pari stupendo, “Balaklava”. Medesimo il tono, ancora inquietante la copertina, riproduzione del Trionfo della morte di Bruegel il Vecchio (su quella del primo potete ammirare un particolare del Giardino delle delizie di Hieronimus Bosch). Si fa però meno fra le righe la critica all’America impelagata nel Vietnam, si avverte amarezza, impotenza fra le tessiture di un suono aulico (in scaletta la prima di diverse riletture di Cohen, una struggente Suzanne). Di quanto verrà dopo – il contratto con la Reprise, la fuga del manager con in saccoccia l’anticipo ricevuto (qualcosa come 150.000 dollari), il decrescente successo di album tuttavia sempre apprezzabili e talvolta memorabili (non fosse che per The Jeweler, “The Use Of Ashes” merita l’acquisto; e “These Things Too” è straordinario in toto), il ritiro dalle scene del Nostro – potete leggere su qualunque enciclopedia rock degna di tal nome. A meno che non ne abbiate una aggiornatissima, non potrete però leggere di un ritorno tramato da quei bei tomi della rivista “Ptolemaic Terrascope”, che sono andati a rintracciare Tom Rapp nello studio legale di Philadelphia, specializzato nella difesa delle minoranze, dove lavora da molti anni e lo hanno persuaso dapprima a partecipare a un festival, quindi a entrare in sala d’incisione. Il conseguente “A Journal Of The Plague Year” ha testimoniato un talento ancora vivissimo.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.438, 17 aprile 2001.

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Meat Puppets – Rat Farm (Megaforce)

Meat Puppets - Rat Farm

Leggo giudizi trancianti da colleghi che stimo (e tanto di più lo sono – trancianti – perché non disgiunti da espressioni di affetto per un gruppo che volle dire tanto) su questo nuovo album dei Meat Puppets, il quattordicesimo in studio, il quarto di una seconda e anzi terza vita principiata male nel 2007 con lo stentato “Rise To Your Knees” e poi proseguita meglio. A me “Sewn Together” piacque, “Lollipop” di meno ma comunque abbastanza. Leggo giudizi trancianti, capisco il ragionamento che ci sta dietro e in parte posso condividerlo. Riassumendo: laddove almeno alcuni artisti di una o più leve prima sono riusciti a mantenersi vitali, propositivi, c’è un’intera generazione che rese la seconda metà degli ’80 degna di essere vissuta che da tempo si è arresa a un reducismo un po’ triste. Arduo contestarlo. Arduo negare ad esempio, restando sul pezzo, che negli interi quarantasei minuti che dura “Rat Farm” non spiri un refolo dell’uragano che soffia dall’ultimo Swans. Perché Mission Of Burma e Wire riescono ancora a parlare a questo nostro tempo e i Meat Puppets ci parlano solo dei bei tempi che furono? È qui che il mio giudizio diverge dai colleghi di cui sopra. Non direi che quella musica – per comodità di discorso: l’alternative che ancora non si chiamava alternative bensì college – avesse un senso e un valore solo in quel momento lì, gli anni ’80. Direi piuttosto che, aderendo a una visione sostanzialmente classica del rock, si condannava ad agire dentro schemi che più facilmente evidenziano la riduzione a mera messa in scena di ciò che fu autobiografia. E allora o continui a scrivere canzoni straordinariamente memorabili o l’irrilevanza è il tuo destino. Il problema non è la forma in sé, è l’ispirazione. Io la vedo così.

Sempre stati un family affair i Meat Puppets, o quasi sempre. Non lo erano per cause di forza maggiore a un tristissimo incrocio fra lo scorso secolo e questo, con Cris Kirkwood più morto che vivo (la moglie morta e basta), ora in galera e ora a provare a liberarsi dalla scimmia, e il fratello Curt messo non granché meglio a tenere malamente in piedi la ditta. Iattura invece che benedizione quelle tre canzoni loro eseguite dai Nirvana a/su “MTV Unplugged” a memento di quanto fosse stato strepitoso il primo decennio del trio dell’Arizona: partito dall’hardcore per approdare presto a una sua peculiare forma di post-Americana, un po’ ZZ Top e un po’ Grateful Dead, un po’ Gram Parsons e un po’ Crazy Horse. Mancante all’appello lo storico batterista Derrick Bostrom, i Kirkwood provavano a rinnovare comunque il sodalizio nel 2007 con “Rise To Your Knees”, ma era una falsa ripartenza. Dal successivo di due anni “Sewn Together” non ci si attendeva nulla, al di là della dignità, e finiva allora per somigliare a un miracolo che la scrittura riprendesse invece la consistenza dei tempi belli, che il suono sembrasse di nuovo focalizzarsi.  Migliore prova degli attempati ragazzi dal lontano (1994) e dal titolo premonitore “Too High To Die”. Due ulteriori anni ancora e “Lollipop” provava a dare definitivamente corpo alla rinascita e, senza eguagliare il predecessore, ci riusciva.

Tocca adesso a “Rat Farm”, in occasione del quale il family affair kirkwoodiano si fa al quadrato con l’ingresso in formazione di un figlio di Curt, Elmo, alla seconda chitarra. Con un altro rampollo d’arte, Shandon Sahm (il papà era Doug), sistemato dietro piatti e tamburi, uno azzarderebbe che un vento di gioventù soffi sul disco. Sono in realtà presenze ininfluenti in un lavoro dalla qualità altalenante. Discretamente alta in un paio di ballate byrdsiane, You Don’t Know e Original One, in una spagnoleggiante Waiting, nel trotterellante e graziosissimo country Sometimes Blue. Altrove – in una Leave Your Head Alone giocata sull’alternanza fra il torpido/ipnotico e il nervoso/fratturato – ci si ingegna a ricreare l’eccitazione ipercinetica fra i marchi di fabbrica storici dei Nostri, ma pare appunto un esercizio. Meglio in ogni caso della piattezza senza un guizzo di episodi come Again, Time And Money, River Rose. Meglio di una title-track che sembra di sentire una cover band dei Sublime. I Meat Puppets oggi sono questi. Prendere o lasciare. Io qualcosa prendo sapendo che sì, è pure per me una questione di affetto. Sapendo che sì, mi sto accontentando.

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House Of Love – She Paints Words In Red (Cherry Red)

House Of Love - She Paints Words In Red

Questione di tempi sbagliati: si fossero sciolti dopo la pubblicazione del secondo album, il primo su Fontana, all’apice di un successo che fu anche ragguardevole (quattrocentomila le copie vendute nel solo Regno Unito), riformandosi adesso gli House Of Love avrebbero avuto su di sé tutti i riflettori non impegnati già a illuminare il ritorno dei My Bloody Valentine. Fuori dalla scorsa settimana, “She Paints Words In Red” sarebbe stato probabilmente prima anticipato e quindi salutato come un Secondo Avvento e via con le celebrazioni. Piuttosto che dare un taglio netto a una vicenda che sarebbe stata allora raccontata con accenti da leggenda, in un fatidico 1991 in cui erano dei nuovi Smiths a un passo dal diventare dei nuovi U2 optavano invece per una sorta di implosione in moviola, prima smarrendo pezzi per strada e che pezzi – il chitarrista Terry Bickers, da sempre braccio destro del leader Guy Chadwick – e quindi, dopo un ancora grazioso “Babe Rainbow”, perdendo ogni credibilità o quasi con lo scadente “Audience With The Mind”. Alla cui altezza, e dire che non si era fatto che il ’93, al mondo – fra grunge e shoegazing, crossover e Madchester – degli House Of Love non importava in ogni caso più nulla. Reazioni all’uscita nel 2005 di un ben più che dignitoso “Days Run Away”, con il quale il sodalizio Chadwick/Bickers si ricomponeva? Zero. Si poteva sperare in qualcosa di meglio – ben otto anni dopo, in un clima comunque più propizio e dopo che qualche mese fa una riedizione superespansa del classicissimo debutto “House Of Love” aveva ottenuto una buona copertura stampa – per “She Paints Words In Red”, ma parrebbe sia una speranza destinata a venire delusa. Peccato.

Peccato davvero, perché lo avesse firmato un gruppo di esordienti si griderebbe al miracolo per “She Paints Words In Red”. Si spenderebbero e spanderebbero superlativi per cominciare per una Trouble In Mind da Paul McCartney al top e poi per l’energica eleganza di A Baby Got Back On Its Feet e il country Lost In The Blues, per il beat Money Man come per una traccia omonima languida e acidula, per una malinconica quanto suadentissima Sunshine Out Of The Rain, per una Eye Dream da fare ascoltare a Morrissey per ricordargli come si fa. Io grido al miracolo lo stesso e spero che qualcuno si fidi. Difficilmente quest’anno ascolterete del pop con le chitarre più memorabile.

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The Incredible String Band – The Hangman’s Beautiful Daughter

Un altro disco “della vita”. Immancabile in ogni viaggio oltre le porte della percezione.

The Incredible String Band - The Hangman's Beautiful Daughter

Oh dear mother what shall I do/First please your eyes and then your ears Jenny” (A Very Cellular Song)

E allora farò così. Del resto, prima ancora di ascoltare una sola nota, della Bella Figlia dell’Impiccato è la copertina a colpire, persino nel dodici per dodici del CD, figurarsi nella magnificenza trenta per trenta del vinile. Immagine potentissima, icona come il retro di “Aoxomoxoa” dei Grateful Dead (che è di un anno dopo) del sogno di una Famiglia diversa che ebbe la generazione hippie. Come lo sarà quella dei Dead, anche la comune Incredible String Band è colta sotto un albero. I musicisti ma anche amici, bambini, financo un cane. Se Garcia e compagni vestiranno casual la banda Williamson/Heron pare sortita da un nuovo Medio Evo. Iconografia squisitamente favolistica. Da lì a diciassette mesi la fiaba comincerà a dichiarare l’impossibilità di un lieto fine e ironicamente lo farà ancora in campagna, fra il fango di Woodstock. Ma sto correndo troppo. Qualche passo indietro, allora.

Robin Williamson e Mike Heron, giovincelli al limitare della maggiore età che amano pasticciare con una pletora di strumenti senza padroneggiarne nessuno, si incrociano per la prima volta al cambio di testimone fra ’50 e ’60, girando per locali a Edinburgo. Conoscenza occasionale che non si approfondisce. Decolla invece l’amicizia fra Williamson e Clive Palmer, banjoista e proprietario dell’Incredible Folk Club di Glasgow. I due suonano insieme mischiando materiali della tradizione autoctona (in gran rispolvero dacché Ewan MacColl l’ha sdoganata con una serie di storici programmi radiofonici) e di quella americana, bluegrass e jug in primis. Si fa però il 1965 prima che arrivino a incidere qualcosa e sarà soltanto un brano per una raccolta di autori vari. Anno ad ogni modo chiave quello: Heron li raggiunge, Palmer chiude il suo club e il neonato trio ne rileva più o meno la ragione sociale, battezzandosi Incredible String Band. Sommovimenti epocali sono in corso, con Dylan che ha appena elettrificato il folk sull’altra sponda dell’Atlantico e su questa un affaire chiamato Beatles con il suo indotto, il blues revival e i suoi molteplici corollari e la psichedelia che già incombe. Lo stesso Heron ha suonato errebì con tali Abstract. Se l’Incredible String Band opererà in ambito folk non sarà dunque secondo canoni revivalistici ma affastellando suggestioni di ogni dove, non solo d’America.

Programma ardito che l’omonimo esordio del 1966 porta avanti timidamente. “Scoperti” dal produttore statunitense Joe Boyd, in missione in Gran Bretagna in cerca di talenti per conto della Elektra, i tre sciorinano tradizionali e creazioni proprie declinando un blues gentile e svagato, bucolico, con tocchi surreali nei testi. Bel disco, sia chiaro, ma sin dal titolo il successivo “The 5000 Spirits Or The Layers Of The Onion”, che vede la luce nel luglio ’67, è un’altra cosa e un’altro mondo addirittura. Spaventato dal pure insignificante successo (poche migliaia di copie) del debutto, Palmer se n’è andato (darà vita ai C.O.B.) e alla coppia rimasta titolare del marchio si affiancano l’ospite Danny Thompson al basso e la voce della compagna di Robin, Licorice. Non è solo la copertina fantasmagorica a fare di quest’album il “Sgt. Pepper’s” dell’acid folk. Insomma: campi di cipolle per sempre.

Si può andare oltre? Si può. Registrato con una formazione a cinque (Williamson e Heron sempre al comando) e pubblicato nel marzo del fatidico ’68, “The Hangman’s Beautiful Daughter” è lavoro perfettamente collocabile nel tempo che lo generò e nondimeno resta di un’alterità che pochi dischi nella storia del rock possono vantare. Rock inteso in senso invero lato, siccome l’elettricità è quasi bandita (c’è un organo Hammond) e in un tripudio di plettri e percussioni si delinea un metafolk che ha elementi di cento culture in sé ma non aderisce a nessuna. World music per davvero. Folk zuppo di LSD che appena a sfiorarlo parti senza bisogno di sostanze (e se poi le sostanze le hai…). Fulcro, la A Very Cellular Song succitata: stralunata odissea di quasi tredici minuti fra fiati striduli e arazzi di percussioni, chitarre levitanti e corde esotiche, passi da minuetto e filastrocche da giardino d’infanzia. Le fanno corona altri nove brani che non si sa da dove pigliarli, fra fughe di sitar e incantesimi corali, afflati clavicembalistici e flauti che volteggiano come api attorno a un fiore. Ci credereste? Numero cinque nelle classifiche britanniche. Poteva succedere giusto allora.

Sembra inarrestabile questa banda incredibile. I Beatles se ne dicono ammirati, i Rolling Stones pure e i Led Zeppelin ne saranno sponsor esagitati anche durante il declino. I nostri eroi vanno a Woodstock, spinti da una casa discografica che presume che potranno conquistare pure l’America. E vi naufragano miserevolmente sotto il diluvio, non suonando quando avrebbero dovuto (li rileva Melanie, che da lì partirà per tragitti di gloria). Quel che è peggio, tornano a casa convertiti a Scientology. La comune si dissolve, fra litigi e meschinità. Ci saranno ancora bei dischi (il doppio “Wee Tam & The Big Huge”, “Changing Horses”, “U”), ma saranno tappe di una progressiva normalizzazione – prima una chitarra elettrica, poi la batteria e contestualmente composizioni sempre più appiattite su moduli consolidati – che porterà come ultimo approdo a LP di sconfortante mediocrità come “No Ruinous Feud” e “Hard Rope & Silken Twine”. Siamo arrivati al 1974. Alla fine.

Di Licorice non si hanno notizie dall’87, quando scomparve nel deserto dell’Arizona in circostanze sinistramente mansoniane. Il 2000 ha visto Williamson e Heron di nuovo insieme, rimpatriata inattesa come nessun’altra.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.454, 18 settembre 2001.

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Audio Review n.342

Audio Review 342

È in edicola il numero 342 di “Audio Review”. Include mie recensioni degli ultimi album  di Terry Allen, Adam Ant, Marc Carroll, Cave Singers,  Fanfana Tirana & Transglobal Underground, Foals, House Of Love,  Sananda Maitreya, Erin McKeown, Med Free Orkestra, Suuns, They Might Be Giants e Richard Thompson e di recenti ristampe di Durutti Column e Mandrill. Nella rubrica del vinile mi sono occupato di Lynyrd Skynyrd. R.E.M. e KC & The Sunshine Band.

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Velvet Gallery (21)

In questi giorni di divorzi nel loro piccolo storici mi pare appropriato postare un articolo che scrissi quando la separazione degli Hüsker Dü era una ferita che ancora sanguinava.

Bob Mould Vs Grant Hart - New Days Rising 1

Bob Mould Vs Grant Hart - New Days Rising 2

Bob Mould Vs Grant Hart - New Days Rising 3

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