Archivi del mese: aprile 2013

Velvet Gallery (21)

In questi giorni di divorzi nel loro piccolo storici mi pare appropriato postare un articolo che scrissi quando la separazione degli Hüsker Dü era una ferita che ancora sanguinava.

Bob Mould Vs Grant Hart - New Days Rising 1

Bob Mould Vs Grant Hart - New Days Rising 2

Bob Mould Vs Grant Hart - New Days Rising 3

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Game over

E l’ultimo spenga la luce.

Who's Next

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I suoni psichedelici dei 13th Floor Elevators

Lo ammetto (viste le reazioni al pezzo di ieri): mi piace vincere facile. Un altro disco “della vita”.

13th Floor Elevators - The Psychedelic Sounds Of

È la prima canzone che si ascolta nella versione cinematografica di Alta fedeltà e la direi una scelta, più che logica, obbligata: quali altre note, quali altre parole potrebbero meglio accompagnare l’inizio del racconto di Rob Fleming sulla sua vita sentimentale andata a rotoli? Non che, nel libro, Rob non elenchi alternative: Only Love Can Break Your Heart di Neil Young, Last Night I Dreamed That Somebody Loved Me degli Smiths, Call Me di Aretha Franklin. Ma non sarebbero andate altrettanto bene, prevalendo in esse il sentimento sulla stizza ragazzina che pervade You’re Gonna Miss Me. Perché solo prima di diventare grandi (e a trentacinque anni Rob non lo è ancora) si può essere così confusi e infelici per la fine di un rapporto, sanguinanti dentro e altezzosi fuori. Dacché vide la luce nel 1965, lato A del secondo 45 giri dei texani Spades portato in dote dal suo autore, da non molto aggregatosi, e poco dopo singolo d’esordio del gruppo per il quale li lasciò, You’re Gonna Miss Me fa parte dell’ABC di ogni garage-band che si rispetti, ma prima che un classico del punk è una canzone pop come poche ne sono state scritte di sì perfette ed eterne. Ritratto di angst adolescenziale degno di Phil Spector. Di adolescenza del resto se ne intendeva Roger Kynard Erickson quando la compose: aveva quattordici anni ed era pazzo per Buddy Holly, l’horror, la fantascienza. Saprà fondere questi suoi amori fors’anche troppo bene.

È il 1961. Il giovane Roger – presto Roky – frequenta il liceo a Austin ma più che agli studi è interessato ai fumetti e alla musica. Milita in una formazione studentesca, tali Roulettes, e sono probabilmente loro i primi a eseguire un brano che pare ancora più gigantesco visto in prospettiva, se si pensa che la British Invasion è parecchio in là a venire e il rock’n’roll al tempo un arnese del passato più che un terremoto del futuro. Nel 1964 lo troviamo, con l’amico George Kinney che sarà il leader degli eccellenti e sottovalutati Golden Dawn, nei Fugitives. Passa quindi agli Spades. Lo vedono all’opera i componenti di un altro complesso, i Lingsmen, e prestazioni vocali e presenza scenica sono abbastanza notevoli da indurli a un approccio. Si piacciono e Roky Erickson (voce, chitarra e armonica) si unisce a Stacy Sutherland (chitarra), Bennie Thurman (basso) e John Walton (batteria). È però l’arrivo di Tommy Hall a far quagliare l’amalgama. Personaggio stravagante costui (il più anziano della compagnia, avendo ventitré anni) e bella testa considerato che vanta una laurea in psicologia e studi di filosofia, antropologia e storia delle religioni. Non essendo propriamente un musicista si inventa uno strumento tutto suo, l’electric jug, che poi altro non sarebbe che un bottiglione nel cui collo soffia come un ossesso producendo un suono turbinoso. Narra la leggenda che la tonalità sia determinata dalla quantità di marijuana che vi è stipata. Quel che è certo è che della benedetta erbetta Hall è un consumatore e si diletta inoltre con ogni altro tipo di sostanza che possa spalancare le porte della percezione e in primis con l’ancora legale LSD. Inutile dire che, essendo i tempi e gli elementi quelli che sono, i compagni sono lieti di accodarsi alle sue sperimentazioni e non solo in musica.

Siccome lo spazio già scarseggia, me la cavo sveltamente per riferirvi dei passi che portano al debutto in lungo. Battezzatosi 13th Floor Elevators in spregio alla superstiziosa consuetudine americana che vuole che negli edifici il tredicesimo piano non venga numerato, il quintetto conquista una solida fama a Austin e dintorni sciorinando un grezzo errebì in cui da subito si insinuano gli ondeggiamenti e le fughe per la tangente dell’ancora in nuce psichedelia, popolarità che si estende a tutto il Texas grazie ai 2’24” a passo di carica (palingenetico caos) di You’re Gonna Miss Me. Il brano esce più volte, per una successione di etichette e in ultimo per la International Artists del filibustiere Lelan Rogers, torbido figuro che sta ai Nostri come il McLaren starà ai Sex Pistols. Nell’ultraconservatore Texas i comportamenti sfrontati dei cinque suscitano scandalo e presto le attenzioni della legge. Dopo un fermo per detenzione di cannabis gli Elevators si rifugiano in California e per la scena locale il loro passaggio sarà fonte di ispirazione raffrontabile all’effetto suscitato sul punk inglese dal primo tour colà dei Ramones. È però in Texas che registrano quello che non soltanto è il primo capolavoro della psichedelia ma pure il primo album a esibire nel titolo tale marchio: “The Psychedelic Sounds Of The 13th Floor Elevators”. Non millanta e per convincervi dovrebbe bastarvi il trittico che va dietro a You’re Gonna Miss Me, con le chitarre arpeggiate e il ritornello struggente di Splash 1 incastonati fra una Roller Coaster alla quale gli Spacemen 3 dovranno poco meno che tutto (pagheranno il debito) e una Reverberation i cui riverberi (ascoltati allora? c’è da dubitarne; questione di karma, di vibrazioni) raggiungeranno i Pink Floyd di Interstellar Overdrive. Mentre, sul secondo lato, Fire Engine inventa i Television (vedi Spacemen 3) e You Don’t Know manda i Byrds, più che otto, otto milioni di miglia in alto, su Marte o nei dintorni. Ovunque, la voce ringhia e l’anfora mugghia, mentre chitarre sinuose e scorticate collidono in volo con una ritmica che paventa lo sfaldamento senza cedervi. 1966, signori e signorine! Varrà di più, come coesione, il successivo “Easter Everywhere”, altra pietra miliare, ma l’impatto di “The Psychedelic Sounds” rimarrà ineguagliato, Big Bang cui i suoi artefici faticheranno a sopravvivere e qualcuno (Sutherland) non ce la farà. Arrestato nel 1969 per marijuana, Erickson penserà bene di evitare il carcere fingendosi matto: interpretazione esageratamente persuasiva che in tanti sostengono porti ancora avanti.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n. 495, 16 luglio 2002.

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La saga tragica dei Love di “Forever Changes”

Il numero di “Blow Up” attualmente in edicola contiene fra il resto il primo articolo di una nuova serie che Stefano Isidoro Bianchi ha battezzato “RPM” e nella quale ogni mese un autore (non necessariamente un collaboratore abituale del giornale stesso) “racconterà un album, un unico album: il suo rapporto personale, la sua visione critica e storica, le fantasie, i ricordi e i contesti che lo legano ad esso”. Senza limiti, né di genere musicale né di stile letterario. La serie (noblesse oblige) è stata inaugurata dal decano Riccardo Bertoncelli con un pezzo – bellissimo: una delle cose più memorabili ch’io abbia letto da quando cominciai a leggere di musica ed era il 1977 – dedicato al doppio dei Pink Floyd “Ummagumma”. L’arduo compito di andare dietro a cotanta meraviglia è toccato al sottoscritto e spero – alle prese con il classico dei classici di Van Morrison, “Astral Weeks” – di essere stato all’altezza. Se avrete la bontà di leggermi da qui a tre settimane circa, saprete dirmi.

Ho scelto “Astral Weeks” come ideale album “della vita” anche perché mai avevo avuto occasione di scriverne in precedenza. Per la stessa ragione avrei potuto cimentarmi con “Rock’n’Roll Animal” di Lou Reed, avendo invece scartato “London Calling” per il motivo opposto: troppo battuto. Ma la vera alternativa, e sono rimasto a lungo incerto, era “Forever Changes” dei Love. Probabilmente “il” disco che salverei non potendo proprio salvarne nessun altro. Ne scrivevo in questi termini sul “Mucchio”, quando Arthur Lee era ancora vivo ma non se la passava per niente bene.

Love - Forever Changes

L’unico al quale la sorte ha sorriso è il batterista Michael Stuart, che oggi fa il fotografo. Del chitarrista John Echols si sono perse le tracce ma a “Mojo”, che lo scorso giugno dedicò un articolo alla tragica saga dei Love, assicurano che è vivo. Fidiamoci. Non è viceversa più fra noi il bassista Ken Forssi, che morì per un tumore al cervello negli anni ’80 (stesso decennio che vide scomparire, in circostanze mai chiarite, un altro nome legato al gruppo californiano, il flautista e sassofonista Tijay Cantrelli). Ci ha lasciato anche Bryan MacLean, che dei Love era il numero due. Tanto per chiarire quanto il destino possa essere cinico e baro, l’infarto che se l’è portato via ha scelto un Natale, quello del 1998, per bussare alla sua porta e ha atteso che l’interesse per la sua figura, sempre un po’ negletta, si ridestasse. E quanto al leader, Arthur Lee, da quattro anni è in galera e ci resterà come minimo altri cinque, essendo stato condannato a dodici da scontare per almeno tre quarti. Grottesco il concatenarsi d’eventi che l’ha portato dietro le sbarre, insensata la durezza della condanna in rapporto al reato contestatogli, avere sparato un colpo di pistola in aria dal balcone di casa. Poiché la legge non è uguale per tutti, la sua povertà (e quindi l’inadeguatezza del legale che l’ha seguito) ha pesato sull’esito del processo, così come il precedente di una detenzione di due anni negli ’80. Mi piacerebbe pensare che la pelle scura non abbia influito ma, detto fra noi, il mondo va così e allora non prendiamoci in giro.

Già, la pelle scura. Se sistemiamo Sly Stone alla voce “funky”, Arthur Lee è, con Jimi Hendrix, la sola stella nera dell’Età dell’Oro della psichedelia. Anche se, come ricordavano le note di copertina di una raccolta, “i Love non ebbero grandi successi, solo grandi canzoni”. Non del tutto vero, dacché il loro primo 45 giri, My Little Red Book (fenomenale rilettura garagista di un classico di Burt Bacharach), sfiorò nella primavera del ’66 i Top 40 americani e il terzo, Seven & Seven Is, li violò nell’autunno successivo. Ma se il primo, omonimo album aveva raggiunto la cinquantasettesima posizione nelle classifiche statunitensi, “Da Capo” si fermò al numero 80 e “Forever Changes” a un desolante 154. La performance commerciale di uno degli LP più memorabili non della psichedelia ma del rock, non del rock ma della musica del XX secolo, si misurò, negli USA, in poche migliaia di copie. Andarono diversamente le cose in Gran Bretagna, dove arrivò al ventiquattresimo posto e da allora, era il principio del fatidico ’68, non ha mai smesso di influenzare il migliore pop chitarristico. Parlo dei dischi di etichette come la prima Creation, Aztec Camera e Orange Juice gli dovevano poco meno che tutto, e la Sarah. Parlo dei sottovalutati Pale Fountains. O, per arrivare ai giorni nostri (tanto altro vi è in mezzo) e non fare che un nome, di Belle & Sebastian, che di “Forever Changes” in certi momenti hanno la stessa malinconica lucentezza, quell’affacciarsi di nubi all’orizzonte in una di quelle giornate di estate incipiente che ti fanno credere all’esistenza di un dio.

Siccome questa non è una panoramica ma una genuflessione di fronte a un capolavoro da isola deserta, non vi racconto la storia dei Love (potete trovarla su qualsiasi enciclopedia rock) e me la cavo alla svelta riguardo ai primi due album. Dovete averli. L’omonimo mischia garage e folk corretto a LSD con un’irruenza e insieme una grazia impareggiabili. “Da Capo” aggiunge del jazz e fu il primo 33 giri ad avere un lato occupato da un’unica canzone, la stupefacente (in tutti i sensi) Revelation. “Forever Changes”, allora. Di rado disco è stato concepito in circostanze tanto drammatiche, ma nulla di ciò trapela dai suoi solchi.

È un quintetto allo sbando quello che entra in sala con il produttore Bruce Botnick per cercare di registrarlo. L’abuso di droghe ha reso Echols e Forssi incapaci di intendere e volere. MacLean è sprofondato in abissi di depressione. Non sta granché meglio Lee, che tuttavia prende in mano la situazione e accetta che Botnick convochi dei turnisti per sostituire i suoi devastati sodali. È tale lo shock per costoro che tornano ai loro posti e suonano, con intensità indicibile. Il miracolo è completato da canzoni da cuore in gola – due firmate e cantate da MacLean, le altre nove da Lee – e dai geniali arrangiamenti di archi e ottoni di David Angel. “Forever Changes” è uno di quei rarissimi album rock in cui l’orchestra non dà fastidio ed è anzi complemento indispensabile del gruppo. Lo dichiarano subito i fiati da corrida che contrappuntano le chitarre spagnoleggianti di Alone Again Or e da lì alle sapienti alternanze fra vuoti e pieni di You Set The Scene è un susseguirsi senza posa di “oh” e “ah” di meraviglia. Per il bolerus interruptus di A House Is Not A Motel, per la melodia ineffabile e la giustapposizione di plettri e archi di Andmoreagain, per le dense armonie folk di The Daily Planet, per la tenera e arcana Old Man, per il dilagare di violini che si fa filastrocca da giardino d’infanzia di The Red Telephone. E non è che la prima facciata! Perfetta come forse nessun’altra. Si riprende con la danza solare, come un Herb Alpert celebrante i misteri di Eleusi, di Maybe The People. E poi… E poi…

Arthur Lee sciolse il complesso e lo ricostituì con la medesima ragione sociale e altri musicisti. Pubblicherà ancora un LP eccellente, l’hendrixiano “Four Sail”, prima di smarrire progressivamente l’ispirazione e di intraprendere il cammino di autodistruzione che l’ha portato dove si trova oggi, in pessime condizioni di salute perdipiù.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.393, 18 aprile 2000.

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Solex: bricolage pop

Sul finire di ottobre del 1999 ricevevo una telefonata che, considerato come ci si era lasciati, mai e poi mai mi sarei aspettato: mi chiamavano dal “Mucchio” e mi chiedevano se fossi per caso interessato a riannodare i fili di una collaborazione interrottasi (malamente) oltre undici anni prima. La mia second life da quelle parti si prolungherà molto, molto più della prima, tredici anni e rotti, per poi finire se possibile anche peggio. Ma non ho rimpianti, fintanto che è durata mi sono pure divertito e adesso mi sto divertendo ancora di più. Ma tanto.

L’articolo con cui si concretizzava il mio ritorno alla base era dedicato a un’allora giovane e promettentissima artista olandese, poi un po’ scomparsa dai radar. È tornata a dare notizie di sé con un nuovo album, Solex, giusto qualche settimana fa. Quasi quasi uno di questi giorni ci butto un orecchio.

Solex

I lettori di più lunga data di questo giornale ricorderanno probabilmente la trovata malandrina con cui si festeggiò il numero 100: copertina a Springsteen e dentro un’accurata esegesi del live più sospirato della storia del rock. Perché (lo dico a beneficio dei più giovani) malandrina? Perché si era nel maggio 1986 e si sarebbe dovuto attendere un anno e mezzo prima che il vero live del Nostro raggiungesse i negozi. Quello recensito era un pesce d’aprile un mese in ritardo. Ci cascarono in tanti, anche qualche quotidiano, qualcuno si arrabbiò, i più sorrisero. Pare che molti si ingegnarono a ricostruire l’inesistente triplo spendendo un patrimonio in bootleg. Chissà se al Boss qualcuno ha mai raccontato questa storia e, in tal caso, che faccia ha fatto…

Chissà che faccia deve aver fatto Elisabeth Esselink, in arte Solex, il giorno che si è ritrovata tra le mani un “Record Collector” (rivista perdipiù non adusa a premiare sonorità innovative) in cui figurava un panegirico di un suo singolo, indicato come il migliore del mese. Più che “sogno o son desta?” deve essersi domandata se era impazzita,  oppure se era l’articolista a dare i numeri: perché lei non aveva pubblicato nessun singolo, niente di niente. Certo, aveva inciso un demo e ne aveva mandato un tot di copie in giro, però… Quel che era successo è che queste copie si erano moltiplicate passando di mano in mano, una era giunta al giornalista di “Record Collector” e costui si era esaltato al punto di inventarsi un disco pur di attirare l’attenzione su un’artista così promettente. Non fu l’unico a entusiasmarsi. La più prestigiosa tra le etichette americane di indie rock di questo decennio, la Matador, si affrettava a mettere sotto contratto la ragazza ed era solo la seconda volta (il precedente? Liz Phair) che ciò accadeva grazie a una cassetta e basta. Il resto, come si suol dire, è storia.

Per evidenziare la peculiarità del “caso Solex” sarà il caso di chiarire innanzitutto cosa non è Solex. Non è un gruppo, se non nei concerti, in cui alla Esselink si affiancano il chitarrista Geert de Groot e il batterista Robert Lagendijk e occasionalmente degli ospiti. Non è un dj nell’accezione hip hop (o house, o techno, o jungle) del termine. Non è un collagista di breakbeat e quant’altro alla DJ Shadow e nemmeno una più potabile allieva della scuola plunderphonica di mastro John Oswald. E, poco ma sicuro, non è neppure una cantautrice come comunemente si intende. Cosa è, allora? Una bestia più rara dell’araba fenice nel rock (rock?) odierno: un’artista che può dirsi originale sia per la tecnica compositiva che per gli esiti che questa produce, che sin dalla sua prima uscita discografica hanno messo d’accordo innamorati dei Portishead e paladini del Pop Group, estimatori degli Stereolab come dei Cornershop e dei Pavement collagistici della prima ora, nostalgici della new wave e ultrà dell’elettronica da ballo (benché sia ritmica, sì, ma ballabile assai poco).

Gran bell’album il debutto dell’Olandesina, “Solex Vs. The Hitmeister”, che vedeva la luce nel marzo dello scorso anno. Nella singolare genesi la chiave della sua unicità. Dovete sapere che Elisabeth Esselink lavora in un negozio di dischi usati a due passi dal distretto a luci rosse di Amsterdam. Fu nel reparto “invendibili”, quello in cui sono radunate le robacce europop, che raccattò i CD che, smontati-trasfigurati-rimontati con sublime piglio bricolagistico, le offrirono la materia prima per il fatidico demo e per l’esordio ufficiale. A rimarcare ulteriormente la vocazione al riciclaggio dell’artista olandese (in precedenza con un gruppo noise di buona fama locale, tali Sonetic Vet) il fatto che l’operazione veniva attuata usando un vetusto otto piste di terza mano e un quasi altrettanto antiquato campionatore comprati a un’asta per due spiccioli. Vi sarà chiaro a questo punto che le canzoni di Solex non somigliano minimamente a quelle saccheggiate per approntarle. Così suonerebbe DJ Shadow – ascoltate l’iniziale One Louder Solex e la conclusiva Peppy Solex – se avesse Brian Wilson come padre, Kim Deal come sorella e Tom Waits – sentitevi Some Solex – come zio. Non si sa se ammirare di più in esse la limpidezza di melodie che rimandano a “Pet Sounds” per tramite degli XTC o le sapienti articolazioni ritmiche che lanciano ponti, via hip hop, tra i Cabaret Voltaire primevi, e persino Beefheart, e la drum’n’bass.

Il recente “Pick Up”, che mentre scrivo Solex sta portando in tour pure in Italia (bizzarramente in coppia con gli apocalittici blues wavers U.S. Maple), ha mantenuto le promesse del predecessore sorpassandolo in eclettismo e immediatezza. Oggetto delle manipolazioni della Esselink sono stati stavolta stralci di concerti di classica, jazz, pop e metal da lei stessa registrati. Tocca crederle sulla parola, dacché una volta di più nel fiume della sua musica risultano irriconoscibili gli apporti dei vari affluenti. Se il brano che lo inaugura e lo intitola fa tornare alla memoria, con i suoi seducenti inserti di tromba, il Miles Davis di “Sketches Of Spain”, alle prime note di Snappy & Cocky sono i Devo che viene voglia di riesumare. Ove That’s What You Get… trasporta Henry Mancini nel XXI secolo, Superfluity ricorda la passione di Sun Ra per Walt Disney e Oh Blimey rende exotica la 4AD. Prodigi che accadono solo con Solex.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.372, 9 novembre 1999.

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Krautrock Files (9): Use Your Brain!

Chiudo questa serie di articoli sul krautrock ripescando un pezzo che dedicai a inizio 2005 a una delle etichette chiave di quella scena, la Brain.

Harmonia

Aveva naturalmente ragione Julian Cope quando, qualche anno fa, nell’incompleto e impreciso ma imprescindibile, e meravigliosamente fazioso, Krautrocksampler scriveva che “credere che tutti i gruppi teutonici dei primi ’70 suonassero krautrock è un errore”. Perché, sorvolando su una brutta etichetta con venature razziste involontarie ma evidenti (la coniò il compianto Ian McDonald, che ha poi comunque fatto tanto per farsi perdonare), a uno sguardo appena meno che superficiale appare immane lo iato fra le formazioni della Germania (allora) Occidentale che praticavano una via autoctona al rock e quelle appiattite sui modelli del genere. Non che non ce ne fossero di valide nell’enorme novero delle seconde, ma sono state le minoritarie prime a lasciare un segno indelebile: Kraftwerk, Can, Neu!, Faust, Ash Ra Tempel, Cluster, in misura minore Amon Düül II, Popol Vuh e Tangerine Dream hanno riverberato la loro influenza su molto di quanto venuto dopo, cominciando con la new wave e finendo con il post-rock, passando per ambient e techno e tanta altra elettronica ancora, in questo unici fuori dai perimetri britannico e statunitense. Ecco perché i loro dischi classici non si limitano a essere belli, già un’impresa, ma si sono rivelati in prospettiva straordinariamente importanti, mentre il resto di una produzione numericamente assai congrua non ha inciso più del coevo rock francese o italiano, o di dove volete voi, cioè meno di nulla. E però: non si tirano fuori da lì quei cinque, dieci, venti titoli di eccezionale livello? Certo che sì e dopo i doverosi capisaldi una scorribanda in retrovia fra i culti può regalare eccitanti sorprese. È appena tornata in circolazione una dozzina di titoli pubblicati in origine fra il 1972 e il 1975 dalla Brain e fra questi reperti riportati nei negozi dalla Universal si trovano tanto dei primi che delle seconde.

Splendido nome, invero rappresentativo di un’era “fuori di testa” e splendido logo, con le cinque lettere a prolungare la linea di un volto stilizzato disegnandone la calotta cranica scoperta. Ignoro chi lo ideò. So invece chi fondò la casa, giusto a inizio 1972. Furono Bruno Wendel e Günther Körber, transfughi da un altro marchio cruciale come Ohr che lasciavano per approdare al gruppo Metronome con la promessa di un’ampia libertà d’azione e portando in dote un nome già discretamente affermato, Guru Guru. Della libertà concessa loro avrebbero sempre fatto giudizioso e paraculesco uso, alternando uscite tendenti allo sperimentale con altre sulla falsariga del rock anglo-americano più in auge al momento (presumibilmente, pagando le perdite delle prime con i guadagni delle seconde) e questo da subito. Tant’è che i primi tre articoli messi in catalogo erano nientemeno che i debuttanti Scorpions di “Lonesome Crow” (distanti, persino un po’ aciduli, dal becero hard che li farà famosi), altri praticanti del rock più heavy quali i Jane e i progressivi Gomorrah. È con il numero 1004 (si era ovviamente partiti dal 1001) che Brain cominciava a entrare nella storia del rock e per certo non solo di quello tedesco. Trattasi dell’epocale esordio dei Neu!, da Düsseldorf e nati l’anno prima da una scissione dei Kraftwerk. Si ricomponeva il duo Hütter & Schneider (il primo defezionario per qualche mese) e contemporaneamente Klaus Dinger e Michael Rother andavano per la loro strada. Iconoclasta fin dalla scelta del nome la neonata creatura: “Nuovo!”, come nelle pubblicità. Ancora più provocatoria e geniale la musica declinata nell’omonimo debutto, inaugurato dall’aliena pulsazione motoristica senza melodia o cantato di Hallogallo, scampolo di minimalismo mutante in rock di macchine, presagio di new wave e noise. Nel 1973 “2” certificherà la serialità dell’operare del duo (copertina quasi uguale al primo) e, fra assortiti tribalismi industriali, una crisi di ispirazione, risolta sistemando sulla seconda facciata materiale già edito ma – incredibile ma vero – a diversa velocità. Dopo di che Dinger e Rother scioglieranno il sodalizio, salvo ripensarci per un congedo sollecitato dal produttore e mentore Connie Plank, “75”, schizofrenico capolavoro con una prima metà raccolta e intimista, fra rumori acquatici e pianismi alla Satie, e una seconda che, facendo cyberpunk il rock’n’roll, disegnava da sola metà del ’77 e molto del dopo. In origine tutti e tre su Brain, gli album dei Neu! non fanno parte di questa ondata di ristampe per la buona ragione che nel 2001 li ripubblicò Grönland (distribuzione EMI) e dunque…

Dunque il primo titolo (1006 al tempo) dell’etichetta da mettervi in casa fra quelli testé riposti in circolo è, per importanza oltre che ordine cronologico, “II”, seconda ma in realtà quarta uscita a 33 giri di un’altra coppia, Dieter Moebius e Hans-Joachim Roedelius, di Berlino loro. Mi spiego: i primi LP, “Klopfzeichen” e “Osterei”, avevano visto la luce (su semi-invisibile Schwann Arms Studio) a nome Kluster (con la “k”) e con il duo ancora un trio per la presenza di Konrad Schnitzler, ex-Tangerine Dream. Passati da Philips a Brain, i superstiti perfezionavano uno stile inaudito e che trentatré anni dopo conserva una modernità stupefacente: già qui Suicide e trance, ambient, techno-pop e techno. Con i Cluster la musica colta incontrava quella pop e né questa né quella dopo di loro – e i Kraftwerk – sarebbero più state le stesse. Se in “II” prevalgono climi ghiacciati e cupi e l’assieme suona spesso intimidente, il successivo “Zuckerzeit” opterà sovente per una cantabilità, e al limite una ballabilità, decisamente più pronunciate, con a un estremo una Rote Riki che inventa i Pan Sonic e all’altro i profumi post-exotici di Fatschi Tong e di Marzipan: molti anni dopo gli Stereolab prenderanno nota. Due anni separano i due album, un bel po’ per i ritmi produttivi del tempo, e si erano forse Moebius e Roedelius (magnifici nomi da alchimisti) presi una pausa sabbatica? Niente affatto. Con i Neu! come già visto provvisoriamente sciolti, il chitarrista Michael Rother faceva comunella con i nostri due amici e nasceva così Harmonia, “la più importante rock band di sempre” a prestar fede a Brian Eno, che al riguardo esagerò ma nemmeno tanto. Smilza ma di fenomenale pregnanza l’eredità dell’estemporaneo supergruppo, “Musik von” del ’74, “Deluxe” dell’anno dopo. Già segnalati su queste pagine negli scorsi mesi e allora ci si può limitare a ribadire: traslucide gemme di pop elettronico in grande anticipo sui tempi (ad esempio sul Bowie di “Low”). Una versione maggiormente fruibile della Eternal Music di LaMonte Young, come ebbe a scrivere il Julian, melodicamente insidiosa e ritmicamente di impatto. In “Deluxe” il trio si faceva di fatto quartetto per la presenza del batterista dei Guru Guru Mani Neumaier e, per simpatia verso la casa-madre di costui, freakedelica compagnia monegasca (di Baviera, ça va sans dire) per certi versi accostabile agli Hawkwind, mi sarebbe tanto piaciuto scrivere che dei dodici dischi ripubblicati da Universal il quinto assolutamente imperdibile dopo quelli di Cluster e Harmonia è “Guru Guru”, non un esordio come si potrebbe pensare ma la seconda uscita adulta per l’etichetta del Cervello e quarta in totale. È invece null’altro che una curiosità antiquaria con qualche guizzo giusto nella seconda parte, in una Der Elektrolurch in transito da una Spoonful narcolettica a una Who Do You Love risolta a bolero e nell’onirica ed elettricamente jazzata The Story Of Life.

Valgono un sacco di più “Steig Aus” dei concittadini Embryo, ottimo esempio di ethno-rock con un occhio al Marocco e l’altro al Bosforo, e soprattutto “A Meditation Mass” degli oscuri Yatha Sidhra, da Friburgo, a un sublime incrocio fra l’acid folk più acido, la psichedelia più dilatata e fughe da Corrieri Cosmici per tangenti astrali. Della statura di un Sergius Golowin o di un Walter Wegmüller e, se siete attenti lettori di “Extra”, dovreste sapere di cosa sto parlando. Il rimanente di quanto riedito finora oscilla dal carino all’abominevole con ogni sfumatura in mezzo. In ordine decrescente di qualità: gli hardelici Electric Sandwich, con in scaletta una I Want You che prefigura Pavlov’s Dog; gli Os Mundi, fra jazz e folk con qualche tocco hard; i Kin Ping Meh, epigoni nei momenti migliori degli Spooky Tooth o dei Deep Purple e nei peggiori degli Uriah Heep; i Jane, fra prog e heavy; e infine i sinfonici – e tremendi! – Novalis. Moltissimo si attende ancora: con impazienza, “Rocksession” degli Embryo, gli affini Lava e Sameti (da una costola di Amon Düül II) e “Black Dance” di Klaus Schulze, conclamato classico dell’elettronica più immaginifica.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.607, febbraio 2005.

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Velvet Gallery (20)

Volumi come “Rock – I 500 dischi fondamentali” e “1000 dischi fondamentali” (in prima ristampa proprio in questi giorni) avevano il loro più lontano antesignano in una lista di 100 album pubblicata sui numeri 17 e 18 (febbraio e marzo 1990)  di “Velvet”. Avendo scelto i migliori album degli anni ’80, ci prendevamo gusto e nell’estate successiva pubblicavamo un supplemento – “Velvet Gallery”, appunto – nel quale mettevamo in fila 333 titoli per raccontare la storia del rock dai primordi a – per citare gli Hüsker Dü – quegli anni importanti. Mi fa molto piacere ripubblicare l’articolo (bello polemico) che introdusse la serie. Così tanti anni dopo si può dirlo: la firma in fondo era doppia per aggiungere un surplus di autorevolezza, ma nella sostanza lo scrissi io e come lo scrissi uscì, con giusto qualche rimaneggiamento.

Goodbye Eighties - These Important Years 1

Goodbye Eighties - These Important Years 2

Goodbye Eighties - These Important Years 3

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