Caravan (Un racconto di Canterbury)

Spiccato il sense of humour, molto inglese, dei protagonisti di questa storia. Dinnanzi a un Chris Blackwell che osservava che sì, quel complesso gli piaceva assai ma il cantante lo faceva cagare, Pye Hastings sorrideva a trentadue denti e si presentava: “Piacere, sono il cantante”.

Caravan

Chissà se, partendo da un punto diverso, sarebbe stata diversa la parabola dei Caravan oppure no. Almeno all’inizio, probabilmente, una qualche differenza l’avrebbe fatta trovarsi legati a un’etichetta in prepotente ascesa quale Island piuttosto che a una che, fresca di apertura di uffici londinesi al momento della sottoscrizione del contratto, li chiudeva a tempo di record. Bisognava allora ricominciare, azzerando o quasi i mesi di prove, i tanti concerti, le prime apparizioni in TV, i favori dell’underground. Senza quell’intoppo il gruppo, potendo dare un seguito sollecito all’omonimo esordio, avrebbe avuto agio di ampliare più in fretta – e si sa che i meccanismi del successo “vero” funzionano per progressioni geometriche – la piccola base dei cultori. Come minimo, non avrebbe dovuto fare violenza al proprio fervore creativo operando una selezione spietata su un catalogo in rapido accrescimento e di livello sensazionale. Composizioni magnifiche – e non lo si scoprirà che decenni dopo – venivano accantonate e se al patron della Island la voce di Hastings non fosse spiaciuta come minimo oggi ci si troverebbe a raccontare di quattro o magari cinque grandi album dei Caravan, invece che di tre. A un imbarazzato Blackwell, che provava a rimettere insieme i cocci azzardando che la band avrebbe potuto funzionare bene anche da entità solo strumentale, e che anzi le possibilità di sfondare, in scia ai popolarissimi Nice, sarebbero state maggiori, Hastings opponeva un cortese rifiuto. “E adesso posso avere indietro il mio nastro? È l’unica copia.

È dai semi che nascono i fiori, si sa. Nel caso di Soft Machine e Caravan, e poi Matching Mole e Hatfield & The North, funzionava al contrario. In un gruppo chiamato Wilde Flowers i semini di poco meno che un’intera scena, quella – più che mero stile una filosofia di far musica scavalcando steccati – di Canterbury. Prendevano le mosse da lì, direttamente o indirettamente, tutti i nomi menzionati e che razza di metamorfosi era dal grezzo rhythm’n’blues, nondimeno già striato di jazz, degli esordi datati 1964 al più sofisticato soul circa ’65 che con sensazionale salto carpiato si faceva, l’anno dopo ancora, un beat tanto evoluto da sporgersi sull’orlo del trip lisergico ed ecco: fine degli Wilde Flowers, che per essere un complesso che in vita non pubblicò manco un 45 giri (una collezione di demo non vedrà la luce ufficialmente che nel 1994) si riveleranno più influenti di tanti nomi dalle produzioni straripanti. Hugh Hopper, Robert Wyatt e Kevin Ayers davano vita ai Soft Machine e spendevano bene il 1967 disputando a tali Pink Floyd le luci della ribalta della Londra psichedelica. A inizio ’68, proprio mentre costoro partivano per gli USA per un lungo tour di spalla alla Jimi Hendrix Experience, a Canterbury quattro Fiori Selvaggi tornavano a fare mazzetto: Pye Hastings alla chitarra e alla voce, Richard Sinclair al basso, il cugino Dave alle tastiere, Richard Coughlan alla batteria. Neonati per modo di dire, avendo ciascuno suonato con ciascun’altro minimo un anno o due, i Caravan potevano sfruttare l’ulteriore vantaggio per degli esordienti dell’indiretta raccomandazione di una sigla già affermata. L’underground londinese li adottava sveltamente ed era in uno dei club più alla moda della capitale, il Middle Earth, che in maggio i ragazzi incidevano dal vivo, non potendosi permettere uno studio di registrazione, un demo, affidato poi speranzosamente a una segretaria di Chris Blackwell. Che chissà quando lo avrebbe ascoltato non fosse che veniva a sapere che, per tramite dei buoni uffici dell’autore e aspirante produttore Tony Cox, Robbins Music aveva manifestato interesse per il gruppo. Andava come dianzi raccontato. Recuperato il nastro, Cox lo faceva ascoltare a Ian Ralfini e Martin Wyatt (no, non un parente). Definitivamente convintisi dopo avere visto i Nostri giocare in casa a Canterbury, i due si assicuravano le edizioni musicali e contestualmente procuravano loro un contratto per la appena inaugurata succursale britannica di MGM/Verve. Nessun anticipo, però, e non erano sacrifici da poco quelli da cui risultava lastricata la strada che portava in ottobre a tagliare il traguardo del debutto a 33 giri. Ne riferisce Mark Powell nelle estese note del box segnalato qui in fondo e a quelle rimando il lettore bramoso di aneddotica, che volendo potrà divertirsi anche a contare i festival cui parteciperanno nella prima metà dei ’70 Hastings e soci e le relative platee oceaniche, senza che questo si traducesse mai in un passaggio da un pur esteso culto a quel minimo di fama autentica che frutta rispettabili posizioni nelle classifiche. Il paradossale problema: un sound a suo modo unico, recepito come eccessivamente pop dalla platea progressive innamorata della pretenziosità di troppi altri e, nel contempo, costantemente spiazzante per ascoltatori abituati a musiche più lineari.

“Caravan” è esordio solido e squisito che soltanto l’estro imprendibile dei due LP successivi può, in un confronto, sminuire. Rispetto a quel che sarà dopo la forzata pausa dovuta alla subitanea fine del rapporto con Verve, in questi solchi c’è un tot in meno di luccicanza, una capacità non del tutto espressa di rendere inestricabili intrecci che sono ancora innanzitutto fra folk e un pop profumato di psichedelia, con qui un elemento di gotico che tenderà a dileguarsi e lì un tocco di hard, particolarmente incisivo in una Where For Caravan Would I? che con i suoi nove minuti è un anticipo di suite. È tuttavia con il quasi di due anni posteriore – e per i tipi della Decca, come direttamente o indirettamente i seguenti quattro lavori – “If I Could Do It All Over Again, I’d Do It All Over You” che lo stile dei Caravan classici giunge a definizione e maturazione. Laddove la Macchina Soffice aveva accentuato la propensione al free e all’astrattismo presente nei Fiori Selvaggi, tocca ai Caravan sviluppare il gusto per il pastorale, il favolistico, la melodia tonda, elegante e memorabile. Lo fanno – magistralmente – mediando più opposti: la canzone pop e la suite, strutture ben definite e rifinite e un’improvvisazione nella quale del jazz è rimasta più la lezione che il suono. Per freschezza e incisività il secondo album risulta a mio giudizio la loro prova migliore, benché in tanti, dovendo proprio scegliere, gli preferiscano il successivo “In The Land Of Grey And Pink” (1971). Fiabesco sin dal titolo e più ricco negli arrangiamenti, senza che mai però la mano calchi esageratamente ed ecco evitato il principale dei trappoloni in cui tanti complessi coevi caddero a capofitto. È in ogni caso una bella lotta.

Estremizzando ma non troppo, si potrebbe dire che i Caravan indispensabili finiscono qui. Dave Sinclair rinnova il sodalizio con Robert Wyatt nel progetto post-Soft Machine di costui, Matching Mole, e l’ingresso al suo posto di Stephen Miller (dai Delivery) sbilancia con una massiccia dose di jazz un suono che si reggeva su equilibri delicatissimi. Di per sé “Waterloo Lily” (1972) è un disco valido ma che patisce levigatezze ignote ai predecessori e soprattutto la crisi di uno dei numerosi ossimori segreto della magia Caravan: che fine hanno fatto l’energica rilassatezza e la rilassata energia d’antan? Meglio in tal senso “For Girls Who Grow Plump In The Night” (1973) che, già defezionario Miller, vede in contemporanea il rientro alla base di Dave Sinclair e l’arrivo del violista Geoffrey Richardson. È, fra molte virgolette, un ritorno al rock e che peccato che ad andargli dietro sia l’album con orchestra praticamente obbligatorio in un certo ambito in quegli anni. Pur lungi dalle nefandezze che sapete, “Caravan & The New Symphonia” (1974) è pleonastico e autenticamente memorabile giusto in una Introduction scritta appositamente da Simon Jeffes della Penguin Cafe Orchestra. Di “Cunning Stunts” (1975) l’unica cosa da ricordare è un titolo (provate a giocare con le iniziali…) che testimonia che quantomeno l’inclinazione al mordace non è andata perduta. Che razza d’ironia! Superato alla lunga solamente da “In The Land Of Grey And Pink”, certificato di platino in Gran Bretagna a tre decenni dalla pubblicazione, è questo il disco più venduto di sempre dei Caravan. Su quanto venuto dopo, inclusi i frutti di una rimpatriata durata più della prima vita, poco da dire: gli antichi incantesimi non li catturi che nell’occasionale dettaglio.

Caravan - The World Is Yours

The World Is Yours

La ripubblicazione a medio prezzo fra il 2000 e il 2001 dei primi sei album dei Caravan risultava particolarmente gradita per l’eccezionale qualità tanto del remastering – pochi dischi del 1970, per dire, suonano oggi come “If I Could Do It…” – che delle bonus. Che rendevano se possibile anche più colossali i primi tre e non facevano un soldo di danno – il contrario – ai successivi. Considerando che nel 2007 il doppio “Show Of Our Lives: At The BBC” aveva regalato agli estimatori ulteriori inaudite delizie, dal quadruplo caldo di stampa “The World Is Yours: The Anthology 1968-1976” non ci si poteva aspettare rivelazione alcuna. E difatti… Inutile per il fan terminale, non esime il neofita, che a torto penserebbe di potersela cavare con quaranta euro, dall’acquisto della cruciale trilogia di partenza, ripresa in larghissima parte ma non integralmente e sono dischi dei quali non butti via nulla. Cui prodest, allora? A tutti quelli che, con più di qualche valida ragione, hanno sempre trascurato i Caravan post-“In The Land Of Grey And Pink” e adesso, con a disposizione una scelta ben meditata della parte meno pregiata del catalogo, potranno concentrarsi sull’essenziale e scoprire – stupiti – che non è poco. Ciò detto, il dislivello qualitativo fra i primi due CD (che, dovendosi dare un voto da 0 a 10, prenderebbero un bel 9) e i secondi (7, fra molti alti e alcuni bassi) resta tanto.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.669, aprile 2010.

1 Commento

Archiviato in archivi

Una risposta a “Caravan (Un racconto di Canterbury)

  1. argiasbolenfi

    È incredibile la distanza tra i dischi classici e quelli usciti dopo il 77, pop blandissimo radiofonico a profusione, almeno i Genesis con un percorso non diversissimo hanno fatto un sacco di soldi. Poi sí dei guizzi ci sono (It’s a sad affair da Battle of Hastings ti fa innamorare subito) ma che fatica andarli a cercare. Anche i dischi solisti sono abbastanza tremendi per quello che ho sentito.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...