10 album che non regalerei al mio peggiore nemico

Ovvero: la Top 10 delle mie stroncature negli ultimi tredici anni di “Mucchio” (1999-2012). Fuori classifica, perché mai pubblicata, questa.

Lesser - Gearhound

10: LESSER “Gearhound” (n. 425,  16 gennaio 2001)

Innanzitutto, non un gruppo ma un solista, californiano, membro in passato di vari complessi fra i quali gli A Minor Forest sono forse il solo che possiate mai avere sentito nominare. Il tal caso, avrete collocato il Nostro in area post-rock. Sbagliando. Nonostante una passione dichiarata per il metal (gli A Minor Forest usavano travestirsi da Creeping Death per eseguire  cover dei Metallica) nei dischi di Lesser non c’è traccia di rock. Di hip hop, l’altro suo grande amore, almeno qualche spirito inquieto di pulsione ritmica (mai parole, se non “trovate”) e qualche clangore che ricorda i momenti di puro terrorismo dei primi Public Enemy. Ecco: immaginate Merzbow che si fa produrre dalla Bomb Squad. Potrebbe venirne fuori qualcosa come il dittico Intro/Matador Tax Deduction che inaugura questo album, il terzo per Lesser. Riguardo al quale ha dichiarato: “Non me la sentivo di incidere un altro disco inascoltabile… ‘Gearhound’ potrebbe anche essere suonato a un party”.

Già. A un raduno di assassini seriali, magari. Spero di non venire mai invitato a una festa in cui suonino questi sessantacinque intimidenti minuti a base di clangori di fabbrica, sintonie di radio slittanti, bordoni minacciosi, ritmiche fra lo spastico, il robotico e una drum’n’bass scarnificata. La prima modulazione di qualcosa che somigli a una melodia compiuta arriva a metà programma, in una The Gearhound Suite che mi ha fatto ammattire nel vano tentativo di identificare la canzone che a un certo punto sbuca, lontana, fra le stratificazioni soniche (gli Oasis?). A seguire, una trentina di minuti un po’ meno irritanti per il sistema nervoso. Album interessante. Probabilmente non lo ascolterò mai più.

Blectum From Blechdom - Haus De Snaus

9: BLECTUM FROM BLECHDOM “Haus De Snaus” (n.470, 22 gennaio 2002)

Quel che si dice impiccarsi con le proprie mani: l’ultima (seconda delle due inedite) delle ventisei tracce incluse in questa ristampa in un unico CD di due EP di Blectum From Blechdom, duo californiano al femminile indicato da molti come un nome chiave dell’odierna avanguardia elettronica, si intitola Bad Music. “C’è cattiva musica dappertutto” gorgheggiano le tipe, con sotto coretti à-à-à-ù alla Laurie Anderson che fanno tanto O Superman prima che il brano si trasformi in un Jonathan Richman alle prese con un pc invece che con la chitarra acustica. Canzone carina ma nulla più che arriva dopo oltre un’ora di – per l’appunto – cattiva musica (caritatevolmente assumendo che di musica si tratti). Sarebbe questa la nuova frontiera dell’elettronica? Stando a riviste anche parecchio prestigiose, sì. Così anche secondo i giurati del premio austriaco “Ars Electronica”, che qualche mese fa hanno coperto d’allori l’album “The Messy Jessy Fiesta”. Quello non l’ho sentito. Sarà anche meglio di questo ma, credetemi, ci vuole poco.

Fatto è che “Haus De Snaus” non solo è bruttino forte ma non è più  nuovo di quanto fosse la buonanima di Stevie Ray Vaughan quando copiava Hendrix nota per nota. Roba che i Residents o i Kraftwerk facevano venticinque anni fa e molto meglio, microwaves sgualfe e filastrocche da asilo, cigolii, cingolamenti e scheletrini disco che qualunque deficiente pasticciando con una batteria elettronica imparerebbe a produrre in cinque minuti netti. Rispetto al collega Lesser, insieme al quale vengono sempre citate per vicinanza geografica, Blectum From Blechdom si fanno preferire per tre ragioni: le loro “canzoni” sono meno irritanti, sono donne (sempre un punto a favore) e hanno facce un po’ meno di cazzo.

B.C. Gilbert - Ordier

8: B.C. GILBERT “Ordier” (n.587,  13 luglio 2004)

Tanti, tanti anni fa – scrivevo da poco di musica e nei negozi di dischi i CD erano ancora una novità tenuta in un angolo e guardata con sospetto – comprai per corrispondenza, insieme a una marea di altra roba, un 33 giri di Robert Fripp. Era in offerta a 1900 lire e perché no? Non sono più sicuro al 100% di cosa fosse, credo “Let The Power Fall” ma non ci giurerei, però ricordo con nitidezza l’album in sé e non ci vuole molto. Ve lo descrivo. Prima facciata: fate conto che qualcuno vi suoni alla porta e per venti minuti tenga il dito pigiato sul campanello. Seconda facciata: fate conto che qualcuno vi suoni alla porta e tenga il dito pigiato sul campanello. Per altri venti minuti. Lo rivendetti il giorno dopo, a 4000 lire. Non ho per questo perso il rispetto per un artista straordinario come Fripp ma nel mio libro nero un appuntino al riguardo me lo feci e come vedete non l’ho cancellato.

Non sarà “Ordier” a farmi perdere il rispetto per un artista straordinario come Bruce Gilbert – chitarrista degli Wire e già solo per questo gli andrebbe fatto un monumento – ma ascoltarlo è stata dura, molto dura. Cinquantadue minuti che sembrano cinquantadue ore di soffi e sibili e cigolii e borboglii e pernacchie e martellamenti elettronici. Due coglioni che adesso devo girare con una carriola per adagiarceli. Almeno mi avessero mandato l’edizione “seria”! Pare sia contenuta in una confezione di legno (!!!) piena di foto e me la sarei potuta rivendere bene. Invece no: un accidente di provvisorio che nessuno vorrà mai. Mi resta una curiosità: ma certi miei colleghi, che hanno descritto “Ordier” come “una manifestazione di genio”, di che droghe si fanno?

Drake - Thank Me Later

7: DRAKE “Thank Me Later” (n.674, settembre 2010)

C’è una cosa che odio più del caldo, degli assoli di batteria, persino più dell’Inter. E questa cosa è: il vocoder del cazzo (da qui in poi, per comodità e sintesi, il vdc). L’orrido marchingegno che deforma metallizzandole le voci, così da rendere sostanzialmente indistinguibile un vocalizzo di José Carreras da un rutto di Ozzy Osbourne, ebbe un fortunatamente fugace momento di gloria a cavallo fra i ’70 e gli ’80 (chi non ricorda “Trans” di Neil Young? che comunque sarebbe stato un disco di merda pure senza il vdc), per poi venire buttato nella pattumiera della Storia. Da lì è stato incredibilmente recuperato e da qualche mese si fatica a tirare su un disco di black, sia hip hop o reggae o modern soul, che non contenga almeno un po’ di vdc. Nel primo album vero di Aubrey Drake Graham, rapper canadese di lunga gavetta e ottimamente reputato, di vdc non ce n’è un po’, bensì a bizzeffe. E per quanto mi riguarda rovina completamente un disco che ha avuto ottime recensioni e si candida a vendite importanti in forza di melodie suadenti e una produzione – vdc a parte – ruffiana il giusto. Dimenticavo: detesto anche le liste di ringraziamenti e il libretto di “Thank Me Later” ne contiene due pagine in un corpo assurdo. Le detesto, ma mai quanto il vdc.

Mats Gustafsson & Sonic Youth - Hidros 3

6: MATS GUSTAFSSON/SONIC YOUTH “Hidros 3” (n.598, 2 novembre 2004)

Mando come ogni settimana una mail a Daniela Federico segnalandole i dischi di cui intendo scrivere. Perplessa la replica: Sonic Youth? Non ne abbiamo recensito uno da poco? Rispondo a mia volta con un “i marrani fanno album come cacassero” e tre giorni dopo a ben pensarci mi pare che la recensione potrebbe essere racchiusa in quelle sei parole. Ma la colonnina bisogna riempirla, se no chi impagina andrebbe in crisi e Stefani gentilmente mi ricorderebbe che mi paga, e allora cerco di sforzarmi un po’ più di quanto non si siano sforzati la Gioventù Sonica e i suoi pericolosi amici: folto elenco che a questo giro oltre al co-titolare, sassofonista  svedese di qualche fama, comprende come nome più noto quel Loren Mazzacane Connors capace ogni tanto di grandi prove ma che troppo produce e più appropriatamente dovrebbe ribattezzarsi Loren Spaccacazzo Connors.

Allora: nove brani dedicati a Patti Smith (dobbiamo addebitarle anche questi, oltre a un rincoglionimento ormai degno di Fernanda Pivano?) che sono in realtà un’unica improvvisazione, lunga sessantasei minuti da agonia di cigolii e stridori, miagolii e ruggiti e urla belluine di chitarre pippere, con solo la voce di Kim Gordon a offrire ogni tanto un lampo di umanità. Potrei definirli un surrogato di masturbazione ma mi spiacerebbe sminuire un mio hobby. Giusto per sfizio, faccio un giro sulla Rete delle Reti, nonché Madre delle Cazzate, e bestia se riesco a trovarne uno che ne parli male. Becco un pazzo che cita come metri di paragone Waits, Schönberg, Coleman, Beefheart e i Velvet e a quel punto mi arrendo.

Merzbow - Dharma

5: MERZBOW “Dharma” (n.462,  13 novembre 2001)

Sono stato seriamente tentato di sviluppare in lungo questa recensione soltanto per il gusto di potere usare come titolo quella frase di John Lennon che recita “Avantgarde is French for shit”. Ora, l’ex-Beatles non sparava sull’avanguardia in toto. Sarebbe stato ben curioso visto che si scelse come compagna Yoko Ono. No, si riferiva piuttosto, con proletaria sardonicità, a certa pseudo-arte iper-solipsistica e alla metodica sopravvalutazione che certa critica opera di essa. Non la capisco ma qualcuno potrebbe pensare, se lo ammettessi, che non sono sufficientemente colto, intelligente e fico. Quindi ne parlo bene. Io non capisco Masami Akita, meglio noto come Merzbow, e ne sono felice: il giorno che stabilirò un’empatia con questo signore mi affretterò a prenotare uno psicanalista. Capisco ancora meno l’entusiasmo di taluni miei colleghi riguardo ai dischi di costui. Decine (c’è persino un cofanetto di cinquanta CD) e i più indistinguibili l’uno dall’altro, faccende per masochisti a base di rumore puro. Se avete voglia di farvi del male, “Dharma” servirà all’uopo come qualunque dei predecessori, ma potreste essere più creativi registrandovene uno da soli. Mettete insieme il tono di un modem stratificato ad libitum, un po’ di effetti da incidenti automobilistici, amplificatori saturi, passate il tutto due-tre-cinque-venticinque volte attraverso un distorsore ed ecco fatto. Potreste magari trovarvi pure voi sulla copertina di “The Wire”.

Un altro buon titolo per questa recensione avrebbe potuto essere quello di un album dello stesso Merzbow di quattro anni fa: “Rectal Anarchy”. Chissà come si dirà, in giapponese, “va a fare in culo, signor Masami Akita”.

Tortoise - Beacons Of Ancestorship

4: TORTOISE “Beacons Of Ancestorship” (n.659, giugno 2009)

La dice lunga il titolo della seconda traccia, Prepare Your Coffin, “Preparati la bara”, anche se non è chiaro a chi si rivolgano i Tortoise, se auspicabilmente a loro stessi oppure al malcapitato ascoltatore. Precisa ancora meglio il brano successivo: Yinxianghechengqi. Giuro. Ora, diletto lettore, se hai comprato il nuovo e sesto album del combo chicagoano senza attendere di sapere cosa ne pensassimo noi (difficile, visto un’uscita fissata al 22 giugno, ma tant’è) e lo hai fatto senza che altri titoli a loro modo fantastici – High Class Slim Came Floatin’ In, The Fall Of Seven Diamonds Plus One, Monument Six One Thousand – ti mettessero sull’avviso, be’, un po’ questa merda te la meriti ed è possibilissimo che ti piaccia. Perché insomma l’inarrestabile deriva tortoisiana dal post-rock alla fusion, e da quella al neo-prog, poteva già leggersi in tralice nel precedente “It’s All Around You” ma quantomeno agli sciagurati va riconosciuto di avere offerto, con i titoli chiaramente inseribili in una ben precisa tradizione di cui sopra, lampanti indizi al riguardo. Altro da dire di positivo su “Beacons Of Ancestorship” proprio non mi viene.

Bravo chi ci troverà dentro quegli influssi “techno, punk, electro, lo-fi noise” di cui delira il sito della Thrill Jockey. La verità è che uno stile che una volta era felicemente mercuriale nel suo intersecare jazz elettrico e krautrock, ambient e minimalismo, colonne sonore, dub e un’idea metafisica di folk, è oggi ingessato e tronfio. Il suono che domina “Beacons” è quello di sintetizzatori monocromatici e onanisti come manco nel ’73, quasi mai redenti da una ritmica che beotamente si bea dei suoi arzigogoli. Siamo al virtuosismo puro, al tanto rumore per non dire nulla. Suggerimenti per il prossimo disco: 1) collaborare con i Mars Volta; 2) ingaggiare un’orchestra sinfonica; 3) farsi ispirare per i titoli dal gran bestiario del progressive italiano. Per dimostrare che no, al peggio non c’è fine.

Atari Teenage Riot - Live At Brixton Academy 1999

3: ATARI TEENAGE RIOT “Live At Brixton Academy 1999”, PATRICE CATANI “Attitude PC8”, LOLITA STORM Red Hot Riding Hood (n.408,  5 settembre 2000)

Verrebbe quasi da scrivere che in fondo Alec Empire merita il successo (relativo, non si sta parlando di un Trent Reznor; ma che riesca a far fuori anche una copia dei dischi che produce è già un miracolo) che, sin dall’inizio di una carriera che comincia a essere lunghetta, riscuote. Dacché l’uomo, a suo modo, è un genio: come un Malcom McLaren e un Johnny Rotten fatti uno. Insomma, sa vendersi alla grande e la palla mondiale “Atari Teenage Riot = Public Enemy bianchi e molto più radicali” l’ha spacciata così bene che fior di riviste hanno sbattuto i mostri in copertina e fior di kritici hanno filosofeggiato al riguardo tentando disperatamente di autoconvincersi di essere intelligenti come Alec Empire, invece che dei pretenziosi coglioni. Il situazionismo (blah blah blah), il rock che incontra il gabba (blah blah blah), il cuore nero della Mitteleuropa (blah blah blah)… tutte cazzate. Se ci tenete a toccare con orecchio, beccatevi questo “Live At Brixton Academy 1999”, istantanea della tappa finale del “Revolution Action World Tour” (eh, la rivoluzione…): 26’47” di un qualcosa che potrebbe essere un frontale fra due autotreni carichi di ferraglia all’interno di una fonderia, ripetuto ad libitum. Un ammasso informe di suono svincolato da ogni struttura capace di trasformare il rumore, in qualche modo, in qualcosa definibile in senso lato come “musica”. In un’intervista concessa l’anno scorso a un noto mensile italiano, Empire dichiarava: “La nostra elettronica ha un’anima: vedo la musica che suoniamo come una versione elettronica di artisti soul come Otis Redding“. Ma vaffanculo!

Alec il genio del marketing per la sua Digital Hardcore Recordings (subito diventata, ovviamente, un’etichetta “di culto”) fa incidere anche altri. Tipo Patric Catani (di gran lunga il migliore del catalogo), che perlomeno dà una certa organizzazione al suo terrorismo sonico, forgiando una sorta di drum’n’bass industriale con varianti techno. Dovrebbero offrirmi un bel po’ di soldi per convincermi a riascoltare “Attitude PC8”, ma devo ammettere che è un lavoro che ha una sua dignità.

Le Lolita Storm hanno un nome detestabile. Meglio la musica, un incrocio metallurgico fra delle Slits al top dell’isteria e i primissimi Black Flag. Red Hot Riding Hood ha una grande qualità: dura solo 8’29” e ciò basta a farne il mio disco preferito fra tutti quelli griffati DHR.

Blevin Blectum - Talon Slalom

2: BLEVIN BLECTUM “Talon Slalom” (n.495, 16 luglio 2002)

Forse oggi mi sono alzato con i coglioni che girano (sai che novità). Forse sono troppi anni che scrivo di dischi e mi tocca scrivere di troppi dischi e il troppo stroppia. Forse non ho più pazienza per certa critica con propensione al sadomaso (ancora meno che per i suoi beniamini). Fatto sta che dopo avermi torturato per sessanta minuti e un secondo questo CD giace adesso in strada dove l’ho fatto appena volare (quasi quasi ora scendo e lo recupero; in fondo lo si può sempre rivendere). Se si dovesse essere rovinato, poco importa: tanto chi lo comprerà non lo ascolterà comunque mai, lo metterà lì in bella mostra giusto per fare vedere che lui è fico e intelligente e alla moda oh yeah. Blevin Blectum è una metà del duo Blectum From Blechdom, ragazzotte californiane spacciate come l’ultima frontiera dell’elettronica quando non fanno nulla che i Residents o i Kraftwerk o i Devo o i Throbbing Gristle o Laurie Anderson non abbiano fatto infinitamente meglio decenni prima. La formula è semplice e democratica, pure un cerebroleso può metterla in essere: un ritmo techno fratturato lì e schiamazzi da videogioco là, qualche melodia rubata e stuprata, giostrine dementi, scorreggie cosmiche, carillon impazziti, clangori metallurgici, urletti. Shakerate, schiaffate in un computer, premete qualche tasto a caso. Fatevi intervistare dalla persona giusta. Insopportabile. Conto le battute: 1430. Troppo poche per riempire la colonna. Provvedo. Quest’album è merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda.

Mars Volta - The Bedlam In Goliath

1: MARS VOLTA “The Bedlam In Goliath” (n.652, novembre 2008)

Cinque palle: un voto che non dovrebbe esistere per uno sconcio che non dovrebbe esistere e che concentra (si fa per dire!) in un’ora e un quarto il peggio degli ultimi quarant’anni di rock. Come se il punk non ci fosse mai stato. Tipo: gli Yes che incontrano i Manowar e che cazzo fanno? Ma un concept album, ovvio. Il peggio del progressive che incontra il peggio del metal. Trovo insopportabile, in “The Bedlam In Goliath”, assolutamente tutto e ho sofferto l’indicibile ad arrivare in fondo. Sia chiaro: resterà per sempre sul disco rigido del mio pc e quasi quasi lo carico anche sul lettore mp3 portatile. Per averlo sempre a portata di mano e di altrui orecchi. Così, la prossima volta che qualcuno mi dirà che campare scrivendo di musica dev’essere fantastico potrò replicargli, dandone pronta dimostrazione, che no, è proprio una vita di merda.

43 commenti

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43 risposte a “10 album che non regalerei al mio peggiore nemico

  1. cioè … tu lasci fuori la recensione di “cuts like a knife” e lasci fuori pure quella del cofanetto natalizio di quel tipo di cui non ricordo il nome, ma che tu ricorderai certamente per “altri” motivi? mi hai stupito! probabilmente hai voluto comportarti come quelle “star” che durante il concerto c’è una sola canzone che tutti si aspettano loro facciano e loro … o gliela cantano stravolta o non gliela suonano affatto 🙂 🙂 🙂

  2. Visionary

    A conferma che faccio bene a fidarmi delle recensioni del Maestro, rilevo che di questi non ne ho neanche uno, e con mio sommo piacere, specie per i Mars Volta, madonna santa…… 😉

  3. L’invettiva è un’arte e tu ne sei maestro. La 1 la 2 e l’altra delle Blectum qualche cosa sono eccezionali.

  4. giuliano

    Insomma, in questo blog sia passa da “in the land of grey and pink” a 10 dischi demmerda. Un’escursione vertiginosa.
    Ma non ti perdono di aver dato della rincoglionita a Fernanda Pivano.

  5. Anonimo

    sto godendo come un matto per la stroncatura dei marivolta che, hanno avuto vergognosamente anche una copertina sul mucchio…

  6. Filippo

    La recensione di Cust Like A Knife è quella in cui scrive cose del tipo “se questo rock ‘taglia come un coltello’, allora io tra le gambe ho un treno”? Comunque vorrei ricordare che Reckless di Bryan Adams è stato disco del mese, su un Mucchio Selvaggio di 28 anni fa circa.

    • E fu cosa buona e giusta 🙂 Quel disco era la chiusura d’un cerchio perfetto e riportò a casa ciò che Meat Loaf sembrava volerci rubare per sempre. Grande il produttore di quel disco a scegliere un disco con dentro canzoni memorabili. Stroncare un disco non è la stessa cosa che uccidere qualcuno …. puoi farti anche una risata e scoprire che altri dischi di quell’artista, o perfino anche “quel disco” ti piace lo stesso! Pur riconoscendogli alcuni dei difetti che gli vengono ascritti ti fai bastare i lati positivi. Anche Cuts Like A Knife aveva il suo perché e le sue canzoni meritevoli. (Ma mi scuso se ancora tiro fuori un disco che in questo elenco NON DOVEVA ESSERCI e che oltretutto Eddy ormai vive come il suo incubo, dal momento che spesso gli viene “ricordato”) Invece i Mars Volta io non li ho mai capiti e quindi non so se Eddy riconosce meriti ad altre loro opere. Per quanto mi riguarda nel loro caso sarei più severo, e butterei nel cesto tutte le loro “opere” ma magari è un mio limite. Anzi … certamente è così.

  7. Alessio

    Eddy mi hai fatto spaccare dalle risate. Grande anche quando scrivi stroncature.
    Goliath non l’ho scoltato, pero’ il loro primo disco è uno dei migliori cd del decennio appena concluso. che ne pensi / pensano i commentatori?
    Saluti dal Belgio
    Alessio

  8. Ricordo (e te lo dissi quando ci incontrammo di persona) con affetto una mini-recensione di un vecchio numero di Velvet dei primissimi anni 90 dove dicevi “Evitate infine i pessimi Dark Angel e il loro “(non ricordo il titolo)”. Chi lo ha fatto a distanza di una settimana sta ancora togliendo merda dalla puntina.”

    • Orgio

      Forse il disco era questo: http://www.allmusic.com/album/time-does-not-heal-mw0000268803
      E no, il tempo non cura, ma per fortuna non è un problema quando non c’è niente di malato.
      Ad ogni modo, la recensione n. 2 è oltre l’eccezionale. Eddy, è bello sapere che ogni tanto anche tu hai dischi che non ti piacciono.

      • Guarda che i dischi che mi dicono poco o nulla, o che mi fanno proprio schifo, fra i troppissimi che mi tocca ascoltare sono sfortunatamente la maggioranza. Una maggioranza sempre più ampia con il trascorrere degli anni e il crescere insensato delle uscite. In genere, non sto a perdere ulteriore tempo a recensirli.

  9. marco amendola

    io sono d’accordo con mario…i Mars Volta sono stati in toto una grandissima ciofeca e mi stupisce che alcuni critici tutt’altro che sprovveduti abbiano dato loro credito.

  10. Julio

    A me è piaciuto The Bedlam In Goliath. Posso capire che è lunghissimo e che alla lunga stanca (soprattutto nella seconda parte) però ci sono dei pezzi molto ganzi. Poi possono non piacere, si prestano molto ad essere odiati proprio per la tamarraggine che ostentano, però non mi pare il caso di metterli in una classifica dei peggio 10 album dal ’99 – ’12. Per inciso ho un amico che pensa che questo disco sia il migliore tra quelli dei TMV.

    • Ma non sono mica i peggiori album dal ’99 al 2012! Sono solo dodici dischi che mi è capitato di stroncare su una specifica rivista (su altre ne ho stroncato altri) in quel particolare arco di tempo. Comunque, dovessi fare davvero una classifica del peggio degli anni Zero i Mars Volta non potrebbero mancare.

      • Julio

        Suppongo siano proprio le sonorità loro che ti fanno cagare, quando è così non ci si può fare niente immagino…
        Per me è così con altri gruppi apprezzati/osannati da gente che stimo musicalmente e che a me fanno cagare.

  11. argiasbolenfi

    Bisogna dire che ci sono migliaia di dischi “sperimentali” che potrebbero entrare in questa classifica…
    “L’avanguardia è sempre uguale” (cit.)

  12. Roberto F.A.

    fate largo all’avanguardia pubblico di m.

      • Anonimo

        Visto che ci siamo … onoro gli skiantos ed affermo che Elio e le storie non sono geniali, e nemmeno piacevoli da ascoltare ma sono solo dei discreti musicisti enormemente paraculi. Da sempre. Solo che ora è più evidente. e chi dice il contrario 🙂 …. ha votato PD 🙂 … ed ora è pure contento del governo LettaLetta!

  13. Aurelio Pasini

    Eddy, qui però manca una stroncatura fondamentale. Non mi ricordo il disco, però ricordo che per arrivare al numero di battute riempisti le ultime righe di “merda merda merda” (o di “cagare cagare cagare”). Che disco era?

  14. Aurelio Pasini

    Rettifica, c’è e non lo avevo visto 😦

    • Aurelio Pasini

      (ai tempi comunque passò – credo – senza problemi, no?)

      • Esatto. Ai tempi scrivere che la musica – certa musica – ha rotto il cazzo non rappresentava un problema. Si riteneva addirittura che fosse coerente con lo spirito del giornale, pensa…

  15. Matteo

    Comunque il cofanetto di 50 dischi di Merzbow si chiama “Merdbox”. Giuro.

  16. Roberto D'Andrea

    Sono 10 anni che mi chiedo se i pezzi della rassegna dei 100 dischi peggiori della storia (quella pubblicata sul Mucchio Extra ) fossero tutti o quasi tuoi. Ancora oggi mi ammazzo dalle risate al leggere di chitarre infilate nel retto di Yngwie Malmsteen o dell’importanza di “Tales from Topographic Oceans” nella storia del punk rock (o forse erano Emerson Lake & Palmer? non ricordo).
    Però in effetti concordo con chi dice che scrivere di dischi “brutti” è rischioso. Cioè, perlomeno bisogna partire dal presupposto che i titolari dei dischi stessi siano comunque artisti degni di nota e/o autori di altri album perlomeno decenti. Stroncare tiziano ferro è impresa inutile.

  17. Mi sono state fatte notare un paio di mancanze rimarchevoli. Rimedio. Consideratele delle bonus tracks…

    SIGHTINGS “Arrived In Gold” (n.607, febbraio 2005)
    Lo chiamano free noise e già l’etichetta ne trasmette la pericolosità. Dicono che in gruppi come i Sightings vadano cercati gli eredi della no wave e mi chiedo: ma ne abbiamo proprio bisogno? Siccome la no wave fu sì terreno di coltura per fermenti poi fruttuosi (i Sonic Youth vengono da lì, Arto Lindsay pure e di un James Chance o un Glenn Branca non si può negare la grandezza) ma nel complesso ebbe più valore come provocazione che non per quanto produsse discograficamente. E se la “merda d’artista” la prima volta che viene esposta è una genialata dalla seconda in avanti puzza e basta. Qui siamo almeno alla terza, alla quarta, alla novantasettesima.
    E allora i Sightings, newyorkesi come la scena originale di oltre un quarto di secolo fa, con già tre album in due anni all’attivo prima di questo, e l’hype del momento, idolatrati da quella stessa stampa che ha fatto dei concittadini Oneida delle piccole star. Anche più inascoltabili, per quanto mi riguarda, di costoro, che perlomeno ai loro deliri danno forme un po’ più coese e il cui caos può essere detto, occasionalmente, in qualche misura palingenetico. Pur non avendo tendenza alcuna al masochismo, ho fatto girare nel lettore più volte “Arrived In Gold” cercando di capire, di tirarne fuori un senso e un ordine. One Out Of Ten: assortiti e sparsi disturbi, una voce vagante, stridori. Sugar Sediment: una circolare ossessione che mi fa riflettere che, se è vero che fare il critico musicale è sempre meglio che lavorare e soprattutto che lavorare in fabbrica, al reparto presse quantomeno ti riconoscono il diritto di proteggere le uniche due orecchie che hai. Odds On: un’altra pippa che già si sarebbe potuta incontrare – molto, molto tempo fa – in un disco di Throbbing Gristle, o degli Einsturzende Neubauten, ed esiste qualcosa di più patetico e retrogrado dell’avanguardia che ripete se stessa? E così via, fino a una fine che arriva misericordiosamente presto. Suono e furore, per dirla con Shakespeare, che non significano nulla. Io ne ho pieni i coglioni. Voi?

    JOHN CALE “Shifty Adventures In Nookie Wood” (n.699, ottobre 2012)
    Fa un po’ strano affermarlo di uno che esercitò un ruolo cruciale nel gruppo più influente della storia del rock, ma tant’è: con il rock John Cale ha all’incirca il medesimo rapporto che aveva Oscar Wilde con le donne. Lo frequenta insomma (un paio di rimarchevoli eccezioni nel post-Velvet furono “Fear” e “Honi Soit”) quasi solo quando avverte il bisogno di punirsi duramente. Sfortunatamente agli astanti – sempre lì nella speranza che sia invece il Cale colto a prendere il proscenio, occupandolo con miniature classiche o canzoni sublimemente eccentriche – tocca assistere al triste spettacolo. Che con questo nuovo album, il primo (live esclusi) dopo ben sette anni, comincia sin da una scaletta che propone al primo posto I Wanna Talk 2 U (xké lo fai, kazzone?) e al terzo l’agghiacciante gioco di parole Hemmingway e già lì cominci a temere che non ci siano speranze. L’ascolto va in realtà, per dirla con i conduttori di “Torta di riso”, oltre le più marronee aspettative, propinando perlopiù pomposo dance rock che oltretutto una droga che riesca a fartelo ballare non l’hanno ancora sintetizzata. Detto che dal disastro si possono volonterosamente salvare una Mary da Sylvian in vena pop e una Sandman di solennità liturgica e infiltrata di raga, la canzone da ascoltare assolutamente – una volta, non di più, trattandosi di esperienza estrema – è Mothra: stenterete a credere a quanto è orrenda.

  18. L’ho già scritto da qualche parte, ma siccome è ritornato d’argomento lo riposto.
    Sono sicuro che Massimo Stefanino non avrebbe avuto nessun problema a pubblicare la recensione di Sufjan Stevens.
    Anzi, avrebbe gradito.

  19. Mork

    Merzbow + Sightings = Wire (Blow Up?)

  20. Enrico Murgia

    A proposito di vocoder…hai sentito il nuovo dei Daft Punk? Immagino di si…che giudizio gli dai?

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