R.L. Burnside – Il bluesman che è in me

In vita mia mi sono ritrovato a collaborare alle riviste più improbabili. Fra le altre, a un bimestrale che si chiamava “Extreme Pulp” e il cui destino (vado a memoria: durò meno di un anno) credo fosse già iscritto in un nome di inquietante (quando avrebbe voluto essere ammiccante) bruttezza. Per il numero 1 scrivevo fra il resto questo breve profilo di una bella sagoma di bluesman.

RL Burnside

È senz’altro una coincidenza, dal momento che pare che R.L. Burnside sia, come altri suoi compagni di casa discografica (la Fat Possum: l’etichetta più punk che esista è un’etichetta blues; di più, al riguardo, più avanti),  analfabeta. Il fatto è che una sua canzone, The Criminal Inside Me, mette insieme i titoli dei due romanzi più memorabili di Jim Thompson, The Killer Inside Me e The Criminal. Con la spazzatura bianca da cui Thompson estraeva i suoi antieroi Burnside sembra avere in comune non solo le origini sudiste e rurali ma anche uno spettacolare cinismo. Due decenni or sono uccise un tizio in un alterco sparandogli alla nuca e se la cavò con tre mesi di carcere. Lo tirò fuori su cauzione il proprietario della piantagione in cui lavorava, che di quell’uomo tanto bravo a guidare il trattore non voleva sapere di farne a meno, e al processo il giudice lo mandò assolto riconoscendogli di avere agito per legittima difesa. Il Nostro rievoca così l’episodio: “Non intendevo uccidere nessuno. Gli ho solo sparato alla testa. Che sia morto è una faccenda fra lui e Dio”. Nemmeno il Nick Corey di Colpo di spugna, il terzo fra i capolavori di Thompson, avrebbe liquidato così un omicidio.

R.L. Burnside è la rockstar più improbabile che si sia mai vista. Tanto per cominciare, compirà il prossimo 23 novembre settantuno anni ed è assurto alla fama a quasi settanta, dopo avere inciso il primo album a cinquantaquattro (gli stessi che ha oggi Mick Jagger). Poi è un contadino nero del profondo Sud degli Stati Uniti (Mississippi, per la precisione). Infine ha dodici figli e un centinaio di nipoti, uno dei quali, il diciottenne Cedric, è il suo batterista abituale. È lui insomma a sedere dietro piatti e tamburi quando il posto non è occupato da Russell Simins, in altre faccende, di nome Jon Spencer Blues Explosion, affaccendato.

Eccoci arrivati: la Jon Spencer Blues Explosion. È stato il bislacco matrimonio con questa congrega di ex-noisester newyorkesi a rendere familiare al pubblico del rock un nome noto fino allo scorso anno giusto ai più assidui frequentatori del sottobosco blues. Il disco che ne è risultato, lo strepitoso “A Ass Pocket Of Whiskey”, ha venduto in pochi mesi oltre 40.000 copie. Più dei sei LP precedenti di Burnside messi insieme. Più dell’intero catalogo della Fat Possum. Ma sarà il caso di fare qualche passo indietro.

Alla musica del diavolo Burnside si accostò diciannovenne seguendo gli insegnamenti di un maestro d’eccezione, Fred McDowell, che il caso volle fosse il suo vicino di casa. Trasferitosi due anni dopo a Chicago, ebbe un altro maestro fuori dal comune: nientemeno che Muddy Waters, che sposò una sua cugina. Con simili esempi davanti agli occhi, qualcosa di buono doveva ben combinare. Solo che ci ha messo un sacco di tempo e per larga parte della sua vita ha portato il pane a casa spaccandosi la schiena nei campi piuttosto che suonando la chitarra. Debuttò nel 1967, partecipando all’antologia della Arhoolie “Mississippi Delta Blues”, ma l’episodio restò isolato. Solamente nel 1980 riuscirà a registrare un 33 giri, peraltro pubblicato solo in Europa. Altri tre LP, pur’essi stampati soltanto in Europa, sono andati dietro fra l’81 e l’87 a quel “R.L. Burnside Plays And Sings The Mississippi Delta Blues”. Poi, per un lustro, il nostro eroe ha suonato molto in giro per il mondo ma senza più incidere nulla. Fino al 1992, l’anno del suo esordio americano, alla veneranda età di sessantasei anni. Entra in scena Matthew Johnson.

Costui è un ragazzone bianco innamoratosi del blues poco più che bambino grazie ad alcune cassette della Chess che acquistò semplicemente perché, a due dollari, erano le uniche alla portata delle sue tasche. La passione per le dodici battute, suonate sporchissime alla maniera di Houng Dog Taylor, lo ha portato, dopo una collaborazione a “Living Blues”, a fondare nei primi ’90 la Fat Possum. Il disco con cui la inaugurò, “Bad Luck City” di R.L. Burnside, vendette nel primo anno 713 copie. Altri si sarebbero arresi: non Matthew Johnson che, novello Lomax, non ha mai smesso di percorrere le campagne alla ricerca di “nuovi” talenti, battendosi nel contempo con un fallimentare rapporto di distribuzione con la Capricorn e conquistando alla causa nomi anche celebri (come il critico del “New York Times” Robert Palmer), contagiati dal suo fervore al punto da investire soldi in una casa discografica pesantemente in rosso.

Johnson bada al sodo: registra dischi a costo quasi zero (in diretta e usando come master videocassette da un dollaro l’una: vogliamo parlare di etica lo-fi?). Il suo problema sono gli artisti stessi, tutta gente oltre i cinquanta (un altro nome interessante è Junior Kimbrough), assolutamente inaffidabile per quanto attiene gli impegni promozionali e che si ostina ciò malgrado a pagare regolarmente, anche quando le vendite sono modeste e a dispetto di una situazione finanziaria difficile nonostante la fama  crescente di R.L. Burnside. Che è colui che potrebbe, alla lunga, portare finalmente in attivo la Fat Possum. “A Ass Pocket Of Whiskey” – disco superbo, si è detto: elettrico e elettrizzante, selvatico e furente, un po’ John Lee Hooker e molto Howlin’ Wolf – continua a vendere, grazie anche ai tanti concerti del Nostro con la Jon Spencer Blues Explosion, e si sta muovendo il vecchio catalogo. Ora che l’etichetta è distribuita dalla Epitaph (l’ex-Bad Religion Brett Gurewitz sa evidentemente ancora riconoscere lo spirito del punk quando lo vede all’opera), nuovi orizzonti le si aprono.

Il rapporto fra Epitaph e Fat Possum è stato battezzato qualche mese fa da un lavoro semiantologico dello stesso Burnside, “Mr. Wizard”, e quando leggerete queste righe sarà da poco arrivato nei negozi un suo disco mai vistosi in precedenza e datato ’94, “Too Bad Jim”. Dice Matthew Johnson che questa da lui portata alla ribalta è l’ultima generazione per la quale il blues è vivo. Scomparsi costoro, morirà anche questa musica. Temo abbia ragione. Non è tuttavia con uno spirito da WWF che vi consiglio di fare la conoscenza, se già non avete provveduto, di R.L. Burnside.

Pubblicato per la prima volta su “Extreme Pulp”, n.1, ottobre/novembre 1997.

2 commenti

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2 risposte a “R.L. Burnside – Il bluesman che è in me

  1. Visionary

    Che bello rileggere della buonanima di R.L. Burnside, grazie Maestro.
    Too Bad Jim io ce l’ho, e mentre sto scrivendo queste righe ne ho approfittato per rimetterlo nel lettore: in questo istante sta suonando quella meraviglia intitolata “Fireman Ring The Bell”.
    Non vorrei ricordare male ma in quello stesso periodo fu ospite nel programma televisivo di Red Ronnie cantando proprio la canzone di cui sopra. Chissà se il rosso era consapevole di chi aveva davanti 🙂

  2. Mork

    La prima parte della recensione è da 10: non sapevo che RL avesse ucciso un uomo, ma la rievocazione fatta lo rende un dio (o un satana), al pari di Robert Johnson. Quella del blues non può che essere un’altra morale…

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