Rock With Your Parents – La quarta giovinezza di Lou Reed

Al mio cv manca purtroppo qualche articolo scritto per “Donna moderna”. Se mai mi facessero un’offerta decente io sarei disponibile, sia chiaro. Negli ormai lontani anni ’90 ne firmavo alcuni su “Tank Girl” e a ripensarci mi scappa da ridere. Fra il resto, mi chiedevano un commento a un album di Lou Reed allora fresco di stampa e rimasto l’ultimo degno di nota, con a seguire la canonica lista di “consigli per gli acquisti”.

Lou Reed - Dead Or Alive

Non è una cosa a cui pensi, ascoltando il nuovo LP di Lou Reed “Set The Twilight Reeling” (Warner Bros, nei negozi da metà febbraio), fin quando lo stesso Lou, giunto al brano che conclude e intitola l’album, non ti provoca cantando con ineffabile faccia tosta “prendimi per quello che sono… una stella che sta di nuovo salendo”: ti viene allora in mente di controllare la sua carta di identità e scopri (non che già non lo sapessi, ma l’avevi rimosso) che ha 54 (cinquantaquattro) anni. Che è come dire, tank girls care, che più che vostro padre potrebbe quasi essere vostro nonno! L’avreste mai detto sparandovi nella cuffietta del walkman l’assalto punkettone di HookyWooky o il tellurico attacco di Riptide? Non credo. E riesce proprio difficile associare a un cinquantaquattrenne la furente tirata anti-conservatori e anti-censura di Sex With Your Parents (Motherfucker): “Sono così disgustato da questa merda di destra repubblicana/da questi vecchi schifosi cui i cazzi e le fighe giovani fanno paura”. Wow! E chi sei? Ice-T? Oppure William Burroughs, uno che a ottant’anni suonati è più lucido e radicale di tanti ventenni di mia e vostra conoscenza, una dimostrazione vivente (si spera ancora a lungo) che essere giovani non è una questione d’anagrafe.

Era atteso con diffidenza, “Set The Twilight Reeling”: perché non era facile dare un seguito al trittico di capolavori (vedi discografia consigliata) che lo ha preceduto e ancora meno facile era far dimenticare la reunion dei Velvet Underground che gli è andata dietro, una rimpatriata inutile e deleteria più della già sconfortante media degli eventi di questo tipo (eppure la leggenda di quel gruppo, il più grande e influente della storia del rock, padre dei R.E.M. come dei Sonic Youth e di qualche altra decina di band fondamentali, le ha resistito). Ora che Sterling Morrison, che nei Velvet fu il contraltare chitarristico di Lou Reed, ci ha lasciati, il Mito non verrà più toccato.

Il giorno che Morrison è stato sepolto Lou Reed era a Cleveland in missione. La solita: suonare rock’n’roll. Se non ha presenziato alle esequie non è stato per insensibilità (in memoria del collega scomparso ha scritto un commosso tributo, apparso sul “New York Times”) ma perché per lui suonare è, come ha dichiarato di recente a un giornalista di “N.M.E.”, “la risposta a qualunque crisi”. E allora ecco un LP che, lungi dall’essere una terza elegia, dopo “Songs For Drella” e “Magic And Loss”, per gli amici e la giovinezza che se ne vanno, vibra di un’energia, di un ottimismo, di un amore per la vita contagiosi. E regala canzoni meravigliose come Finish Line (quasi una Walk On The Wild Side per gli anni ’90) e Trade In (quasi una nuova Perfect Day).

Sia o no merito della recente rivoluzione nella vita sentimentale del Nostro, ora legato a Laurie Anderson, resta il fatto che “Set The Twilight Reeling” ha tanto l’aria di essere, per Lou Reed, l’inizio di una quarta giovinezza. La seconda cominciò con “Transformer”, il disco che nessuno si aspettava dopo lo scioglimento dei Velvet e il deludente esordio solista di un artista che a nemmeno trent’anni sembrava un reduce. Alla terza diede il “la” lo stupefacente “New York”, molto più che l’ultima zampata di un vecchio leone, come non pochi pensarono all’epoca. E adesso…

Dieci (?) album di Lou Reed da avere. Costi quel che costi

Peel Slowly And See

“Peel Slowly And See” (Velvet Underground, cofanetto di 5 CD; Polydor, 1995) – Finalmente! Dopo l’uscita di questo box non dovremo più arrovellarci per rispondere alla fatidica e fessa domanda: quale album di rock porteresti con te su un’isola deserta? E non solo perché così ce ne porteremmo cinque, per un totale di sei ore e spiccioli di musica. I quattro LP dei Velvet più una cifra di inediti, dal vivo e in studio e un libretto da favola: si può volere qualcosa di più dalla vita? Sì! Perché non hanno messo tutto “VU”, più “Another View”, più “1969”, e la cofana non l’hanno fatta di sette CD?

1969

“1969” (Velvet Underground, album doppio; Mercury, 1974) – Tanti cavalli di battaglia e una marea di brani al tempo inediti in esecuzioni da brivido che una qualità tecnica delle registrazioni ai limiti della decenza esalta anziché affossare. Il più bel doppio dal vivo della storia del rock?

Transformer

“Transformer” (RCA, 1972) – Lasciatosi alle spalle il mezzo passo falso dell’omonimo esordio solista, Re Lou torna in quota confezionando con l’aiuto di David Bowie un capolavoro glam che tre sole canzoni, non fossero pure le altre splendide, basterebbero a rendere imperdibile: Vicious, Perfect Day, Walk On The Wild Side.

Berlin

“Berlin” (RCA, 1973) – Pazzo Lou! Dopo un disco frou frou (si fa per dire!) come “Transformer” ti va mica a confezionare una decadente e tristissima opera rock? La storia d’amore che vi si narra fra due reietti nella Berlino post-bellica è di quelle che farebbero gelatina del cuore di un serial killer.

Rock'n'Roll Animal

“Rock’n’Roll Animal” (RCA, 1974) – Il titolo la dice già lunga. Quattro classici dei Velvet Underground e un brano di “Berlin” riletti in chiave hard da una band da favola (la stessa che al tempo accompagnava Alice Cooper). Non ne escono più di album dal vivo così. Un monumento.

Coney Island Baby

“Coney Island Baby” (RCA, 1976) – Dopo lo sputo in faccia all’industria discografica di “Metal Machine Music” (64’04” di rumore allo stato brado), un LP molto più accomodante. Delizioso. La canzone che gli dà il titolo è la più bella ballata scritta dal Lou Reed post-Velvet.

Street Hassle

“Street Hassle” (Arista, 1978) – Un disco notturno e minaccioso sin dalla copertina. Stralunato come i primi PIL. Il brano che lo intitola è stato definito “una Heroin per quartetto d’archi”. Rock’n’roll sbilenco, ritmi neri, jazz. Maneggiare con cautela.

New York

“New York” (Sire/Warner, 1989) – Intendiamoci: non è che negli anni che separano “New York” da “Street Hassle” Lou Reed non abbia fatto cose buone (“The Blue Mask”, “Mistrial”) o anche ottime (“Growing Up In Public”), è solo che si trattava di lavori, per uno come lui, di ordinaria amministrazione. “New York” è invece straordinario: per i testi al vetriolo, per il gruppo che ci suona (il migliore assemblato da Lou dai tempi di “Rock’n’Roll Animal”) e per le partiture che ne fanno il più riuscito LP del Nostro dopo quelli dei Velvet e uno dei migliori album in assoluto degli anni ’80.

Songs For Drella

“Songs For Drella” (con John Cale; Sire/Warner, 1990) – I due ex-capoccia dei Velvet tornano insieme per la prima volta (fosse stata anche l’ultima!) per scrivere una messa da requiem laica per il mentore Andy Warhol. Lacrimucce e quindici canzoni memorabili.

Magic And Loss

“Magic And Loss” (Sire/Warner, 1992) – La band è per 3/4 quella di “New York” ma il tono elegiaco ne fa quasi un seguito di “Songs Fror Drella”. Evitare l’ascolto quando si è depressi.

Pubblicato per la prima volta su “Tank Girl”, n.5, aprile 1996.

13 commenti

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13 risposte a “Rock With Your Parents – La quarta giovinezza di Lou Reed

  1. Finalmente qualcuno che dà a “Transformer” ciò che gli spetta!
    Generalmente viene liquidato come “il disco pop” di Lou Reed, ma è un gioiello.
    Ciao!
    Alberto

  2. Sei un fottutissimo Venerato Maestro!

  3. Anonimo

    Temo che Donna Moderna non te lo passi. La casalinga di Voghera ha altri interessi, Dolenti declinare.

  4. Gian Luigi Bona

    Grande articolo Eddy, pensare che un tuo collega del Mucchio ha detto che tutto Lou Reed sta in Live 1969 e Rock’n’roll Animal !!!

  5. Orgio

    Me l’immagino la “ragazza carro armato”-tipo che, letto l’articolo, si fionda nel più prossimo negozio di dischi, uscendone, soddisfatta e sorridente, con l’ampio fardello sotto il braccio, pronta ad affrontare la splendida giornata inforcando gli occhiali da sole con quel gesto spigliato ma calcolato al tempo stesso, con quel fare da diva che la rivista sua diletta le ha insegnato.
    Se “Donna Moderna” ti contatta, mi raccomando, consiglia senza riserve l’acquisto di “Lulu”!

  6. Secondo me l’ultimo degno di nota del nostro Lou è Ecstasy, anzi è proprio un gran disco e forse anche superiore a Set The Twilight Reeling (pur bello). 😉

    • Stefano

      E “The Raven” dove lo mettiamo ?

      • Giancarlo Turra

        a me è piaciuto, ci sono dei risultati di grande bellezza che non soccombono a un presupposto che poteva essere una pietra al collo. Come è stato, invece, per “Lulu”. L’insostenibile pesantezza della pretenziosità.

      • giuliano

        – E “Live in Italy” dove me lo mette? Dove me lo mette?
        – Eeeh… dove je lo metto… mo’ ce penso, signò.

  7. Definire buono “Mistrial” e ottimo “Growing up in public” è una roba da toglierle quasi il saluto, ma visto che ho passato alcuni dei momenti più meravigliosi della mia vita su un manualino dell’Arcana dedicato ai Velvet Underground curato proprio da lei farò finta di non aver sentito e anzi, corro a riascoltarmi “The power of positive drinking” per una rivalutazione istantanea tipo lievito di fortuna.

    • A Friggè’, beccate questa! 🙂

      Lou Reed: Growing Up In Public (Arista)

      Nick Kent, NME, 12 July 1980

      GROWING UP IN PUBLIC finally spells out what Lou Reed’s records since 1976’s Coney Island Baby have been murmuring in varying dissonances: that the inspiration so obvious in his Velvet Underground work, and so offensively lacking in the first four years’ worth of solo product, has returned fully intact. Reed is at last ready to tackle issues with a candour and fervour that make this, his first album of the ’80s, one of the most courageous efforts of his whole career.

      In many respects, Public is a dramatic break in stride from the musical ground Reed and his band have been mining since the ensemble signed with Arista a few years ago. Rock’n’Roll Heart was pretty much expendable, but with Street Hassle Reed returned spiritually to the dark heart of White Light White Heat, though he was now working from a more structured, jazz-infused standpoint. This attempt to inaugurate a vibrant mating of jazz and rock that sidestepped the glibness of so much ‘fusion’ music was given totally free reign on the follow-up The Bells, with mixed results. Lester Bangs hailed it as the strongest brew since Miles Davis’ brilliant On The Corner, but the music was too hit-and-miss by half for my taste.

      Public forsakes this angle for the time being, perhaps because Reed realised that his experiments weren’t as fully realised as they could be, and would thus afflict the record’s central message. Indeed, Reed’s designation of the composition of all the tunes on G.U.I.P. to resident keyboard player Michael Fonfara (whose tenure with Reed stretches back to the mid-’70s) is proof of the man’s determination to concentrate staunchly on the lyrical content.

      Growing Up In Public is in fact Lou Reed’s most defiantly autobiographical record to date. Where previously he was usually concerned about constructing characters for his songs, be they the junkie narrator of ‘Heroin’ – who resurfaced on the key monologue of Street Hassle’s title track – or ‘Candy’, the girl through whose eyes the passion play of Velvet Underground 3 was focussed, Public is all first person declarations. Direct antecedents in Reed’s songbook can be located as far back as ‘Kill Your Sons’ (an old Velvets’ song finally recorded for the otherwise lamentable Sally Can’t Dance) and as recently as The Bells’ best track, ‘Families’. Growing Up In Public simply focuses on Reed’s past – the family frictions that caused him to undergo electro-shock therapy as a teenager being but one of the issues that he now views in retrospect as having shaped his life.

      More crucially, the album ties together all the loose pieces of a psycho-analytical jigsaw to grant us a self-portrait of Reed, a middle-aged man who’s produced both work of genius and hideous parodies of the same, finally finding a focus for his life.

      The record, made just after his second marriage, also is a celebration of love as life’s ultimate healing power.

      ‘How Do You Speak To An Angel’, the opening track, sets the scene perfectly: “A son who is cursed with a harridan mother/Or a weak simpering father at best/Is raised to play out the timeless classical motives/Of filial love and incest”. The bearings are pinpointed with unflinching honesty, as Reed details past tribulations that caused him to first rebel, to parody and ultimately to fully comprehend himself.

      ‘My Old Man’ is full of loathing as Reed, the son, recalls how his initial adoration of his father turned to hatred and vehement contempt: “I was sick of his bullying…And when he beat my mother/It made me so mad that I could choke…And can you believe what he said to me/He said ‘Lou, act like a man’.” Reed has never sounded so totally committed. The performance has a ferocity that makes virtually all previous deliveries tame by dint of their calculated “distance”.

      The same commitment positively explodes from the performance of a song like ‘Standing On Ceremony’, where Reed re-enacts the events of his mother’s death: “Remember your manners/Will you please take your hat off/Your mother is dying/Listen to her cough”.
      From the intense railing of these past recollections to the grand finale of ‘Smiles’, ‘Think It Over’ and ‘Teach The Gifted Children’, where the singer exults in the redeeming force of love. Reed slips in several wry, brilliant songs like the title track with its superb insights and, particularly. ‘The Power Of Positive Drinking’, which boasts a lyric as great as its title.

      There are no weak tracks here. The consistency is absolute because the issues Reed has chosen to address are so intimate they demand a complete commitment.

      Growing Up In Public may well be Lou Reed’s greatest statement on the subject of sin and redemption because it is so crucially personal. Certainly the strengths of the record’s concept (a dire word but I can’t think of a better one right now) transcend the mere adequacy of Fonfara’s music or the fact that ‘Teach The Gifted Children’ is a blatant re-write of ‘Take Me To The River’.

      But to criticise this album for its musical lapses is to miss the whole point. Lou Reed, now approaching forty, has stripped away all artifice and is speaking from the heart, addressing, universal issues every bit as vital as his former concerns. For that reason, Growing Up In Public is probably the best piece of work Lou Reed has ever been involved in. All human life is there, including yours and mine.

      © Nick Kent, 1980

  8. walter maistrello

    set the twilight reeling l’ho usato come anti depressivo ascoltandolo tutto il giorno negli anni in cui non riuscivo a dimenticare la mia ex ed il fatto di non riuscire più a reiniziare a vivere. non so perchè lo comprai, ma da lì scoprii lou. credo che me lo consigliò Dio

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