The Postal Service – Give Up (Sub Pop, 2003; ristampato 2013)

The Postal Service - Give Up

Sarò sincero: quando nel 2003 “Give Up” – frutto rimasto unico del sodalizio fino a prova contraria estemporaneo fra Ben Gibbard (Death Cab For Cutie) e Jimmy Tamborello (Dntel e Figurine) – vide la luce me lo filai poco, ma poco davvero. Per non so quale ragione diversamente da tanti altri titoli Sub Pop non me ne arrivò copia e, rubacchiatone un ascolto clandestino, non sentii il bisogno di approfondire. Mi parve caruccio e stop, aggettivo che fino a poco tempo prima mai avrei pensato di accostare a un articolo con la suddetta griffe e forse ciò avrebbe dovuto mettermi in guardia. Stupore di fronte a un successo che non era solo di critica ma anche e soprattutto commerciale. Di dimensioni tali (nei soli Stati Uniti si è superato a oggi il milione di copie vendute) da segnare uno spartiacque nella storia dell’etichetta di Seattle. È che “Give Up” ne cambiava proprio la percezione che se ne ha: dopo, l’identificazione mimetica con il grunge non sarà più possibile. Indipendentemente dal giudizio che se ne dà, che si possa e si debba definire il debutto dei Postal Service “epocale” è allora, a dieci anni dall’uscita, semplicemente fuori discussione. Proprio il decennale del lieto evento ha fornito il destro alla Sub Pop per una riedizione “Deluxe”, con il programma originale più che raddoppiato e contenuto in una confezione cartonata spettacolare come poche mi è capitato di vederne dacché l’avvento del CD inferse un colpo mortale all’arte della copertina. E questa ristampa me la sono fatta mandare.

Sarò di nuovo sincero: molto, molto meglio che nel ricordo, “Give Up”. Resta nondimeno uno degli album più facili da raccontare nei quali mi sia mai imbattuto: mi sembrò al tempo e continua a parermi oggi una collezione di apocrifi dei Pet Shop Boys. No, sul serio, la somiglianza è impressionante: stessi schemi, stesse atmosfere, stessi suoni (solo un po’ più lo-fi) e all’incirca stessa voce. Cosa è cambiato? Che quelle che mi parvero delle discrete imitazioni oggi mi sembrano delle signore canzoni, degne in tutto e per tutto di un modello per il quale, per inciso, ho sempre avuto un debole. Un paio sono di caratura superiore: Recycled Air, con i suoi coretti; We Will Become Silhouettes, con un attacco tastieristico da urlo. Belle belle belle e una tantum è piuttosto pregiato pure un corredo di bonus che comprende fra il resto vari remix e due cover-tributo eseguite da Shins e Iron & Wine. E sono arrivato al punto. A un terzo del secondo dischetto emerge un brano immediatamente familiare e che impieghi quei cinque secondi a renderti conto che è a sua volta una cover. È un pezzo che sovrasta quanto lo circonda (primo CD incluso) dalla cintola in su. In materia di pop, un assoluto capolavoro. Imbarazzo rendendosi conto di chi ne è l’autore: tal Phil Collins, lo avrete sentito nominare.

Insomma: uno dei dischi più cruciali dell’indie USA degli ultimi dieci anni è una raccolta di canzoni che i Pet Shop Boys non sapevano di avere scritto e lo zenit della sua riedizione deluxe è una rilettura di Phil Collins. Il dibattito sullo stato di salute attuale di certo rock potrebbe cominciare e finire qui.

1 Commento

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Una risposta a “The Postal Service – Give Up (Sub Pop, 2003; ristampato 2013)

  1. Anonimo

    Scusa VM ma perché nessuno commenta questo capolavoro?

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