It’s Jo And Danny: quelli a bocca aperta (che siamo noi)

Chi si ricorda più di It’s Jo And Danny? O meglio: quanti oggi li conoscono? Per certo ne conservano memoria tutti coloro che nel 2000 furono messi al tappeto da un esordio quietamente clamoroso. Sfortunatamente, i pur gradevoli lavori successivi non ne erano all’altezza. Sfortunatamente, l’hype si spegneva presto e al suo estinguersi contribuivano scientemente proprio i nostri amici. Per poi celarsi al mondo dietro un’altra ragione sociale (The Yellow Moon Band) per la quale qualcuno avrà pur speso qualche buona parola ma io non ne ho mai letto alcuna. Quel che fondamentalmente ci resta di costoro è un singolo, splendido album da ascrivere senza “se” e senza “ma” alla categoria “dischi di culto”.

It's Jo And Danny - Lank Haired Girl To Bearded Boy

Tante cose mi sono piaciute dell’esordio di questi due tutt’altro che debuttanti che rispondono ai nomi di Jo Bartlett (la ragazza dai capelli lisci) e Danny Hagan (il ragazzo barbuto): naturalmente le canzoni; poi una registrazione, artigianale ma di grande raffinatezza, esemplarmente attenta al dettaglio, che restituisce al lo-fi un senso e  vestigia di buon nome; quindi una copertina di cui dirò più avanti; infine, persino i titoli delle canzoni. Che fanno venire in mente vecchi Urania sgualciti (Solar Plexus) o fumetti ingenuamente trasgressivi (Benbecula, che poi chissà che vuol dire; tacerò cosa mi ha riportato alla memoria), volumi di salmi (Repentant Song, Pilgrim’s Prayer) e sbiadite istantanee di lontane Estati dell’Amore per  qualcuno mai finite (Hippy Thinking, Love Expression). Il mio preferito è il nono e ultimo, The Ones With Open Mouths, quelli a bocca aperta.

Che siamo noi di fronte a un lavoro che lancia ponti fra il folk acido d’antan e i Portishead, via Mazzy Star, e solo tanto per cominciare. Che sono Jo e Danny messi dinnanzi alle infinite possibilità offerte dal pentagramma. Prima ancora che dei musicisti innanzitutto dei fans, come certifica il soggiorno di casa immortalato in copertina. Sulla parete di fondo uno scaffale stracarico di LP in vinile. Sul pavimento, in studiato disordine, fra un vassoio con resti di colazione, bottiglie di vino, libri, una chitarra e un mixer (che è probabilmente quello utilizzato per registrare “Lank Haired Girl To Bearded Boy”), giacciono alcuni dischi. Si riconoscono “4” dei Chieftains, il Velvet Underground con la banana e vicino gli Orange Juice, il primo Bob Dylan e “Straight Outta Compton” degli N.W.A. Tutte influenze dichiarate dalla nostra coppia e converrete che è un insieme ben strano, dacché se si può (rin)tracciare, con qualche forzatura, una linea che congiunge i Chieftains con il bardo di Duluth e gli Orange Juice si potevano dire in qualche misura discendenti dai  Velvet (soprattutto ipotizzando un universo parallelo nel quale Lou Reed aveva come sodale, invece di John Cale, Arthur Lee dei Love), ci si chiede cosa c’entri la posse che fu dello sfortunato Eazy E. Del cui influsso non vi è sentore in un disco che approda al sognante folk-pop con chitarre bluesy di The Ones With Open Mouths partendo dagli otto minuti di acustiche a spron battuto che man mano si elettrificano/irruvidiscono/illividiscono (mentre sotto, sopra, di fianco scorazzano rumori volanti non identificati) di Solar Plexus. Un gioiello di psichedelia senza tempo.

Tappe intermedie: Hippy Thinking, un incontro a mezza via fra Incredible String Band e Belle & Sebastian che se me l’avessero raccontato non ci avrei creduto; Benbecula, stridii di uccelli, arpeggi sciolti, voce narrante e a congedo un fantasma di giga; Repentant Song, melodia istantanea e coro alla R.E.M.; Love Expression, ossia i Mazzy Star che fanno un picnic con gli XTC; Arkle, elastico incedere di chitarre e percussioni baciato da una tromba di Spagna; Bell’s Corner, frammento di Mille e una notte (in lisergico viaggio); Pilgrim’s Prayer, che sono i Portishead versione bucolica e sotto funghi (non sott’olio). 35’41” in tutto e per una volta, in quest’epoca di CD inutilmente, perniciosamente lunghi, se ne vorrebbe di più. Ma forse, per preservare la meraviglia, quel sense of wonder che fa grandi It’s Jo And Danny, di più sarebbe di meno.

Aspetterò allora con pazienza – aspetteremo, spero – altri dispacci, a partire da un EP annunciato per agosto, da questa coppia conosciutasi ragazzina quindici anni or sono, durante una vacanza alle Ebridi, e trasferitasi a Londra sull’albeggiare dei ’90. Di ciò che è accaduto da allora a oggi so poco, giusto quanto racconta il libretto e quel che ho raccattato frugando fra i ritagli di una cartelletta stampa gonfia di elogi come di rado capita per degli sconosciuti che si sono fatti un album in casa e se lo sono pubblicati da soli, perché nessun discografico (o tempora!) ha avuto orecchie per intendere. Scarne note che parlano di un gruppo chiamato Go! Service che suonò di spalla ai misconosciuti giganti Television Personalities e diventò poi Blue Train, pubblicando con tale ragione sociale un paio di 45 giri che oggi cambiano di mano  a trenta-quaranta sterline ciascuno. Di un altro di nome Jumprope, il cui grunge melodico riscosse consensi e un “singolo della settimana” (che non si nega a nessuno) da qualche parte, ma durò un mattino. Di un altro chiamato Plaza che si estinse anche più in fretta.

Non avendo l’animo dell’archivista, vi confesserò che non mi interessa nemmeno saperne di più. Che quasi quasi mi dispiace che Mister Hagan e Miss Bartlett abbiano un passato (che peraltro loro stessi tendono ad accantonare; perché non rispettare questa voglia di oblio?). Avrei preferito pensare a “Lank Haired Girl To Bearded Boy” come a un disco uscito dal nulla. Completamente innocente. Uno di quei piccoli miracoli che il pop britannico dispensa con parsimonia e che, sì, lasciano a bocca aperta.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.394, 25 aprile 2000.

11 commenti

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11 risposte a “It’s Jo And Danny: quelli a bocca aperta (che siamo noi)

  1. Stefano Piredda

    D’accordissimo.

    E che i Television Personalities siano dei “misconosciuti giganti” andrebbe scritto sui muri…

  2. l’ho cercato ed ora sono completamente immerso. Grazie

  3. Henry Trave

    Si trova a pochissimi euri su amazon, lo prenderò sicuramente.
    Henry

  4. E’ vero, anch’io fui di quelli rimasti con la bocca aperta. Tonda come un uovo.

  5. at-tawra

    non perdo mai l’occasione, quando capita qualcuno ricettivo in casa, di avvicinarlo a questo gioiellino. Che poi è anche una delle mie copertine favorite di sempre.
    C’è tutto l’amore per la musica ed il nostro mondo in quello scatto, ma tipo tutto.

  6. NicoTizi

    “C’è tutto l’amore per la musica ed il nostro mondo in quello scatto, ma tipo tutto” è una frase bellissima. Sto disco l’avevo mancato, ma vado subito a recuperare.Grazie Maestro.

  7. Demis

    Grazie Maestro, un disco di una bellezza disarmante! ma non dovevi ricominciare con i culti? che ne dici di SCOTT4 RECORDED IN STATE LP? i tuoi articoli sono semplicemente fantastici!

    • Sì, devo assolutamente ricominciare. Purtroppo negli ultimi giorni sono stato molto assorbito da una ben nota vicenda e ora c’è il numero estivo di “Blow Up” da chiudere. Coming soon.

  8. Demis

    Grazie, spero presto, non posso stare troppo a lungo senza culti, che ne pensi dei scott 4? ricordo furono recensiti in maniera entusiastica sul Mucchio allora settimanale.

  9. Nicholas

    Povero eddy, la nostra sete di culti in beneficenza non si ferma neanche dinnanzi ai suoi impegni lavorativi.
    Suggerisco una cosa che probabilmente sarà stata già detta da qualcun altro nel blog: a me piacerebbe davvero tanto leggere qualche commento su libri di argomento musicale, naturalmente anche su libri in lingua straniera. Una cosa del genere “guida alla formazione di una bliblioteca analitica-musicale ” a puntante proprio come i culti.

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