Archivi del mese: maggio 2013

Savages – Silence Yourself (Pop Noire)

Savages - Silence Yourself

Naturalmente non è colpa mia se ho gli anni che ho e ho ascoltato i dischi che ho ascoltato. E altrettanto naturalmente non è una colpa, per chi è più giovane, non avere ancora avuto il tempo né di passare al vaglio quelle tre o quattro decine di migliaia di album né di farsi sufficientemente smaliziato. O cinico, se preferite. Li posso capire i critici ragazzini e soprattutto ragazzine (che poi tanto ragazzini e ragazzine non sono; oggi lo si è ancora a trent’anni quando io a trent’anni ero già un fallito) che si entusiasmano per il debutto delle Savages, da Londra come si può essere da Londra avendo una cantante (e, prima che cantante, attrice; tenere a mente) francese. Li posso capire, perché – come ha scritto il “Guardian” – “ci fa sognare di come ci si doveva sentire a essere in giro quando a esordire erano i Public Image Ltd, i Magazine, Siouxsie & The Banshees, i Joy Division, di cosa si potesse provare ad ascoltare in tempo reale quei dischi incredibili”. Li posso capire, loro. Capisco un po’ meno chi, avendo maturato qualche esperienza in più, si esalta o fa mostra di esaltarsi per quella che, lungi dall’essere una nuova estetica post-punk, è una ricreazione certosina del post-punk che fu, 1981 o giù di lì.

Il punto è questo: dagli Interpol in avanti, da dopo i TV On The Radio certi anni ’80 (che poi erano ancora in parte gli ultimi ’70) sono tornati a essere straordinariamente cool. Prima di crucciarsene sarà il caso di riflettere che lo shoegazing ci ha “regalato” il cosiddetto dream pop e che insomma ci possono essere revival peggiori (praticamente tutti). Prima di deprecare che si riproduca in vitro il già accaduto sarà il caso di annotare che l’adesione pedissequa a qualsivoglia modello non è un obbligo. Lo hanno dimostrato proprio i due gruppi summenzionati che pure nella new wave della new wave (che per inciso ha anch’essa ormai dieci abbondanti anni e oggi ci sono band che si ispirano agli Interpol, ai TV On The Radio) ci può essere vita. Sforzarsi o meno che ci sia, è una scelta. Prendere un elemento qui e uno lì. Cercare una sintesi, che di per sé è un provare minimo a dare una prospettiva attuale. Ibridare magari ulteriormente con elementi non appartenenti al contesto originale. Ecco, io questo in “Silence Yourself” davvero non riesco a sentirlo e non credo di essere diventato d’un tratto sordo. Fin troppo bene ci sento, anzi, e ciò che ci sento è una – pure brillante a tratti – collezione di inediti dei Banshees dell’era aurea. E mi paiono foglie di fico i richiami che leggo a destra e a manca a Patti Smith come a PJ Harvey, alle Slits e ai Joy Division, ai Bauhaus come alle Sleater-Kinney (azzardi comunque meno azzardati del citare Pop Group e Birthday Party) e avrete notato che un paio di nomi sono decisamente post-’80. Ma se non vogliamo prenderci in giro dobbiamo dirlo che tutto “Silence Yourself” era già racchiuso – dall’innodia spigolosa dell’impianto generale sin nei dettagli di un trillare di corde – in “The Scream”, in “Join Hands”, in “Kaleidoscope”, in “Juju”. Non c’è bisogno di cercare altrove perché quasi nulla c’è che altrove si possa trovare, se non forse nel suggello singolarmente atmosferico di una Marshal Dear disegnata dal piano e resa ulteriormente suggestiva dal clarinetto di Duke Garwood. Si potrebbe partire da lì per provare a elaborare qualcosa che abbia un minimo – quello sindacale – di personalità. Se no parliamo di quanto siano brave dal vivo le ragazze e non ne dubito. Se no parliamo di femminismo.

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Audio Review n.343

Audio Review 343

È in edicola il numero 343 di “Audio Review”. Include mie recensioni degli ultimi album  di Joe Bonamassa, Charles Bradley, Iron & Wine, Mark Lanegan & Duke Garwood, Meat Puppets, Mudhoney, Elliott Murphy, Van Dyke Parks, Son Volt, Rokia Traoré, Kurt Vile e Nicole Willis  e di recenti ristampe di Townes Van Zandt e War. Nella rubrica del vinile mi sono occupato di It’s A Beautiful Day, Dr. John e Vangelis.

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Iggy & The Stooges – Ready To Die (Fat Possum)

Iggy And The Stooges - Ready To Die

Mettiamola così: per Iggy era impossibile sprofondare oltre quel “Après” con il quale, giusto un anno fa di questi tempi, la sua quarantacinquennale carriera toccava un nadir che si auspica senza repliche. E anche per gli Stooges non era facile migliorare – cioè peggiorare – il record negativo stabilito nel 2007 da “The Weirdness”, il famigerato quarto album in studio, a trentaquattro anni da “Raw Power”. Lavoro di una inutilità assoluta, patetico e quasi offensivo nella sua certosina ricreazione di un suono sfortunatamente al servizio di canzoni che di spettacolare non avevano che l’inconsistenza. Essendosi toccato il fondo, non si poteva far altro che provare a risalire. “Ready To Die” ci riesce quel tanto che basta a giustificare la propria esistenza.

Spiace dirlo: sembrerebbe proprio che la differenza fra questo nuovo album e l’ormai remoto predecessore la faccia la presenza in luogo di Ron Asheton, venuto a mancare nel frattempo, di James Williamson. C’entra niente uno stile chitarristico che non è che si distingua così tanto da quello dello sfortunato predecessore. A marcare un dislivello qualitativo piuttosto vistoso sono una produzione, proprio di Williamson, vivaddio più scorticata di quella di nitidezza chirurgica di Steve Albini e soprattutto una penna che non sarà più ispirata come quattro decenni fa ma trattiene, fra un manierismo e l’altro, echi di vita vera, di coinvolgimento e a tratti divertimento genuini. Passando sopra all’attacco roboante di una Burn che fa il verso a Sonic Reducer (che è come dire che i maestri si mettono a copiare gli allievi), a inoltrarsi nel resto dello smilzo programma se ne ricava qualche momento piacevole. Tipo gli errebì al fulmicotone, con il sax di Steve MacKay a strepitare, Sex And Money e DD’s. Tipo una Gun piuttosto pop in questo contesto e una traccia omonima di tamarra, esplosiva possenza. Quando però i soli due brani che davvero colpiscono sono i due meno “Stooges” di tutti, addirittura acustici: una languida, confidenziale Unfriendly World; una strascicata, commossa The Departed. Sistemate, se “Ready To Die” deciderete di procurarvelo (perché comunque la collezione ha da essere completa) in vinile, a chiudere le due facciate (il CD prosegue con una bonus). Non ho ascoltato altro, qui, degno di dividere una scaletta con i classici che sapete.

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Rock With Your Parents – La quarta giovinezza di Lou Reed

Al mio cv manca purtroppo qualche articolo scritto per “Donna moderna”. Se mai mi facessero un’offerta decente io sarei disponibile, sia chiaro. Negli ormai lontani anni ’90 ne firmavo alcuni su “Tank Girl” e a ripensarci mi scappa da ridere. Fra il resto, mi chiedevano un commento a un album di Lou Reed allora fresco di stampa e rimasto l’ultimo degno di nota, con a seguire la canonica lista di “consigli per gli acquisti”.

Lou Reed - Dead Or Alive

Non è una cosa a cui pensi, ascoltando il nuovo LP di Lou Reed “Set The Twilight Reeling” (Warner Bros, nei negozi da metà febbraio), fin quando lo stesso Lou, giunto al brano che conclude e intitola l’album, non ti provoca cantando con ineffabile faccia tosta “prendimi per quello che sono… una stella che sta di nuovo salendo”: ti viene allora in mente di controllare la sua carta di identità e scopri (non che già non lo sapessi, ma l’avevi rimosso) che ha 54 (cinquantaquattro) anni. Che è come dire, tank girls care, che più che vostro padre potrebbe quasi essere vostro nonno! L’avreste mai detto sparandovi nella cuffietta del walkman l’assalto punkettone di HookyWooky o il tellurico attacco di Riptide? Non credo. E riesce proprio difficile associare a un cinquantaquattrenne la furente tirata anti-conservatori e anti-censura di Sex With Your Parents (Motherfucker): “Sono così disgustato da questa merda di destra repubblicana/da questi vecchi schifosi cui i cazzi e le fighe giovani fanno paura”. Wow! E chi sei? Ice-T? Oppure William Burroughs, uno che a ottant’anni suonati è più lucido e radicale di tanti ventenni di mia e vostra conoscenza, una dimostrazione vivente (si spera ancora a lungo) che essere giovani non è una questione d’anagrafe.

Era atteso con diffidenza, “Set The Twilight Reeling”: perché non era facile dare un seguito al trittico di capolavori (vedi discografia consigliata) che lo ha preceduto e ancora meno facile era far dimenticare la reunion dei Velvet Underground che gli è andata dietro, una rimpatriata inutile e deleteria più della già sconfortante media degli eventi di questo tipo (eppure la leggenda di quel gruppo, il più grande e influente della storia del rock, padre dei R.E.M. come dei Sonic Youth e di qualche altra decina di band fondamentali, le ha resistito). Ora che Sterling Morrison, che nei Velvet fu il contraltare chitarristico di Lou Reed, ci ha lasciati, il Mito non verrà più toccato.

Il giorno che Morrison è stato sepolto Lou Reed era a Cleveland in missione. La solita: suonare rock’n’roll. Se non ha presenziato alle esequie non è stato per insensibilità (in memoria del collega scomparso ha scritto un commosso tributo, apparso sul “New York Times”) ma perché per lui suonare è, come ha dichiarato di recente a un giornalista di “N.M.E.”, “la risposta a qualunque crisi”. E allora ecco un LP che, lungi dall’essere una terza elegia, dopo “Songs For Drella” e “Magic And Loss”, per gli amici e la giovinezza che se ne vanno, vibra di un’energia, di un ottimismo, di un amore per la vita contagiosi. E regala canzoni meravigliose come Finish Line (quasi una Walk On The Wild Side per gli anni ’90) e Trade In (quasi una nuova Perfect Day).

Sia o no merito della recente rivoluzione nella vita sentimentale del Nostro, ora legato a Laurie Anderson, resta il fatto che “Set The Twilight Reeling” ha tanto l’aria di essere, per Lou Reed, l’inizio di una quarta giovinezza. La seconda cominciò con “Transformer”, il disco che nessuno si aspettava dopo lo scioglimento dei Velvet e il deludente esordio solista di un artista che a nemmeno trent’anni sembrava un reduce. Alla terza diede il “la” lo stupefacente “New York”, molto più che l’ultima zampata di un vecchio leone, come non pochi pensarono all’epoca. E adesso…

Dieci (?) album di Lou Reed da avere. Costi quel che costi

Peel Slowly And See

“Peel Slowly And See” (Velvet Underground, cofanetto di 5 CD; Polydor, 1995) – Finalmente! Dopo l’uscita di questo box non dovremo più arrovellarci per rispondere alla fatidica e fessa domanda: quale album di rock porteresti con te su un’isola deserta? E non solo perché così ce ne porteremmo cinque, per un totale di sei ore e spiccioli di musica. I quattro LP dei Velvet più una cifra di inediti, dal vivo e in studio e un libretto da favola: si può volere qualcosa di più dalla vita? Sì! Perché non hanno messo tutto “VU”, più “Another View”, più “1969”, e la cofana non l’hanno fatta di sette CD?

1969

“1969” (Velvet Underground, album doppio; Mercury, 1974) – Tanti cavalli di battaglia e una marea di brani al tempo inediti in esecuzioni da brivido che una qualità tecnica delle registrazioni ai limiti della decenza esalta anziché affossare. Il più bel doppio dal vivo della storia del rock?

Transformer

“Transformer” (RCA, 1972) – Lasciatosi alle spalle il mezzo passo falso dell’omonimo esordio solista, Re Lou torna in quota confezionando con l’aiuto di David Bowie un capolavoro glam che tre sole canzoni, non fossero pure le altre splendide, basterebbero a rendere imperdibile: Vicious, Perfect Day, Walk On The Wild Side.

Berlin

“Berlin” (RCA, 1973) – Pazzo Lou! Dopo un disco frou frou (si fa per dire!) come “Transformer” ti va mica a confezionare una decadente e tristissima opera rock? La storia d’amore che vi si narra fra due reietti nella Berlino post-bellica è di quelle che farebbero gelatina del cuore di un serial killer.

Rock'n'Roll Animal

“Rock’n’Roll Animal” (RCA, 1974) – Il titolo la dice già lunga. Quattro classici dei Velvet Underground e un brano di “Berlin” riletti in chiave hard da una band da favola (la stessa che al tempo accompagnava Alice Cooper). Non ne escono più di album dal vivo così. Un monumento.

Coney Island Baby

“Coney Island Baby” (RCA, 1976) – Dopo lo sputo in faccia all’industria discografica di “Metal Machine Music” (64’04” di rumore allo stato brado), un LP molto più accomodante. Delizioso. La canzone che gli dà il titolo è la più bella ballata scritta dal Lou Reed post-Velvet.

Street Hassle

“Street Hassle” (Arista, 1978) – Un disco notturno e minaccioso sin dalla copertina. Stralunato come i primi PIL. Il brano che lo intitola è stato definito “una Heroin per quartetto d’archi”. Rock’n’roll sbilenco, ritmi neri, jazz. Maneggiare con cautela.

New York

“New York” (Sire/Warner, 1989) – Intendiamoci: non è che negli anni che separano “New York” da “Street Hassle” Lou Reed non abbia fatto cose buone (“The Blue Mask”, “Mistrial”) o anche ottime (“Growing Up In Public”), è solo che si trattava di lavori, per uno come lui, di ordinaria amministrazione. “New York” è invece straordinario: per i testi al vetriolo, per il gruppo che ci suona (il migliore assemblato da Lou dai tempi di “Rock’n’Roll Animal”) e per le partiture che ne fanno il più riuscito LP del Nostro dopo quelli dei Velvet e uno dei migliori album in assoluto degli anni ’80.

Songs For Drella

“Songs For Drella” (con John Cale; Sire/Warner, 1990) – I due ex-capoccia dei Velvet tornano insieme per la prima volta (fosse stata anche l’ultima!) per scrivere una messa da requiem laica per il mentore Andy Warhol. Lacrimucce e quindici canzoni memorabili.

Magic And Loss

“Magic And Loss” (Sire/Warner, 1992) – La band è per 3/4 quella di “New York” ma il tono elegiaco ne fa quasi un seguito di “Songs Fror Drella”. Evitare l’ascolto quando si è depressi.

Pubblicato per la prima volta su “Tank Girl”, n.5, aprile 1996.

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Velvet Gallery (26)

Un breve dispaccio dall’epoca in cui per un paio di anni la Nuova Zelanda divenne uno degli epicentri mondiali del pop con le chitarre, la Flying Nun un’etichetta di cui acquistare tutto, a scatola chiusa.

La saga della Flying Nun 1

La saga della Flying Nun 2

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R.L. Burnside – Il bluesman che è in me

In vita mia mi sono ritrovato a collaborare alle riviste più improbabili. Fra le altre, a un bimestrale che si chiamava “Extreme Pulp” e il cui destino (vado a memoria: durò meno di un anno) credo fosse già iscritto in un nome di inquietante (quando avrebbe voluto essere ammiccante) bruttezza. Per il numero 1 scrivevo fra il resto questo breve profilo di una bella sagoma di bluesman.

RL Burnside

È senz’altro una coincidenza, dal momento che pare che R.L. Burnside sia, come altri suoi compagni di casa discografica (la Fat Possum: l’etichetta più punk che esista è un’etichetta blues; di più, al riguardo, più avanti),  analfabeta. Il fatto è che una sua canzone, The Criminal Inside Me, mette insieme i titoli dei due romanzi più memorabili di Jim Thompson, The Killer Inside Me e The Criminal. Con la spazzatura bianca da cui Thompson estraeva i suoi antieroi Burnside sembra avere in comune non solo le origini sudiste e rurali ma anche uno spettacolare cinismo. Due decenni or sono uccise un tizio in un alterco sparandogli alla nuca e se la cavò con tre mesi di carcere. Lo tirò fuori su cauzione il proprietario della piantagione in cui lavorava, che di quell’uomo tanto bravo a guidare il trattore non voleva sapere di farne a meno, e al processo il giudice lo mandò assolto riconoscendogli di avere agito per legittima difesa. Il Nostro rievoca così l’episodio: “Non intendevo uccidere nessuno. Gli ho solo sparato alla testa. Che sia morto è una faccenda fra lui e Dio”. Nemmeno il Nick Corey di Colpo di spugna, il terzo fra i capolavori di Thompson, avrebbe liquidato così un omicidio.

R.L. Burnside è la rockstar più improbabile che si sia mai vista. Tanto per cominciare, compirà il prossimo 23 novembre settantuno anni ed è assurto alla fama a quasi settanta, dopo avere inciso il primo album a cinquantaquattro (gli stessi che ha oggi Mick Jagger). Poi è un contadino nero del profondo Sud degli Stati Uniti (Mississippi, per la precisione). Infine ha dodici figli e un centinaio di nipoti, uno dei quali, il diciottenne Cedric, è il suo batterista abituale. È lui insomma a sedere dietro piatti e tamburi quando il posto non è occupato da Russell Simins, in altre faccende, di nome Jon Spencer Blues Explosion, affaccendato.

Eccoci arrivati: la Jon Spencer Blues Explosion. È stato il bislacco matrimonio con questa congrega di ex-noisester newyorkesi a rendere familiare al pubblico del rock un nome noto fino allo scorso anno giusto ai più assidui frequentatori del sottobosco blues. Il disco che ne è risultato, lo strepitoso “A Ass Pocket Of Whiskey”, ha venduto in pochi mesi oltre 40.000 copie. Più dei sei LP precedenti di Burnside messi insieme. Più dell’intero catalogo della Fat Possum. Ma sarà il caso di fare qualche passo indietro.

Alla musica del diavolo Burnside si accostò diciannovenne seguendo gli insegnamenti di un maestro d’eccezione, Fred McDowell, che il caso volle fosse il suo vicino di casa. Trasferitosi due anni dopo a Chicago, ebbe un altro maestro fuori dal comune: nientemeno che Muddy Waters, che sposò una sua cugina. Con simili esempi davanti agli occhi, qualcosa di buono doveva ben combinare. Solo che ci ha messo un sacco di tempo e per larga parte della sua vita ha portato il pane a casa spaccandosi la schiena nei campi piuttosto che suonando la chitarra. Debuttò nel 1967, partecipando all’antologia della Arhoolie “Mississippi Delta Blues”, ma l’episodio restò isolato. Solamente nel 1980 riuscirà a registrare un 33 giri, peraltro pubblicato solo in Europa. Altri tre LP, pur’essi stampati soltanto in Europa, sono andati dietro fra l’81 e l’87 a quel “R.L. Burnside Plays And Sings The Mississippi Delta Blues”. Poi, per un lustro, il nostro eroe ha suonato molto in giro per il mondo ma senza più incidere nulla. Fino al 1992, l’anno del suo esordio americano, alla veneranda età di sessantasei anni. Entra in scena Matthew Johnson.

Costui è un ragazzone bianco innamoratosi del blues poco più che bambino grazie ad alcune cassette della Chess che acquistò semplicemente perché, a due dollari, erano le uniche alla portata delle sue tasche. La passione per le dodici battute, suonate sporchissime alla maniera di Houng Dog Taylor, lo ha portato, dopo una collaborazione a “Living Blues”, a fondare nei primi ’90 la Fat Possum. Il disco con cui la inaugurò, “Bad Luck City” di R.L. Burnside, vendette nel primo anno 713 copie. Altri si sarebbero arresi: non Matthew Johnson che, novello Lomax, non ha mai smesso di percorrere le campagne alla ricerca di “nuovi” talenti, battendosi nel contempo con un fallimentare rapporto di distribuzione con la Capricorn e conquistando alla causa nomi anche celebri (come il critico del “New York Times” Robert Palmer), contagiati dal suo fervore al punto da investire soldi in una casa discografica pesantemente in rosso.

Johnson bada al sodo: registra dischi a costo quasi zero (in diretta e usando come master videocassette da un dollaro l’una: vogliamo parlare di etica lo-fi?). Il suo problema sono gli artisti stessi, tutta gente oltre i cinquanta (un altro nome interessante è Junior Kimbrough), assolutamente inaffidabile per quanto attiene gli impegni promozionali e che si ostina ciò malgrado a pagare regolarmente, anche quando le vendite sono modeste e a dispetto di una situazione finanziaria difficile nonostante la fama  crescente di R.L. Burnside. Che è colui che potrebbe, alla lunga, portare finalmente in attivo la Fat Possum. “A Ass Pocket Of Whiskey” – disco superbo, si è detto: elettrico e elettrizzante, selvatico e furente, un po’ John Lee Hooker e molto Howlin’ Wolf – continua a vendere, grazie anche ai tanti concerti del Nostro con la Jon Spencer Blues Explosion, e si sta muovendo il vecchio catalogo. Ora che l’etichetta è distribuita dalla Epitaph (l’ex-Bad Religion Brett Gurewitz sa evidentemente ancora riconoscere lo spirito del punk quando lo vede all’opera), nuovi orizzonti le si aprono.

Il rapporto fra Epitaph e Fat Possum è stato battezzato qualche mese fa da un lavoro semiantologico dello stesso Burnside, “Mr. Wizard”, e quando leggerete queste righe sarà da poco arrivato nei negozi un suo disco mai vistosi in precedenza e datato ’94, “Too Bad Jim”. Dice Matthew Johnson che questa da lui portata alla ribalta è l’ultima generazione per la quale il blues è vivo. Scomparsi costoro, morirà anche questa musica. Temo abbia ragione. Non è tuttavia con uno spirito da WWF che vi consiglio di fare la conoscenza, se già non avete provveduto, di R.L. Burnside.

Pubblicato per la prima volta su “Extreme Pulp”, n.1, ottobre/novembre 1997.

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Gli anni ’60 di John Mayall

Sempre tutti a notare e lodare, di John Mayall, due ruoli: divulgatore del blues; docente ai cui corsi si è laureata tanta gente che ha poi scritto chi paragrafi, chi pagine, chi capitoli interi della storia del rock. Sottovalutando invariabilmente gli apporti a quello stesso librone dell’ancora attivo (classe 1933!)  Cavaliere.

John Mayall

Proprio così: lo ricorda Wikipedia nella prima riga della scheda che gli dedica che il nostro uomo è dal 2005 membro dell’Order Of The British Empire. Per carità: onorificenza di cui sono stati insigniti in migliaia e fra essi innumerevoli musicisti. Nondimeno: dopo che nel 2004 fra coloro recatisi a Buckingham Palace a riceverla si era segnalato Eric Clapton, l’unico fra le centinaia di accompagnatori di Mayall a essere menzionato non nei crediti ma direttamente nel titolo di un disco del Maestro, sarebbe stato uno scandalo se la situazione non fosse stata prontamente pareggiata. Da allora Mister Bluesbreaker ha dato alle stampe, non considerando live e riordini di archivi, due album ancora, arrivando con codesti a quota cinquantasette. Pur non essendo per ovvie ragioni materia da Classic Rock, per i dischi in questione qualche parola va spesa. Più che per l’ultimo, “Tough” (2009), che fa onore al titolo picchiando duro come mai ti aspetteresti da un musicista tanto in là con gli anni, per il penultimo, che si chiama “In The Palace Of The King” (2007) e no, il palazzo reale in questione non è quello degli Windsor. L’album è un omaggio a Freddie King, dal quale i quattordici brani che vi sfilano sono stati scritti o ispirati. Ho voluto raccontarvelo per sottolineare come il John Mayall degli anni 2000 nel suo essere prima un grandissimo appassionato di musica e dopo un musicista sia identico a quello che negli anni ’40 frugando fra i 78 giri del padre si innamorava di Louis Armstrong, Django Reinhardt e Charlie Christian e di conseguenza cominciava a studiare chitarra e pianoforte; che negli anni ’50 spendeva la paga di militare in licenza a Tokyo dal fronte coreano comprandosi la prima chitarra elettrica; che nei ’60 prima insisteva perché il bassista John McVie (i suoi quattro anni e mezzo di permanenza nei Bluesbreakers un record) prendesse in prestito da lui una paccata di preziosi dischi (ovviamente di blues) per assorbirne il feeling e poi perché Clapton si mettesse a studiare (guarda un po’) proprio Freddie King. Prima che il decennio pure per lui favoloso finisse, concepiva quello che molti considerano il suo capolavoro, “The Turning Point”, come la rielaborazione di un’intuizione di Jimmy Giuffre e, pur lieto delle ottime critiche ricevute, ci restava malissimo che nessuno se ne fosse accorto. Oltre che un fan, un gentleman.

Anche il papà del British Blues ha avuto un padre o quantomeno – vista la modesta differenza di età fra i due: cinque anni e mezzo – un fratello maggiore. Senza quell’altro gentiluomo di Alexis Korner, che fungeva da apripista, probabilmente Mayall l’avrebbe trovata ancora più lunga e forse avrebbe rinunciato al sogno di fare della musica una professione, rassegnandosi a una peraltro assai ben retribuita carriera nel secondo ambito artistico da lui più amato, quello della grafica. Cambiava tutto una fatidica serata di fine 1962 al Bodega Jazz Club di Manchester in cui il gruppo del nostro eroe si trovava a far da spalla ai Blues Incorporated. Alla fine Korner andava a complimentarsi e nei mesi seguenti avrebbe avuto un peso decisivo nel far crescere la nomea di John Mayall e nel persuaderlo che valesse la pena di tentare la via del professionismo. Strada sulla quale ad ogni buon conto di ostacoli doveva ancora superarne parecchi prima di rimediare un contratto per la Decca su raccomandazione di un Mike Vernon in flagrante conflitto di interessi, essendo contemporaneamente direttore della rivista specializzata “R&B Monthly” e staff producer presso la Decca medesima. Da quel punto strada in discesa? Macché. Edito nel maggio 1964, già trentenne dunque il capobanda, il singolo d’esordio dei Bluesbreakers, Crawling Up A Hill/Mr. James, vendeva la miseria di cinquecento copie e Vernon durava una fatica porca a convincere la casa discografica a concedere al gruppo una possibilità a 33 giri. E dopo l’uscita nel marzo dell’anno seguente di “John Mayall Plays John Mayall” il produttore addirittura si troverà a pagare di tasca sua una seduta di registrazione per riuscire a persuadere quei capoccioni dei suoi superiori – ai quali evidentemente non bastava che Mayall e variabili soci avessero nel frattempo suonato con John Lee Hooker e T-Bone Walker e fossero apparsi in TV – a pubblicarne un secondo di album. Esatto. Quel “Bluesbreakers With Eric Clapton” dopo il quale nulla sarà più lo stesso, né per i musicisti che lo realizzarono né per il rock britannico nel suo complesso.

Non è questa la sede adatta – sul serio: due pagine forse nemmeno basterebbero al mero elenco di chi suonava cosa dove e per quanto tempo per poi venire sostituito da – per dar conto dei continui cambi di formazione che caratterizzeranno i Bluesbreakers fintanto che – sul finire del 1968, all’altezza di “Blues From Laurel Canyon” – Mayall non deciderà di mettere solo il proprio nome sul davanti delle copertine dei dischi (naturalmente, gli accompagnatori seguiteranno ad alternarsi annualmente, mensilmente, settimanalmente). Qui è sufficiente ricordare alcune delle storie che presero le mosse dalla cerchia del Nostro: i Cream, i Fleetwood Mac, i Colosseum, Mark-Almond, Aynsley Dunbar Retaliation, Keef Hartley Band, Mick Taylor che va a rilevare Brian Jones nei Rolling Stones. Qui preme sottolineare la generosità di un leader che,  se talvolta non si fece scrupolo di sottrarre a un altro gruppo un musicista che gli piaceva, più spesso diede la sua benedizione a chi lo lasciava, magari alla vigilia di un tour o dell’incisione di un album, per andare a fare altrove o in proprio la sua cosa. In questo simile a Miles Davis.

Ma qui è soprattutto cosa buona e giusta sfatare un altro mito – che a un riesame attento dei dischi assolutamente non regge – riguardo a John Mayall: un purista e, come di norma i puristi, un po’ limitato. Ma quando mai! Vero che erano perfettamente “in stile”, ma dieci brani su undici nel debutto registrato dal vivo “Plays John Mayall” (marzo 1965) erano autografi e in “Bluesbreakers With Eric Clapton” (luglio 1966) nelle cover il soul si mischiava al blues e, in virtù anche di un’inedita combinazione fra una chitarra Gibson Les Paul e un amplificatore Marshall, Slowhand suonava come nessun chitarrista prima. Pure questo si nota facendo girare in ordine cronologico gli LP del periodo Decca: che ciascuno marcava uno stacco, piccolo o grande, rispetto al predecessore. Dopo che “A Hard Road” (febbraio ’67) aveva dimostrato brillantemente che si poteva sopravvivere alla defezione di Eric Clapton, grazie a un Peter Green che in un colpo inventava i Fleetwood Mac e i Santana, “Crusade” (settembre del medesimo anno) e “The Blues Alone” (incredibile ma vero: novembre) segnavano un ritorno alle radici da intendersi però non come ripiegamento bensì come base da cui partire per nuove avventure: un mezzo concept infiltrato di jazz e progressivo nell’attitudine quale “Bare Wires” (giugno 1968); gli ammiccamenti alla psichedelia e l’idea di una dimensione come cameristica per le dodici battute di “Blues From Laurel Canyon” (novembre stesso anno). Era l’ultimo album per la Decca. L’esordio per la Polydor con un altro live di inediti, “The Turning Point” (novembre ’69), risulterà clamorosamente fedele al titolo rinunciando a qualsivoglia strumento percussivo e declinando il blues più jazzato – e insieme folky – di sempre per il Nostro. Campanello d’allarme tuttavia che il pur ottimo “Empty Rooms” (aprile 1970) si accontentasse di restare da quelle parti. Ormai molto popolare negli Stati Uniti mentre di converso in patria la sua fama cominciava a declinare, Mayall si limiterà da lì in avanti a un’onesta routine interrotta occasionalmente (l’ultimo vero classico, nel ’72, “Jazz Blues Fusion”) da qualche guizzo. Esauritasi in un quinquennio ruggente la sua forza propulsiva.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.672/673, luglio/agosto 2010.

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Voglio la testa di Garcia

Voglio la testa di Garcia

Era da un po’ che pensavo di scrivere un post così. Ma in nessun modo sarei mai riuscito a essere così preciso, puntuale, circostanziato e in una parola perfetto. Mi tolgo il cappello, allora, e passo la linea.

http://massimodelpapa.blogspot.it/2013/05/facili-domande-consigli-per-un.html

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Velvet Gallery (25)

Dei tanti articoli pubblicati fra l’88 e il ’90 su “Velvet” questo, dedicato a George Clinton e alla complessa saga di Parliament e Funkadelic, è uno di quelli dei quali sono più orgoglioso. Per due ragioni. Una è che fu estremamente complicato metterlo assieme: era un’altra epoca e trovare notizie – e certi dischi – non era semplice. L’altra è che al tempo a scrivere di un artista così su una rivista rock quasi quasi si veniva guardati male. Si faceva la figura degli eretici. Da lì a un anno i Red Hot Chili Peppers sarebbero diventati le star che sappiamo.

One Nation Under A Groove - Il genio di George Clinton 1

One Nation Under A Groove - Il genio di George Clinton 2

One Nation Under A Groove - Il genio di George Clinton 3

One Nation Under A Groove - Il genio di George Clinton 4

One Nation Under A Groove - Il genio di George Clinton 5

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10 album che non regalerei al mio peggiore nemico

Ovvero: la Top 10 delle mie stroncature negli ultimi tredici anni di “Mucchio” (1999-2012). Fuori classifica, perché mai pubblicata, questa.

Lesser - Gearhound

10: LESSER “Gearhound” (n. 425,  16 gennaio 2001)

Innanzitutto, non un gruppo ma un solista, californiano, membro in passato di vari complessi fra i quali gli A Minor Forest sono forse il solo che possiate mai avere sentito nominare. Il tal caso, avrete collocato il Nostro in area post-rock. Sbagliando. Nonostante una passione dichiarata per il metal (gli A Minor Forest usavano travestirsi da Creeping Death per eseguire  cover dei Metallica) nei dischi di Lesser non c’è traccia di rock. Di hip hop, l’altro suo grande amore, almeno qualche spirito inquieto di pulsione ritmica (mai parole, se non “trovate”) e qualche clangore che ricorda i momenti di puro terrorismo dei primi Public Enemy. Ecco: immaginate Merzbow che si fa produrre dalla Bomb Squad. Potrebbe venirne fuori qualcosa come il dittico Intro/Matador Tax Deduction che inaugura questo album, il terzo per Lesser. Riguardo al quale ha dichiarato: “Non me la sentivo di incidere un altro disco inascoltabile… ‘Gearhound’ potrebbe anche essere suonato a un party”.

Già. A un raduno di assassini seriali, magari. Spero di non venire mai invitato a una festa in cui suonino questi sessantacinque intimidenti minuti a base di clangori di fabbrica, sintonie di radio slittanti, bordoni minacciosi, ritmiche fra lo spastico, il robotico e una drum’n’bass scarnificata. La prima modulazione di qualcosa che somigli a una melodia compiuta arriva a metà programma, in una The Gearhound Suite che mi ha fatto ammattire nel vano tentativo di identificare la canzone che a un certo punto sbuca, lontana, fra le stratificazioni soniche (gli Oasis?). A seguire, una trentina di minuti un po’ meno irritanti per il sistema nervoso. Album interessante. Probabilmente non lo ascolterò mai più.

Blectum From Blechdom - Haus De Snaus

9: BLECTUM FROM BLECHDOM “Haus De Snaus” (n.470, 22 gennaio 2002)

Quel che si dice impiccarsi con le proprie mani: l’ultima (seconda delle due inedite) delle ventisei tracce incluse in questa ristampa in un unico CD di due EP di Blectum From Blechdom, duo californiano al femminile indicato da molti come un nome chiave dell’odierna avanguardia elettronica, si intitola Bad Music. “C’è cattiva musica dappertutto” gorgheggiano le tipe, con sotto coretti à-à-à-ù alla Laurie Anderson che fanno tanto O Superman prima che il brano si trasformi in un Jonathan Richman alle prese con un pc invece che con la chitarra acustica. Canzone carina ma nulla più che arriva dopo oltre un’ora di – per l’appunto – cattiva musica (caritatevolmente assumendo che di musica si tratti). Sarebbe questa la nuova frontiera dell’elettronica? Stando a riviste anche parecchio prestigiose, sì. Così anche secondo i giurati del premio austriaco “Ars Electronica”, che qualche mese fa hanno coperto d’allori l’album “The Messy Jessy Fiesta”. Quello non l’ho sentito. Sarà anche meglio di questo ma, credetemi, ci vuole poco.

Fatto è che “Haus De Snaus” non solo è bruttino forte ma non è più  nuovo di quanto fosse la buonanima di Stevie Ray Vaughan quando copiava Hendrix nota per nota. Roba che i Residents o i Kraftwerk facevano venticinque anni fa e molto meglio, microwaves sgualfe e filastrocche da asilo, cigolii, cingolamenti e scheletrini disco che qualunque deficiente pasticciando con una batteria elettronica imparerebbe a produrre in cinque minuti netti. Rispetto al collega Lesser, insieme al quale vengono sempre citate per vicinanza geografica, Blectum From Blechdom si fanno preferire per tre ragioni: le loro “canzoni” sono meno irritanti, sono donne (sempre un punto a favore) e hanno facce un po’ meno di cazzo.

B.C. Gilbert - Ordier

8: B.C. GILBERT “Ordier” (n.587,  13 luglio 2004)

Tanti, tanti anni fa – scrivevo da poco di musica e nei negozi di dischi i CD erano ancora una novità tenuta in un angolo e guardata con sospetto – comprai per corrispondenza, insieme a una marea di altra roba, un 33 giri di Robert Fripp. Era in offerta a 1900 lire e perché no? Non sono più sicuro al 100% di cosa fosse, credo “Let The Power Fall” ma non ci giurerei, però ricordo con nitidezza l’album in sé e non ci vuole molto. Ve lo descrivo. Prima facciata: fate conto che qualcuno vi suoni alla porta e per venti minuti tenga il dito pigiato sul campanello. Seconda facciata: fate conto che qualcuno vi suoni alla porta e tenga il dito pigiato sul campanello. Per altri venti minuti. Lo rivendetti il giorno dopo, a 4000 lire. Non ho per questo perso il rispetto per un artista straordinario come Fripp ma nel mio libro nero un appuntino al riguardo me lo feci e come vedete non l’ho cancellato.

Non sarà “Ordier” a farmi perdere il rispetto per un artista straordinario come Bruce Gilbert – chitarrista degli Wire e già solo per questo gli andrebbe fatto un monumento – ma ascoltarlo è stata dura, molto dura. Cinquantadue minuti che sembrano cinquantadue ore di soffi e sibili e cigolii e borboglii e pernacchie e martellamenti elettronici. Due coglioni che adesso devo girare con una carriola per adagiarceli. Almeno mi avessero mandato l’edizione “seria”! Pare sia contenuta in una confezione di legno (!!!) piena di foto e me la sarei potuta rivendere bene. Invece no: un accidente di provvisorio che nessuno vorrà mai. Mi resta una curiosità: ma certi miei colleghi, che hanno descritto “Ordier” come “una manifestazione di genio”, di che droghe si fanno?

Drake - Thank Me Later

7: DRAKE “Thank Me Later” (n.674, settembre 2010)

C’è una cosa che odio più del caldo, degli assoli di batteria, persino più dell’Inter. E questa cosa è: il vocoder del cazzo (da qui in poi, per comodità e sintesi, il vdc). L’orrido marchingegno che deforma metallizzandole le voci, così da rendere sostanzialmente indistinguibile un vocalizzo di José Carreras da un rutto di Ozzy Osbourne, ebbe un fortunatamente fugace momento di gloria a cavallo fra i ’70 e gli ’80 (chi non ricorda “Trans” di Neil Young? che comunque sarebbe stato un disco di merda pure senza il vdc), per poi venire buttato nella pattumiera della Storia. Da lì è stato incredibilmente recuperato e da qualche mese si fatica a tirare su un disco di black, sia hip hop o reggae o modern soul, che non contenga almeno un po’ di vdc. Nel primo album vero di Aubrey Drake Graham, rapper canadese di lunga gavetta e ottimamente reputato, di vdc non ce n’è un po’, bensì a bizzeffe. E per quanto mi riguarda rovina completamente un disco che ha avuto ottime recensioni e si candida a vendite importanti in forza di melodie suadenti e una produzione – vdc a parte – ruffiana il giusto. Dimenticavo: detesto anche le liste di ringraziamenti e il libretto di “Thank Me Later” ne contiene due pagine in un corpo assurdo. Le detesto, ma mai quanto il vdc.

Mats Gustafsson & Sonic Youth - Hidros 3

6: MATS GUSTAFSSON/SONIC YOUTH “Hidros 3” (n.598, 2 novembre 2004)

Mando come ogni settimana una mail a Daniela Federico segnalandole i dischi di cui intendo scrivere. Perplessa la replica: Sonic Youth? Non ne abbiamo recensito uno da poco? Rispondo a mia volta con un “i marrani fanno album come cacassero” e tre giorni dopo a ben pensarci mi pare che la recensione potrebbe essere racchiusa in quelle sei parole. Ma la colonnina bisogna riempirla, se no chi impagina andrebbe in crisi e Stefani gentilmente mi ricorderebbe che mi paga, e allora cerco di sforzarmi un po’ più di quanto non si siano sforzati la Gioventù Sonica e i suoi pericolosi amici: folto elenco che a questo giro oltre al co-titolare, sassofonista  svedese di qualche fama, comprende come nome più noto quel Loren Mazzacane Connors capace ogni tanto di grandi prove ma che troppo produce e più appropriatamente dovrebbe ribattezzarsi Loren Spaccacazzo Connors.

Allora: nove brani dedicati a Patti Smith (dobbiamo addebitarle anche questi, oltre a un rincoglionimento ormai degno di Fernanda Pivano?) che sono in realtà un’unica improvvisazione, lunga sessantasei minuti da agonia di cigolii e stridori, miagolii e ruggiti e urla belluine di chitarre pippere, con solo la voce di Kim Gordon a offrire ogni tanto un lampo di umanità. Potrei definirli un surrogato di masturbazione ma mi spiacerebbe sminuire un mio hobby. Giusto per sfizio, faccio un giro sulla Rete delle Reti, nonché Madre delle Cazzate, e bestia se riesco a trovarne uno che ne parli male. Becco un pazzo che cita come metri di paragone Waits, Schönberg, Coleman, Beefheart e i Velvet e a quel punto mi arrendo.

Merzbow - Dharma

5: MERZBOW “Dharma” (n.462,  13 novembre 2001)

Sono stato seriamente tentato di sviluppare in lungo questa recensione soltanto per il gusto di potere usare come titolo quella frase di John Lennon che recita “Avantgarde is French for shit”. Ora, l’ex-Beatles non sparava sull’avanguardia in toto. Sarebbe stato ben curioso visto che si scelse come compagna Yoko Ono. No, si riferiva piuttosto, con proletaria sardonicità, a certa pseudo-arte iper-solipsistica e alla metodica sopravvalutazione che certa critica opera di essa. Non la capisco ma qualcuno potrebbe pensare, se lo ammettessi, che non sono sufficientemente colto, intelligente e fico. Quindi ne parlo bene. Io non capisco Masami Akita, meglio noto come Merzbow, e ne sono felice: il giorno che stabilirò un’empatia con questo signore mi affretterò a prenotare uno psicanalista. Capisco ancora meno l’entusiasmo di taluni miei colleghi riguardo ai dischi di costui. Decine (c’è persino un cofanetto di cinquanta CD) e i più indistinguibili l’uno dall’altro, faccende per masochisti a base di rumore puro. Se avete voglia di farvi del male, “Dharma” servirà all’uopo come qualunque dei predecessori, ma potreste essere più creativi registrandovene uno da soli. Mettete insieme il tono di un modem stratificato ad libitum, un po’ di effetti da incidenti automobilistici, amplificatori saturi, passate il tutto due-tre-cinque-venticinque volte attraverso un distorsore ed ecco fatto. Potreste magari trovarvi pure voi sulla copertina di “The Wire”.

Un altro buon titolo per questa recensione avrebbe potuto essere quello di un album dello stesso Merzbow di quattro anni fa: “Rectal Anarchy”. Chissà come si dirà, in giapponese, “va a fare in culo, signor Masami Akita”.

Tortoise - Beacons Of Ancestorship

4: TORTOISE “Beacons Of Ancestorship” (n.659, giugno 2009)

La dice lunga il titolo della seconda traccia, Prepare Your Coffin, “Preparati la bara”, anche se non è chiaro a chi si rivolgano i Tortoise, se auspicabilmente a loro stessi oppure al malcapitato ascoltatore. Precisa ancora meglio il brano successivo: Yinxianghechengqi. Giuro. Ora, diletto lettore, se hai comprato il nuovo e sesto album del combo chicagoano senza attendere di sapere cosa ne pensassimo noi (difficile, visto un’uscita fissata al 22 giugno, ma tant’è) e lo hai fatto senza che altri titoli a loro modo fantastici – High Class Slim Came Floatin’ In, The Fall Of Seven Diamonds Plus One, Monument Six One Thousand – ti mettessero sull’avviso, be’, un po’ questa merda te la meriti ed è possibilissimo che ti piaccia. Perché insomma l’inarrestabile deriva tortoisiana dal post-rock alla fusion, e da quella al neo-prog, poteva già leggersi in tralice nel precedente “It’s All Around You” ma quantomeno agli sciagurati va riconosciuto di avere offerto, con i titoli chiaramente inseribili in una ben precisa tradizione di cui sopra, lampanti indizi al riguardo. Altro da dire di positivo su “Beacons Of Ancestorship” proprio non mi viene.

Bravo chi ci troverà dentro quegli influssi “techno, punk, electro, lo-fi noise” di cui delira il sito della Thrill Jockey. La verità è che uno stile che una volta era felicemente mercuriale nel suo intersecare jazz elettrico e krautrock, ambient e minimalismo, colonne sonore, dub e un’idea metafisica di folk, è oggi ingessato e tronfio. Il suono che domina “Beacons” è quello di sintetizzatori monocromatici e onanisti come manco nel ’73, quasi mai redenti da una ritmica che beotamente si bea dei suoi arzigogoli. Siamo al virtuosismo puro, al tanto rumore per non dire nulla. Suggerimenti per il prossimo disco: 1) collaborare con i Mars Volta; 2) ingaggiare un’orchestra sinfonica; 3) farsi ispirare per i titoli dal gran bestiario del progressive italiano. Per dimostrare che no, al peggio non c’è fine.

Atari Teenage Riot - Live At Brixton Academy 1999

3: ATARI TEENAGE RIOT “Live At Brixton Academy 1999”, PATRICE CATANI “Attitude PC8”, LOLITA STORM Red Hot Riding Hood (n.408,  5 settembre 2000)

Verrebbe quasi da scrivere che in fondo Alec Empire merita il successo (relativo, non si sta parlando di un Trent Reznor; ma che riesca a far fuori anche una copia dei dischi che produce è già un miracolo) che, sin dall’inizio di una carriera che comincia a essere lunghetta, riscuote. Dacché l’uomo, a suo modo, è un genio: come un Malcom McLaren e un Johnny Rotten fatti uno. Insomma, sa vendersi alla grande e la palla mondiale “Atari Teenage Riot = Public Enemy bianchi e molto più radicali” l’ha spacciata così bene che fior di riviste hanno sbattuto i mostri in copertina e fior di kritici hanno filosofeggiato al riguardo tentando disperatamente di autoconvincersi di essere intelligenti come Alec Empire, invece che dei pretenziosi coglioni. Il situazionismo (blah blah blah), il rock che incontra il gabba (blah blah blah), il cuore nero della Mitteleuropa (blah blah blah)… tutte cazzate. Se ci tenete a toccare con orecchio, beccatevi questo “Live At Brixton Academy 1999”, istantanea della tappa finale del “Revolution Action World Tour” (eh, la rivoluzione…): 26’47” di un qualcosa che potrebbe essere un frontale fra due autotreni carichi di ferraglia all’interno di una fonderia, ripetuto ad libitum. Un ammasso informe di suono svincolato da ogni struttura capace di trasformare il rumore, in qualche modo, in qualcosa definibile in senso lato come “musica”. In un’intervista concessa l’anno scorso a un noto mensile italiano, Empire dichiarava: “La nostra elettronica ha un’anima: vedo la musica che suoniamo come una versione elettronica di artisti soul come Otis Redding“. Ma vaffanculo!

Alec il genio del marketing per la sua Digital Hardcore Recordings (subito diventata, ovviamente, un’etichetta “di culto”) fa incidere anche altri. Tipo Patric Catani (di gran lunga il migliore del catalogo), che perlomeno dà una certa organizzazione al suo terrorismo sonico, forgiando una sorta di drum’n’bass industriale con varianti techno. Dovrebbero offrirmi un bel po’ di soldi per convincermi a riascoltare “Attitude PC8”, ma devo ammettere che è un lavoro che ha una sua dignità.

Le Lolita Storm hanno un nome detestabile. Meglio la musica, un incrocio metallurgico fra delle Slits al top dell’isteria e i primissimi Black Flag. Red Hot Riding Hood ha una grande qualità: dura solo 8’29” e ciò basta a farne il mio disco preferito fra tutti quelli griffati DHR.

Blevin Blectum - Talon Slalom

2: BLEVIN BLECTUM “Talon Slalom” (n.495, 16 luglio 2002)

Forse oggi mi sono alzato con i coglioni che girano (sai che novità). Forse sono troppi anni che scrivo di dischi e mi tocca scrivere di troppi dischi e il troppo stroppia. Forse non ho più pazienza per certa critica con propensione al sadomaso (ancora meno che per i suoi beniamini). Fatto sta che dopo avermi torturato per sessanta minuti e un secondo questo CD giace adesso in strada dove l’ho fatto appena volare (quasi quasi ora scendo e lo recupero; in fondo lo si può sempre rivendere). Se si dovesse essere rovinato, poco importa: tanto chi lo comprerà non lo ascolterà comunque mai, lo metterà lì in bella mostra giusto per fare vedere che lui è fico e intelligente e alla moda oh yeah. Blevin Blectum è una metà del duo Blectum From Blechdom, ragazzotte californiane spacciate come l’ultima frontiera dell’elettronica quando non fanno nulla che i Residents o i Kraftwerk o i Devo o i Throbbing Gristle o Laurie Anderson non abbiano fatto infinitamente meglio decenni prima. La formula è semplice e democratica, pure un cerebroleso può metterla in essere: un ritmo techno fratturato lì e schiamazzi da videogioco là, qualche melodia rubata e stuprata, giostrine dementi, scorreggie cosmiche, carillon impazziti, clangori metallurgici, urletti. Shakerate, schiaffate in un computer, premete qualche tasto a caso. Fatevi intervistare dalla persona giusta. Insopportabile. Conto le battute: 1430. Troppo poche per riempire la colonna. Provvedo. Quest’album è merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda merda.

Mars Volta - The Bedlam In Goliath

1: MARS VOLTA “The Bedlam In Goliath” (n.652, novembre 2008)

Cinque palle: un voto che non dovrebbe esistere per uno sconcio che non dovrebbe esistere e che concentra (si fa per dire!) in un’ora e un quarto il peggio degli ultimi quarant’anni di rock. Come se il punk non ci fosse mai stato. Tipo: gli Yes che incontrano i Manowar e che cazzo fanno? Ma un concept album, ovvio. Il peggio del progressive che incontra il peggio del metal. Trovo insopportabile, in “The Bedlam In Goliath”, assolutamente tutto e ho sofferto l’indicibile ad arrivare in fondo. Sia chiaro: resterà per sempre sul disco rigido del mio pc e quasi quasi lo carico anche sul lettore mp3 portatile. Per averlo sempre a portata di mano e di altrui orecchi. Così, la prossima volta che qualcuno mi dirà che campare scrivendo di musica dev’essere fantastico potrò replicargli, dandone pronta dimostrazione, che no, è proprio una vita di merda.

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