Potere alla parola (1): La rivoluzione permanente dei Last Poets

Per un periodo piuttosto lungo, dai tardi ’80 ai primi anni 2000, ho scritto parecchio di hip hop. Poi sempre meno, perché trovavo sempre meno cose interessanti di cui occuparmi, e oggi quasi niente del tutto. Resta nei miei archivi, a testimonianza di un amore che fu grande e non passeggero, un cospicuo numero di pezzi in grado, una volta messi in fila e pur con qualche logica e rimarchevole assenza, di tracciare una ragionevole storia – dai progenitori agli OutKast – del genere musicale in questione. Seguirò un ordine grossomodo cronologico, per argomenti ovviamente, non per uscita degli articoli stessi.

The Last Poets

Quando la rivoluzione comincerà/alcuni di noi probabilmente la guarderanno in TV/mangiando pollo/Saprai che è la rivoluzione perché/non ci saranno consigli per gli acquisti.” (When The Revolution Comes)

Capisco che il tempo sta finendo capisco che il tempo sta finendo capisco che il tempo sta finendo”, scandisce urgente una voce fra ira, esultanza e spavento, mentre un’altra batte i secondi che passano – “tic toc tic toc tic toc” – e un rosario percussivo si sgrana sotto. È l’inizio di Run, Nigger. È l’inizio di “The Last Poets”. Sono passati trentun’anni da quando il brano e l’album vennero registrati e trenta precisi dacché, nell’aprile 1970, il disco raggiunse i negozi. La rivoluzione non c’è stata e il perché venne lucidamente, ferocemente profetizzato dagli  stessi Ultimi Poeti in quel loro esordio a 33 giri, prima facciata, terza canzone: Niggers Are Scared Of Revolution, i negracci hanno paura della rivoluzione. Nondimeno quel sublime atto di rivolta civile, epilogo di un decennio che aveva visto l’ascesa e la caduta, sotto mani omicide, di Martin Luther King e Malcolm X, continua a esercitare un’influenza enorme. Gil Scott-Heron ne è stato figlio ed Eric Mingus è un nipote. Viene da lì l’hip hop politicizzato, in prima fila i Public Enemy, che dei Last Poets sono stati e sono i più plausibili eredi. Più generalmente, viene da lì gran parte della cultura hip hop come si è sviluppata da Grandmaster Flash e dalla sua storica The Message, del 1982, in avanti. C’erano stati i griot africani (una tradizione che si perde nella notte dei tempi). C’era stato il talking blues. C’erano state singole canzoni (penso alla travolgente Here Comes The Judge di Pigmeat Markham, un 45 giri su Chess del 1968). “The Last Poets” è tuttavia il primo album di rap che sia mai stato inciso e già solo per questo, non si trattasse cioè del capolavoro che è, sarebbe stato doveroso segnalare il trentennale dell’uscita.

Ci sono una data e un luogo precisi per la nascita del gruppo. È il 19 maggio del 1968. Non fosse stato assassinato il 21 febbraio di tre anni prima, Malcolm X festeggerebbe quel dì il suo quarantatreesimo compleanno. A Mount Morris Park, New York, jazzisti, pittori, attori e poeti si incontrano per celebrare la ricorrenza. Fra i poeti ci sono Abiodun Oyewole, David Nelson e Gylan Kain. Ognuno recita per conto proprio ma a fine serata i tre salgono insieme sul palco, subito raggiunti dal percussionista Nilaja. Il pubblico apprezza molto lo scambio di rime su una base di trame percussive che segue. Qualche giorno dopo i quattro decidono che è un’esperienza che va ripetuta e, traendo ispirazione da alcuni versi del poeta sudafricano Little Willie Kgositile (saranno, un quarto di secolo dopo, posti a incipit di “Holy Terror”), si battezzano Last Poets. In novembre Nelson lascia, rilevato dal portoricano Felipe Luciano, che a sua volta pochi mesi dopo se ne va, insieme a Kain. Li rilevano Omar Ben Hassen e Alafia Pudim e il quartetto comincia a esibirsi quotidianamente all’aperto e all’East Wind, un loft sulla 125sima Strada, in piena Harlem. Il primo concerto vero e proprio ha luogo alla Lincoln University e fra gli studenti che vi assistono c’è un certo Gil Scott-Heron. I Last Poets vengono anche invitati a uno spettacolo televisivo, “Soul Show”, che presenta  talenti emergenti. È lì che li vede Alan Douglas, proprietario di un’etichetta che da lui prende il nome. Fortemente impressionato, li mette sotto contratto e si rinchiude con loro per qualche giorno nell’Impact Sound Studio. Ne risulta l’album omonimo, poco più di mezz’ora, tredici brani che da una povertà assoluta di mezzi, tre voci e un tamburo, ricavano un’espressività mozzafiato. Densi di impareggiabile poesia stradaiola e schierati come mai fino a quel momento avevano fatto degli artisti di colore. Che, mentre invocano una rivoluzione che dia loro dignità e un’identità forte, individuano negli afroamericani i peggiori nemici degli afroamericani stessi. Spietata l’analisi dei mali della comunità: lo ziotommismo, l’indolenza politica, il narcisismo, l’avidità del cane mangia cane.  Sarcastici e appassionati, gli Ultimi Poeti suonano la sveglia con canzoni che mischiano disinvoltamente linguaggio alto e metafore ardite a furente slang. Chiamano “niggers”, “negracci”, i loro fratelli e al tempo era la feccia razzista bianca a usare tale termine. I nostri eroi se ne appropriano: Run, Nigger, Niggers Are Scared Of Revolution, e, naturalmente, Wake Up, Niggers. Sullo sfondo la Grande Mela, grassa baldracca che divora i suoi figli e ne sputa le ossa, presa a calci in New York, New York. Perché “New York is a state of mind/that doesn’t mind fucking up a brother”.

È un album scomodo come mai se ne sono uditi, “The Last Poets”, e pigliando a pretesto il linguaggio scurrile (quello stesso anno la Elektra ha censurato agli MC5 un innocuo “motherfuckers”) c’è chi si prende paura. Tanto per cominciare viene tenuto in un cassetto dodici mesi esatti. Quando poi esce non viene pubblicizzato per niente e quelle radio nere che dovrebbero diffonderne il messaggio nell’etere lo boicottano. Ciò nonostante, sulla base del solo passaparola, il disco si costruisce un successo clamoroso: un milione di copie vendute, quinto posto nella classifica R&B. Le radio ora sono costrette a trasmetterlo. Il Ghetto ha vinto ma è una vittoria, come sono sovente le sue, effimera.

Il quartetto ha intanto perso per strada un pezzo. Trasferitosi nel South Carolina prima ancora della pubblicazione del 33 giri, Oyewole è stato coinvolto in una rapina a sfondo politico e condannato a dodici anni di carcere. Dal vivo lo sostituisce talvolta il nuovo Sulieman El Hadi, ma sono i soli Pudim e Hassen a registrare, con Nilaja, “This Is Madness”. L’album vede la luce nel 1971, con in copertina un’immagine – i due rapper ai microfoni e il percussionista accoccolato davanti ai suoi tamburi – che entrerà nella più classica iconografia hip hop e dentro un’altra decina di canzoni ruggenti (memorabile White Man’s Got A God Complex). Ma la distribuzione che lascia a desiderare e i tempi che stanno cambiando, in peggio, gli impediscono di replicare il successo del predecessore. Hassen lascia.

Pudim si ribattezza Jalaluddin Mansur Nuriddin (anni dopo abbrevierà in Jalal) e in “Chastisment”, primo nel 1972 di due LP per la Blue Thumb, il parco strumenti si allarga a basso e sax. All’accresciuta piacevolezza dell’accompagnamento fa da contraltare una minore incisività delle liriche, e così sarà pure nel ’74 in “At Last”, con di nuovo Hassen, che però ora si fa chiamare Umar Bin Hassan, in squadra. Fra questi due lavori Nuriddin, assunta per l’occasione un’ennesima identità (roba da fare uscire matti gli enciclopedisti), Lightnin’ Rod, e avvalendosi della collaborazione, fra gli altri, di Kool & The Gang, King Curtis, Bill Preston e Tina Turner, ha dato alle stampe il brillante “Hustlers Convention”, profanissimo congedo dalla vecchia vita ora che si è convertito all’Islam. Diventerà un disco di culto per l’hip hop dei ’90, così come un 12”, Doriella Du Fontaine, che il Nostro aveva inciso nel 1969 nientemeno che con Jimi Hendrix e che vedrà la luce solamente tre lustri più tardi.

Nel 1976 muore, per un tumore al cervello, Nilaja. Hassan è di nuovo scomparso e così sono Nuriddin ed El Hadi a mettere su nastro, con una corte di turnisti fra i quali spicca il batterista jazz Bernard Purdie (che divide addirittura la titolarità del lavoro) e Alan Douglas nuovamente in regia, il discreto “Delights Of The Garden”. Poi, un lungo silenzio.

Anni oscuri gli ’80. Mentre l’hip hop conquista il mondo, i suoi padri tacciono (Hassan, perso in storiacce di droga) o balbettano (Nuriddin ed El Hadi). Se la produzione di Bill Laswell salva nell’84 “Oh My People”, quattro anni dopo “Freedom Express” appare davvero poco ispirato, con l’eccezione della chilometrica e splendida Unholy Alliance. Altro lungo silenzio.

Nei ’90 la storia degli Ultimi Poeti si complica ulteriormente ma riserva anche, a sorpresa, alcuni dei suoi capitoli più avvincenti. Sia lode a Laswell, che riesuma Umar Bin Hassan e pubblica nel ’93, per la sua Axiom, “Be Bop Or Be Dead”, con un paio di riprese di classici dei Last Poets, Niggers Are Scared Of Revolution e This Is Madness, e sette nuove canzoni formidabili, liricamente acuminate e musicalmente funkissime, grazie a uno schieramento di star che include Bootsy Collins, Bernie Worrell e Buddy Miles. C’è pure – chi si rivede! – Abiodun Oywewole e i due, sempre supportati da Laswell che questa volta convoca anche George Clinton, nel ’95 si ripresentano come Last Poets con l’eccellente “Holy Terror”. Operazione eticamente discutibile (Oyewole era stato presente solo nel primo album, Hassan mancava all’appello da un ventennio) ma artisticamente felicissima, tant’è che il confronto con il lavoro pubblicato poco prima dagli altri Last Poets (i soliti Jalal ed El Hadi), “Scatterrap/Home”, risulta impietoso. Farà di meglio il solo Jalal, facendosi aiutare pure lui, in “On The One”, da un produttore d’eccezione, Adrian Sherwood.

Farà di peggio anche, cercando di risolvere con un coltello piuttosto che con della carta bollata la vertenza sulla proprietà del nome del gruppo. Così vanno le cose, in quel ghetto di cui gli Ultimi Poeti hanno esposto la gloria e le contraddizioni come nessun altro, con i loro dischi e le loro stesse vite tumultuose.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.393, 14 aprile 2000.

2 commenti

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2 risposte a “Potere alla parola (1): La rivoluzione permanente dei Last Poets

  1. Orgio

    Curiosità: la prima persona a profferire “motherfucker” in diretta televisiva nazionale negli USA è stata Grace Slick.
    Per il resto, articolo interessante anche per chi, come me, ha solo un marginalissimo interesse per l’hip hop, e solo quello old school. Quindi, grazie.

  2. Pingback: THE LAST POETS-Jazzoetry full album e chi erano | controappuntoblog.org

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