Potere alla parola (2): Gli inizi – La Sugar Hill e Grandmaster Flash

Grandmaster Flash & The Furious Five

Altro che Sex Pistols! In materia di truffe discografiche poco può sorpassare quanto inscenava nell’ottobre 1979 Sylvia Robinson, ex-artista rhythm’n’blues riciclatasi da discografica a capo di un’etichetta soul e disco di Englewood, New Jersey, la All Platinum. E di conseguenza della sua succursale domiciliata ad Harlem, Sugar Hill. Testimone della nascita dell’hip hop alle feste nei parchi e nelle scuole della Big Apple, la Robinson per prima coglieva l’immenso potenziale commerciale di quelle jam improvvisate mixando dischi e scandendoci sopra rime. Decideva allora di cercare di riprodurle, senza però interpellare alcuno dei pionieri del movimento e andando in definitiva a fare tutt’altro visto che, convocati tre rapper assolutamente minori, non li metteva al lavoro con un dj bensì con la band della casa: complesso strepitoso con dentro nomi – Skip McDonald, Douglas Wimbish, Keith LeBlanc – che nel decennio successivo svolgeranno analogo ruolo, facendo di nuovo la Storia, alla On-U Sound. Rubata la base agli Chic di Good Times e un bel po’ di versi a Grandmaster Caz dei Cold Crush Brothers, ecco Rapper’s Delight, con buona pace di Afrika Bambaataa e Grandmaster Flash, scippati del loro genio: 14’30” in ogni caso irresistibili e infatti del mix si vendevano – udite bene – due milioni di copie nei soli Stati Uniti e sei nel resto del mondo. Altro che Sex Pistols! Subito dopo si provvedeva naturalmente ad assemblarci attorno un 33 giri (chiamato come il gruppo) e non ci sarebbe potuta essere dimostrazione più lampante che la Sugarhill Gang non c’entrava niente con l’hip hop: a parte Rapper’s Delight e una sua ripresa, l’album ammannisce difatti languide ballate soul più da Philly che da Bronx Sound e del passabile funk alla Parliament. Come il successivo (copertina in perfetto stile Earth, Wind & Fire) “8th Wonder”, il disco resta una piacevole curiosità d’epoca raccomandabile però solo ai completisti, siccome quanto contiene di essenziale è facilmente rintracciabile altrove. Impossibile nondimeno sopravvalutare la rilevanza del primo e più celebre brano della non-posse. Converrà fare qualche passo indietro.

1969. Appena giunto a New York dalla natìa Giamaica, il quattordicenne Clive Campbell comincia a mettere dischi in giro per il Bronx. Constatato che i 45 giri reggae che si è portato dietro da Kingston non incontrano granché, prende a proporre una miscela di soul, funky, rhythm’n’blues, musica latina, proto-disco, affinando pian piano (sin dal 1973 ha  un suo sound-system) la tecnica e quindi introducendovi elementi a dir poco innovativi. A quel punto noto con lo pseudonimo di Kool Herc, intorno al 1975 è ormai solito, piuttosto che suonare un pezzo per intero come usano gli altri dj, limitandosi a cercare l’attacco giusto per legarlo al successivo, fare andare inserti brevissimi – un riff di chitarra, un giro di basso, una frase melodica – molte volte, con due copie dello stesso vinile a girare su due piatti e frammenti della medesima canzone ad alternarsi freneticamente. Ed è qui che entra in scena Joseph Saddler. Più giovane di tre anni, originario delle Barbados ma anch’egli cresciuto all’ombra della Grande Mela, ha a disposizione uno stereo da 1.100 watt di un amico, che lo aveva acquistato a prezzo stracciato da un club andato a fuoco, e una congruissima collezione di dischi. Installato il mostruoso impianto in un appartamento abbandonato, il giovanotto ha passato un anno a portare l’arte del dj a un livello di raffinatezza addirittura superiore a quella del Maestro. La sua velocità nel manipolare il vinile gli procurerà presto un soprannome: Flash. Non abbastanza per soddisfarne l’ego e diventa allora Grandmaster Flash.

A guardarle oggi le sue foto con i Furious Five, i cinque rapper che presero presto a spalleggiarlo, non si può non sorridere di un look a mezza via fra Imagination e Village People. Ma il loro rapporto con la disco finiva lì. Ove i testi in quel genere musicale erano inviti alla danza o espressioni d’amore ridotte alla banalità dello slogan, i cinque Furiosi, e in particolare Melle Mel (vero nome Melvin Glover), seppero offrire della vita degli afroamericani ritratti di una lucidità e una crudezza degne delle rime al vetriolo dei Last Poets dei ’70 e del Nemico Pubblico a venire. Ma per quanto The Message, del 1982, sia la canzone che meglio ha inquadrato la vita delle minoranze etniche metropolitane nell’era di Reagan la vera rivoluzione fu quella posta in essere dal dj. Mentre Melle Mel e compagni si inserivano in una tradizione che veniva da lontano, che partendo dai cantastorie africani e passando per i complessi doo wop aveva portato ai toaster giamaicani, ai Last Poets e a Gil Scott-Heron, Grandmaster Flash non aveva altri predecessori che proprio Kool Herc, della cui lezione fu non solo epigono ma geniale revisore. La sua maestria nell’unire più brani in successione usando i break di basso e batteria per fare sparire le suture, l’abilità prodigiosa nel costruire pezzi anche molto lunghi con loop di pochi secondi (inanellati manualmente: una meraviglia artigianale pre-campionatore), la padronanza assoluta di una tecnica, lo scratching, che non inventò ma fu il primo a inserire organicamente nell’ordito delle composizioni erano impareggiabili al tempo. Grandmaster Flash aggiunse in pianta stabile un terzo piatto ai due canonici e introdusse l’uso del beat box per incrementare carica ritmica e fluidità delle jam. Adventures Of Flash On The Wheels Of Steel è il brano che più va vicino a offrire un’istantanea di cosa dovevano essere le sue performance. Già l’attacco è indimenticabile: si ascolta un frammento di Rapture, l’omaggio dei Blondie al rap, per la precisione il pezzo in cui Deborah Harry dice “Flash is fast”, e Grandmaster saluta l’inchino riportando indietro velocissimo la puntina, per un paio di volte, proprio sulla parola “fast”. È l’inizio di un collage in cui si susseguono Queen (Another One Bites The Dust, canzone figlia di Good Times degli Chic – ma guarda! – e mamma di Radio Clash), Chic, 8th Wonder della Sugarhill Gang, Birthday Party degli stessi Furious Five, Monster Jam di Sequence e Spoonie Gee. Il suono è violento, l’effetto d’assieme caotico ma è un caos miracolosamente palingenetico. Usciva nel 1981 questo capolavoro e le tappe preparatorie si erano chiamate Superrappin’, Freedom, Birthday Party. Altri momenti memorabili verranno impressi su vinile nei due anni seguenti: la già citata The Message, Flash To The Beat e, a Furious Five sciolti con il solo Melle Mel rimasto a fianco di Grandmaster, White Lines.

Con l’eccezione di Superrappin’, tutti i brani menzionati vedevano la luce per… la Sugar Hill Records. Giacché fatto il botto con Rapper’s Delight Sylvia Robinson scaltramente tornava sui suoi passi e offriva casa (discografica) a più meno tutti i protagonisti principali della scena rap cittadina (giusto Afrika Bambaataa si domiciliava altrove; mentre di Kool Herc resterà soltanto il Mito) e anche a qualche minore. Dopo avere tanto e con ragione mugugnato per l’esproprio compiuto dalla Sugarhill Gang, tutti accettavano e quasi tutti passavano alla cassa. Fino al 1984, e dunque per un lustro, l’etichetta di Harlem sarà quasi monopolista in materia di hip hop. Quasi per intero quindi nei solchi dei suoi epocali 12” l’infanzia del genere.

A Complete Introduction To Sugar Hill Records

Un’introduzione sul serio completa

Degli anni pionieristici dell’hip hop, la seconda metà dei ’70, quelli dell’incontro fra il Giradischi e la Parola, non esiste una documentazione fonografica. Era una faccenda esclusivamente newyorkese e del “qui” e “ora”. Come le jam nel jazz ed esattamente come in quella tradizione ogni esibizione di Kool Herc, di Grandmaster Flash, di Afrika Bambaataa  era un qualcosa di unico e irripetibile. Proprio perché il nuovo stile era legato alla magia del momento, i suoi alfieri nemmeno considerarono l’ipotesi di eternarlo tangibilmente per contemporanei e posteri. Del periodo dal 1975 al 1979, cioè fin tanto che Sylvia Robinson ebbe l’intuizione che ciò che era popolare nella Big Apple poteva diventarlo ovunque, non ci sono pervenuti sostanzialmente che racconti. Nel suo secondo lustro di vita – spartiacque l’omonimo debutto in lungo dei Run-D.M.C., del 1984 – il neonato genere sarà al contrario rappresentato più che adeguatamente a livello di discografia e però invano cercherete un album significativo. Era per intero una faccenda di singoli e per la precisione di mix, visto che per brani rarissimamente sotto i cinque minuti sette pollici di vinile non potevano bastare. Ecco perché l’antologia, e se possibile l’antologia di artisti vari visto che soltanto Flash e Bambaataa produssero abbastanza classici da giustificare collezioni tutte loro, è da sempre il migliore strumento per studiare i quasi-primordi del rap.

In questo stesso numero, a proposito di Chess, si fa notare che chiamare una raccolta “Un’introduzione completa a” è una contraddizione in termini. Vero però che lì si parla di una vicenda andata avanti per due abbondanti decenni e che produceva un catalogo di centinaia di titoli, laddove la label di Harlem non durava che dal ’79 all’86. Nel titolo “A Complete Introduction To Sugar Hill Records” (Universal) di contestabile non c’è il “Complete”, semmai l’“Introduction”. In quattro CD che dovrebbero costarvi meno di quaranta euro troverete tutto ciò che merita avere non solo di Grandmaster Flash e della Sugarhill Gang ma anche di validi nomi oggi dimenticati come Sequence (la prima posse tutta al femminile) e Treacherous Three (prima palestra per la futura star Kool Moe Dee).

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.675, ottobre 2010.

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