Sigur Rós – Kveikur (XL)

Sigur Rós - Kveikur

Tanto vale dichiararlo subito: è da quando quello che in certe discografie viene chiamato “Untitled” e in certe altre “()” li rese sorprendentemente enormi – laddove fino alla colonna sonora di “Angels Of The Universe” erano rimasti una faccenda piuttosto elitaria – che l’annuncio di un nuovo album dei Sigur Rós non mi provoca esattamente brividi di eccitazione. Fatto è che, facendo il mestiere che faccio e indipendentemente dal doverne scrivere o meno, semplicemente non posso esimermi dall’ascoltare l’ultima uscita di un nome assurto sin dal 2002 all’olimpo del rock contemporaneo. Non sarebbe serio. Solo che con gli Islandesi un passaggio non basta mai per capirci qualcosa. Né due, o tre, o quattro. Nemmeno, per quanto mi riguarda, per rispondere alla più semplice delle domande: mi piace o no? Boh… Ebbi a scriverlo all’altezza del seguito di “Untitled” – o come diavolo volete chiamarlo; “Takk”, AD 2005 – sulle colonne di un giornale che oggi non esiste più: per nostra fortuna oppure disgrazia, i Sigur Rós sono un gruppo unico al mondo. Per me è l’unico punto fermo.

Va riconosciuto questo alla compagine di Reykjavic: che, rimasta orfana del tastierista Kjartan Sveinsson e tornata dunque alla formazione a tre che ne caratterizzò gli esordi, è riuscita a uscire dall’angolo di un manierismo cui gli ultimi lavori indubitabilmente concedevano più di qualcosa. Andavano naturalmente prese cum grano salis le anticipazioni che dicevano di un suono “più aggressivo”. Più aggressivo rispetto allo zucchero filato di certo sunshine pop, va da sé, alla malinconia tinta di epica e viceversa, a psichedelie pastorali e slarghi ambient, ai panorami a perdita d’occhio disegnati alternativamente o sovrapponendosi da un progressive minimale e/o da un post-rock barocco e sì, in materia di ossimori i Nostri hanno sempre dato le piste a chiunque. Se Antony dovesse annunciare che il suo prossimo disco sarà più heavy, vi attendereste forse del metal? Ciò premesso, trattandosi di Sigur Rós e avendo specialmente in testa gli ultimi Sigur Rós, fanno una certa impressione il riff bradipico e il basso catacombale dell’iniziale Brennisteinn. Più avanti sarà soprattutto la traccia che battezza il disco a picchiare duro, marziale, tirata e discretamente fragorosa, quasi laibachiana, si potrebbe azzardare, mentre un paio di altri pezzi preferiranno partire da gassosità o ricami leggiadri per poi similmente inturgidirsi. Essendo però l’approdo ultimo una Var che invece, con il suo bucolico rintoccare di tasti, sarebbe potuta stare su uno qualunque degli album prima. Ciò che non cambia minimamente con “Kveikur” rispetto ai suoi sei predecessori “veri” è l’ammirevole – oppure irritante – capacità degli artefici di mantenersi mercurialmente inafferrabili, l’occhio di chi osserva costretto continuamente a rimettere a fuoco. Assegno un “7” politico, che non sporca mai, e archivio pure questa prova. Certo che, dopo averle concesso molti più ascolti di quelli usualmente bastanti a scrivere con cognizione di causa di qualunque cosa, di riascoltarla non mi verrà mai voglia. Ma proprio mai.

4 commenti

Archiviato in recensioni

4 risposte a “Sigur Rós – Kveikur (XL)

  1. giuliano

    “Solo che con gli Islandesi un passaggio non basta mai per capirci qualcosa. Né due, o tre, o quattro. Nemmeno, per quanto mi riguarda, per rispondere alla più semplice delle domande: mi piace o no? Boh… ”

    Ecco perché mi piace Cilìa: in 3 righe tutto quello che ho sempre provato quando ascolto i SR. E’ uno di quei gruppi (?) che alle mie orecchie rimangono un mistero poco gaudioso. E’ come quando di un film si dice: “Indubbiamente bellissima la fotografia”.

    • Francesco

      anche per me rimangono algidi e distanti, sono dal vivo a lucca, vicino a casa ma non so ancora se andare a vederli, mi sa che opto per leonard cohen-nick cave-neil young e festa finita

  2. Anonimo

    Siamo su binari differenti; credo che i Sigur Ròs siano tra le (poche) band di rilievo attualmente in circolazione. Capisco che non possa essere musica da ascoltare tutti i giorni, ma liquidarli con sufficienza è estremamente ingiusto. D’altronde pure Cilìa è un essere umano…

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