I got some John Coltrane on the stereo, baby (make it feel all right)

John Coltrane 1962

Ogni tanto, quando mi coglie lo schifo per la mia pigrizia e sento il bisogno di punirmi mettendomi di fronte esempi di gente al contrario instancabile, quando con il genio che si ritrovava avrebbe potuto permettersi di faticare meno, sosto davanti al mezzo metro di scaffale occupato a casa mia da album di John Coltrane e medito sul tempo sprecato, e sull’ignoranza riguardo a quanto ne resti ancora, che sempre dovrebbe spingerci a non farlo scorrere invano. Ogni tanto, quando sono stato bravo e sento di potere premiarmi con quel raro ascolto non legato a necessità lavorative, quello effettuato per il puro piacere di godere della musica (per chi fa questo mestiere un lusso, sapete?), punto quel mezzo metro, chiudo gli occhi e pesco un CD a caso. Sapendo che coglierò sempre bene e di quanta gente dalla produzione così smisurata si può dire lo stesso? Che sia un disco di quelli, una manciata, già gustati un gran numero di volte o appartenga al novero dei meno frequentati, giacché entrarono in casa mia, decine di seguito, nel giro di pochi mesi un cinque o sei anni fa in un periodo in cui per questo artista mi colse come una febbre, so che comunque ci scoprirò qualcosa che mi suonerà fresco, inaudito. Si tratti di una conclamata pietra miliare o di un album assemblato, magari senza neppure il concorso del titolare, con gli scarti di sedute che diedero più celebri risultati, persino con incisioni in cui neppure era il leader. Coltrane appare sempre nuovo e un Coltrane “minore” semplicemente non esiste: con lui – Lui! – si può discettare al massimo di differenti gradi di grandezza.

Ho detto “CD”. Fino a pochi giorni fa tutto il Coltrane di cui potevo godere era in digitale. Fatto è che è uno cui sono arrivato tardi, quando era più sensato comprare compact facilmente disponibili e sovente a medio prezzo che affannarsi dietro a vinili per i quali già capitava di sentirsi chiedere cifre importanti. Fatto è che quasi tutto il Coltrane in CD, su Prestige o Atlantic o Impulse! che sia, suona per fortuna ottimamente, i libretti sono di norma curati e insomma tanto vale essere felici così. Fino a pochi giorni fa. Poi, in gentile omaggio da Alfredo Gallacci, mi sono giunte due meravigliose stampe Speakers Corner, distribuite dalla sua Sound And Music, di “Africa/Brass” e “A Love Supreme” e finalmente ho potuto gustare anche in vinile (qualche frusciante copia d’epoca, delle pochissime cose che oggi si stenta a trovare, l’avevo già fatta girare grazie alla cortesia di un amico) del Coltrane come era inteso al tempo che si ascoltasse. È solo suggestione, sono un fissato se mi pare che il piacere auditivo che regalano queste stampe sia comunque superiore? Se sono convinto di cogliere un’ariosità maggiore e una prospettiva scenica più nitida? Sfumature, sia chiaro, ma è quella sottile differenza, nella quale si catturano mondi, che passa fra il perfettibile, benché ottimo, e il perfetto. Ascoltare il primo mi ha in ogni caso dato un’emozione particolare perché per la prima volta ho potuto affrontarlo nella forma in cui uscì originariamente. In compact ho un peraltro preziosissimo doppio, “The Complete Africa/Brass Sessions” del ’95, che ai tre lunghi brani della scaletta primigenia aggiunge tutto il resto di quanto fu registrato in quelle storiche sedute a cavallo fra il maggio e il giugno 1961, vale a dire tre prodigiose versioni alternative e due inediti. L’edizione in questione opta però non per metterle in coda al programma noto ma per sistemare le otto tracce nell’ordine in cui furono incise e dunque…

The John Coltrane Quartet - Africa Brass

LP cruciale per il nostro eroe, “Africa/Brass”, e debutto per una neonata Impulse! sorta, sotto l’egida di ABC-Paramount, con l’intento precipuo di documentare quel jazz, di cui ’Trane era fra i vessilliferi, talmente rivoluzionario da non avere ancora un nome, o meglio da averne tanti: free, avant-garde, The New Thing. In una recensione del novembre di quell’anno su “Down Beat” un critico ben reputato come John Tynan addirittura definiva “anti-jazz” il modo di suonare del Nostro non sapendo, il tapino, che a ben più vertiginose altezze sarebbe asceso Icaro prima che il sole, in forma di un fulminante tumore al fegato, sciogliesse la cera delle sue ali e lo facesse piombare al suolo, il 17 luglio 1967, non ancora quarantunenne. Se ho fatto bene i conti, e non è facile siccome già all’epoca erano stati fatti uscire diversi 33 giri con materiali di assortita provenienza, per il sassofonista di Hamlet era l’album “vero” da leader numero otto, l’esordio – dopo la lunga gavetta e la problematica associazione con Miles Davis – una faccenda di appena quattro anni prima. Ma sono anni luce che sembrano separare da “First Trane” “Africa/Brass”. Frutto dell’interesse sviluppato dal nostro uomo per i ritmi africani, lo vedeva per la prima volta circondare con una sorta di orchestra jazz (trombe, tromboni, flauti, clarinetti, corni francesi) guidata da quell’altro genio rubatoci prematuramente di Eric Dolphy il tradizionale quartetto/quintetto. Mozzafiato gli esiti, nella massiccia e politonale Africa come nello swingante valzer Greensleeves o in un modale Blues Minor. Musica “difficile”, nondimeno epidermica. Da lì a tre anni e mezzo “A Love Supreme” sarà altra cosa ancora e definitivamente indicibile.

John Coltrane - A Love Supreme

Quali che siano le vostre convinzioni riguardo al Divino, classificatelo alla voce “musica sacra”. Nello scatto scelto per l’iconica copertina il trentottenne sassofonista appare meditabondo e alquanto cupo. All’ineffabile senso di gioia trasmesso dal disco non è certo questa foto un po’ inquietante a preparare, bensì l’indirizzo all’ascoltatore che si può leggere spalancando la confezione, a fianco di un ritratto di Victor Kalim rimasto egualmente iconico, indirizzo che si apre con l’asserzione che “ogni lode è dovuta a Dio cui ogni lode è dovuta”. E un po’ più avanti: “Questo album è un’umile offerta a Lui”. E nella metà di sotto il testo, novello salmo, la cui lettura nelle intenzioni dell’artista di Hamlet doveva accompagnare lo svilupparsi del quarto movimento di quella che è una sorta di suite: inizio di un’ingannevole semplicità, con l’alato spiegarsi del sax ad anticipare l’elementare tema di quattro-note-quattro disegnato dal contrabbasso di Jimmy Garrison, ma – attenzione! – sono subito mondi di stupefacente complessità a prendere forma nel formidabile gioco di piatti e tamburi di Elvin Jones, nelle linee perpetuamente cangianti del piano di McCoy Tyner, naturalmente nel guizzare dello strumento del leader. Ed è tutta qui, ad accontentarsi di ridurla ai minimi termini, la magia di un album in cui una filigrana intricatissima sottende una cantabilità estrema: per quanto tu creda di averlo ormai mandato a memoria, al centesimo passaggio un qualcosa che ti era sfuggito te lo rifarà nuovo. A quattro abbondanti decenni dall’uscita, e avendo venduto nel tempo oltre un milione di copie, cifra stupefacente per un LP di jazz, “A Love Supreme” sembra tuttora una faccenda di ieri l’altro, oppure di domani. Classificatelo alla voce “musica immortale”.

 Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.266 e 267, marzo e aprile 2006. Adattato.

6 commenti

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6 risposte a “I got some John Coltrane on the stereo, baby (make it feel all right)

  1. Carlo

    E’ stata la lettura di questi articoli su AR, anni fa, a farmi decidere di approfondire la conoscenza di questo immenso Musicista che in pecedenza avevo solo sfiorato….che scrigno di tesori si è aperto!

  2. demismoretti

    VM sai sempre sorprendere! mi vai a ripescare Coltrane e così mi tocca riascoltare a love supreme, emozioni, solo emozioni….

  3. massimo chiesa

    scrivi oosi’ bene che verrebbe voglia anche a me di ascoltarlo anche se il jazz proprio non mi dice nulla…magari un giorno…

  4. Sciabar

    Essendo discepolo di recente affiliazione sto ripercorrendo a ritroso l’archivio del blog e solo ora posso commentare questo post. Sono un grande appassionato di rock ma nutro un amore almeno pari per il jazz. Sono rimasto incantato e molto colpito da quanto hai scritto in questo post in quanto hai colto perfettamente l’essenza di John Coltrane (e come dubitarne da un Venerato Maestro?). Anch’io ho un mezzo metro abbondante di dischi del nostro eroe nei mei scaffali e, hai ragione, ovunque colgo non rischio di rimanere deluso. Dalla definizione dell’hard bop dei dischi con il titolo con il “gerundio eliso” del primo grande quintetto di Davis, alla collaborazione con Monk, dagli sheets of sound al jazz modale del quartetto classico, dal liturgico monolite di A Love Supreme al pieno abbraccio del free di Meditation ed Ascension ma anche nelle tante collaborazioni (Cannonball, Kenny Burrell, Red Garland e tanti altri) Coltrane e’ sempre esaltante. La sua musica suona sempre sincera, la senti che viene dall’anima, e la sua inesausta ricerca, insieme musicale e spirituale, trovo che sia sempre sorprendente. Nel frattempo, dalla stesura di questo tuo articolo, la “Impulse!” ha aggiunto un ulteriore mattone alla discografia del Divino John dando alle stampe “Offering”, un ottimo live del 1966 (registrato a meno di un anno dalla morte), gia’ circolato in forma incompleta e “non ufficiale”, oggi presentato nella sua versione definitiva, curata direttamente dal figlio Ravi.
    Beh, che dire…diventato follower per la beneficiare della tua illuminata guida nel campo del rock (e del soul, del R & B, del reggae……) oggi la mia gia’ alta stima nei tuoi confronti raggiunge vertici elevatissimi per questo tuo sincero amore per il jazz e per la grande competenza che traspare dalle tue righe.
    Grande Eddy!

  5. Sfortunatamente WordPress non prevede, diversamente da Facebook, che si possa mettere un “like” a un commento. Ma fai conto che io l’abbia fatto.

  6. Sciabar

    Dimenticavo…citare i Dream Syndacate nel titolo dell’articolo e’ stato un vero colpo di classe.

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