These New Puritans – Field Of Reeds (Infectious)

These New Puritans - Field Of Reeds

Come ben sa, ad esempio, chi ultimamente si è sorbito quella palla micidiale di Waxahatchee (sempre diffidare di quelli che si scelgono alias assurdi, di quelli che non si capisce qual è il nome del gruppo e quale il titolo dell’album, di quelli che scrivono i titoli in corpo 2, verde sfondato su giallo e fuori registro) non è che un 8.4 su “Pitchfork” significhi in automatico che chi ne è stato gratificato abbia appena dato alle stampe un capolavoro da ricordare nei secoli, fintanto che l’uomo abiterà questo pianeta. Anzi, essendo da lungi evidente che “Pitchfork” è oggi l’equivalente 2.0 del “New Musical Express” anni ’90, con l’aggravante della mancanza di sense of humour e di una pretenziosità di chi scrive che fa il paio con la pretenziosità della musica di cui scrive. Nondimeno, se non altro per la legge dei grandi numeri, anche da quelle parti può capitare ogni tanto che ci si entusiasmi o si stronchi a ragion veduta. La prima che ho detto nel caso di quello che per Questi Nuovi Puritani è l’album numero tre. Parecchio diverso dal numero due, che a sua volta li aveva mostrati irriconoscibili rispetto al debutto. Sanno stupire, costoro, e a oggi lo hanno fatto sempre e solo in positivo.

Età media attorno ai vent’anni o pochissimo su di lì, all’altezza dell’esordio del 2008 “Beat Pyramid” l’allora quartetto di Southend-on-Sea si era segnalato più per la qualità delle canzoni che per l’originalità di un sound chiaramente indebitato (con buona pace di ben meno plausibili influenze dichiarate quali Wu-Tang Clan e Aphex Twin) nei confronti dei soliti nomi della new wave britannica di tre decenni prima: Fall, Wire, in misura minore Gang Of Four. Disco pieno di chitarre spigolose e percussioni sferzanti quando da lì a due anni nel successore (successone no, successino) “Hidden” se le seconde risultavano ancora ben presenti delle prime si stentava ad avere notizie, al loro posto elettronica assortita e orchestrazioni di ottoni e legni. Steve Reich un modello di riferimento e stavolta non millantavano, i These New Puritans. Qualcuno parlava di post-rock e come dargli torto. Altri li dicevano novelli Talk Talk (quei Talk Talk là) e più di qualche buona ragione l’avevano pure costoro. Un album e tre ulteriori anni dopo, per parlare di rock il prefisso “post-” diventa obbligatorio (ma quanto erano già tali quei Tuxedomoon da un cui disco pare sortire Fragment Two?) e comunque anche di quella fatta se ne rinviene poco: più jazz da colonne sonore, più orchestrazioni neoclassiche, più voci liturgiche in fuga su bordoni idem per tangenti alate. Gli ultimi Talk Talk ce li troverete ancora e con essi il Tim Buckley più sperimentale ma al netto dell’angoscia, un Herb Alpert non in metafora rivisitato come fosse Badalamenti e poi scampoli di Penguin Cafe Orchestra, suggestioni wyattiane, Sylvian. Persino – diomio, cosa sto mai per dire… – un’eco di campane tubolari. È musica che riesce a essere raffinata senza mai parere artefatta. Ci cogli un respiro di poesia pure nei momenti più astratti. Che è poi esattamente ciò che difetta – se mi fermo un attimo a rifletterci – ai Sigur Rós ultimi. Ma anche penultimi, terzultimi…

1 Commento

Archiviato in recensioni

Una risposta a “These New Puritans – Field Of Reeds (Infectious)

  1. Litania

    Onorato di vedere che anche VMO condivide commenti positivi per questi TNP che hanno il coraggio di provare ed osare e, sorprendentemente, suonano anche piacevoli (qualita’ spesso assente nel post-rock o comunque lo si voglia chiamare). Due le caratteristiche che mi hanno colpito: niente o minimo uso dell’elettronica (anche se l’inciso di Organ Eternal ricorda da vicino il John Surman di Upon Reflection a sua volta debitore di Riley) ed un afflato “progressive” che pareva proibito persino da pensare, figuriamoci suonarlo. Ricorda naturalmente anche i beneamati Bark Psychosis ed, almeno, nel finale Field of Reeds, persino la grandiosita’ dei Magma (o forse di Orff?). Guarda caso anche l’emerito Wire ha recensito (bene) il disco mentre il precedente Hidden era si citato tra i migliori 50 dell’anno ma non fu , se non ricordo male, recensito.
    Grazie anche per l’articolo su Coltrane, del quale bisognerebbe anche riscoprire dischi “minori” come Crescent o Ballads, quest’ultimo per me, il piu’ bel disco di Jazz assieme forse a My song di Keith Jarrett. Strano che nessuno abbia mai provato a cimentarsi con il concetto di bellezza in musica….

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...