Potere alla parola (3): Afrika Bambaataa – Peace, love, unity, and having fun

Nel 1990, tanto per portarsi avanti con il lavoro, la prestigiosa rivista “Life” dedicò un numero a “gli Americani più importanti del XX secolo”. Kevin Donovan, in arte Afrika Bambaataa, venne incluso nell’elenco.

Afrika Bambaataa

Sono appena stati ristampati dalla californiana DBK – purtroppo senza il ricco contorno di bonus che ci si sarebbe potuti attendere e quindi costringendo l’entusiasta neofita a rivolgersi a questa o a quella raccolta per procurarsi cruciali pezzi di storia mancanti all’appello come Zulu Nation Throwdown e Jazzy Sensation, il duetto con James Brown in Unity e quello con John Lydon in World Destruction – quelli che furono, pubblicati nel 1986 a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro, i primi due LP di Afrika Bambaataa. Assai più grande, anni per non dire ere geologiche, è però la distanza che pare separarli. Cointestato alla Soulsonic Force, “Planet Rock – The Album” era di natura semiantologica, siccome raccoglieva per strada quattro mix già epocali: si potrebbe dirlo l’equivalente per l’hip hop della “Sun Collection” di Elvis per il rock’n’roll. Cointestato alla Family, “Beware (The Funk Is Everywhere)” dal suo canto si proponeva in buona parte già come un superamento dell’hip hop – non certo in quanto filosofia ma come genere musicale – quando ancora a questi mancavano un anno o due per entrare a pieno titolo nell’età adulta. Sarebbe stato – di già – l’ultimo momento in cui il nostro uomo, allora ventinovenne, esercitava per una scena alla cui nascita aveva dato un contributo determinante una funzione propulsiva. Sempre attivissimo sul piano sociopolitico (pochi ricordano, per dire, che fu uno dei promotori del concerto con cui Wembley e il mondo salutarono un Nelson Mandela non più galeotto ma non ancora presidente del suo paese), Bam avrebbe presto cessato di avere una pur minima incidenza artistica. Presenza monumentale ma museale consegnata per sempre ai resoconti ammantati di leggenda di “those were the days”. Il che non ne sminuisce una rilevanza non intaccata nemmeno dal fatto che, per quanto eccellenti siano quei primi due album e un’altra manciata di brani in essi non inclusi, come certi giganti del primo jazz Afrika Bambaataa è rimasto largamente sottorappresentato dal punto di vista della discografia e quello che c’è è un pallido riflesso, stando a tutte le testimonianze, di quello che fu. In ogni caso gli è andata meglio che a Kool Herc, il Buddy Bolden dell’hip hop di cui, come quel pioniere del jazz, nulla di nulla è restato. Siamone felici.

La cronaca, or dunque. Ossequiando senza saperlo quello che sarà il peggiore stereotipo legato al rap, musica di malavitosi a gloria del loro stile di vita, il giovane Kevin cresce nel Bronx delinquendo. Smentendo quello stesso stereotipo, non solo la musica costituirà per lui un riscatto ma già prima di farne il centro della sua esistenza ha verso la vita l’atteggiamento positivo che lo premierà. Ingegno acuto, lingua svelta, carisma lo rendono un leader naturale, capo di una ghenga giovanile estesa e potente come i Black Spades e già attento a limare i contrasti razziali e a tenere gli spacciatori lontani dalla sua zona. Addirittura, propone un’alleanza alle bande che dominano in altri quartieri per mettere al bando ogni tipo di violenza  ed ecco i semi che germoglieranno nel semplice programma in quattro punti esposto da Unity: “peace, love, unity, and having fun”. Fonda la cosiddetta Organisation e perché diventi Zulu Nation – collettivo afrocentrico ma aperto a ogni cultura di artisti di strada che nei decenni aprirà filiali in tutto il mondo: Italia compresa – non serve che un evento drammatico: il migliore amico di Kevin – i resoconti tramandano giusto lo pseudonimo: Soulski – rimane ucciso in uno scontro con altri teppisti minorenni e per il ragazzo niente sarà più lo stesso. In premio per il diploma di media superiore brillantemente conseguito, la madre gli ha regalato una coppia di giradischi. La sua collezione di vinili è già piuttosto cospicua e riflette gusti eclettici che vanno dall’ovvio per un giovane statunitense di colore, un sacco di funky e un po’ di musica africana, al meno scontato ed ecco tante cose latine, del calypso, un tot di rock mediamente pesante con Who e Led Zeppelin in prima fila. Comincia a battere senza posa mercatini, vendite di beneficenza, negozietti dell’usato e a pochi spiccioli per volta incrementa esponenzialmente quella sua collezione, fra l’altro con colonne sonore e primitiva elettronica. E quei vinili comincia a farli girare, sui piatti omaggio di mammà, nelle feste nei parchi e nei cortili delle scuole, più avanti anche in club dove per la prima volta fra il pubblico c’è qualche faccia bianca, o persino una prevalenza di facce bianche. I suoi amici e rivali si chiamano DJ Kool Herc e Grandmaster Flash. Lui si fa ormai chiamare Afrika Bambaataa e letture ossessive come la caccia a dischi sempre nuovi lo stanno portando a collocarsi in quella gloriosa tradizione di fantascienza black che, con un Samuel R. Delany, include le pantomime clintoniane e quelle di Sun Ra. Tutto si lega, nell’Afroamerica.

Non è questa la sede, né ci sono gli spazi, per ripercorrere nei dettagli la genesi dell’hip hop, una complessa cultura prima ancora che un genere musicale in cui a rap e turntablism si affiancano da subito graffiti e breakdance. Non è questa la sede per spiegare agli sciocchi e ignoranti, che sopravvivono fra il pubblico del rock come giapponesi nella giungla decenni dopo la fine delle ostilità, che per la musica afroamericana l’hip hop non ha rappresentato un momento di discontinuità né meno che mai un sintomo di decadenza. Basi che si richiamano da subito alle lezioni del soul, dell’errebì, del funky e della disco (e che più avanti riscopriranno anche il blues), argomenti e modo di porgerli che non soltanto non sono nuovi in assoluto (già hanno agito Last Poets, Watts Prophets, Gil Scott-Heron) ma affondano le radici nel pre-schiavismo, nella tradizione africana del griot, il cantastorie che girando per villaggi svolge insieme le funzioni del giornalista, dello storico, del cantore epico, del comico, lo certificano piuttosto come un un punto d’arrivo. Con il jazz dapprincipio il novello stile traffica poco o punto ma questo ha in comune e tenetelo bene a mente: come le jam è musica del “qui e ora” e per un bel pezzo a nessuno viene in mente che, se è quello che si ascolta di più alle feste nei ghetti della Grande Mela, potrebbe funzionare pure altrove. Dal 1975 al 1979 circolano solamente nastri delle esibizioni più memorabili (qualcuno verrà bootlegato: di Bambaataa si segnala un “Death Mix” che si dice abbia venduto decine di migliaia di copie) e, paradossalmente, il primo hip hop su vinile è un falso. Già buona cantante di rhythm’n’blues riciclatasi come discografica, Sylvia Robinson fa uscire nell’ottobre del ’79 per i tipi della sua Sugar Hill Rapper’s Delight. Basato su Good Times degli Chic, attribuito a una fantomatica quanto formidabile Sugar Hill Gang, affidato a un rapper sconosciuto che non si fa problemi a rubare rime a man bassa a uno dei leader della scena (Grandmaster Caz dei Cold Crush Brothers), il brano è suonato e mancante dunque di quella che sarà a lunghissimo la caratteristica principe dell’hip hop, quella cioè di costruire le sue canzoni con frammenti di canzoni già esistenti presi direttamente dai dischi. Vende nondimeno un’iradiddio e, dopo essersi alquanto inquietati per il furto, Flash e Bam fanno buon viso a cattivo gioco e decidono che sì, oltre che suonarli i dischi possono farli anche loro. Il primo si accasa proprio alla Sugar Hill.

Afrika Bambaataa esordisce invece, con due versioni di Zulu Nation Throwdown (una attribuita ai Cosmic Force, l’altra ai Soul Sonic Force), per la minuscola Ninny, nel 1980. È una bomba di funk alla Parliament da far venire le vertigini e parimenti vertiginosi sono i rap che la sormontano. Per il bis bisogna attendere il febbraio 1982 e una Jazzy Sensation prodotta da Arthur Baker e modellata sul cavallo di battaglia di Gwen Guthrie Funky Sensation. Vede la luce su Tommy Boy, un’etichetta che si rivelerà fondamentale per il neonato genere e alla quale proprio il successo del Nostro darà i mezzi per crescere. Successo che a questo punto è ancora relativo ma che si fa enorme in giugno con la pubblicazione di Planet Rock, mezzo milione di copie vendute nei soli Stati Uniti nel giro di pochi mesi e a dispetto della pressoché totale assenza di passaggi radiofonici. Costruito sull’incrocio fra due brani dei Kraftwerk, Trans Europe Express e Numbers (dal primo viene la melodia, dal secondo la linea di basso sintetico), con le percussioni di Super Sperm di Captain Sky, è una delle pietre d’angolo dell’hip hop e ben quattro anni dopo inagurerà l’omonimo LP. Gli vanno dietro altri tre classici a quel punto conclamati come una spastica e petulante Looking For The Perfect Beat, un’elettrizzante Renegades Of Funk e una Frantic Situation sulla quale la dice lunga il titolo, più tre istantanei: la tribale Who You Funkin’ With?, il prototipo di modern soul Go Go Pop, la saltellante They Made A Mistake. Si è capito? Un indiscutibile capolavoro.

Vale un nonnulla di meno “Beware”, in cui di hip hop ce n’è abbastanza poco e, dopo un omaggio a Carpenter (Bambaataa’s Theme) e uno ai Talking Heads (Tension), inni minimo tre: una Kick Out The Jams che è quella degli MC5 ma sembra a tratti dei Public Enemy, i Queen fatti negri di Funk You, l’apologia della Zulu Nation di What Time Is It. Kevin Donovan ne vive tuttora di rendita. Con merito.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.619, febbraio 2006.

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