Quando Elvis era re

Elvis Presley - Elvis Is Back!

A non conoscerne anche per sommi capi la vicenda che gli sta dietro, la copertina di “Elvis Is Back!”, o quantomeno il suo davanti, farebbe allegria almeno quanto fa tenerezza: ancora giovane, ancora apparentemente innocente, ancora uno splendore di ragazzo e finalmente in abiti civili dopo i due anni meno un giorno trascorsi servendo la patria prima in Arkansas e poi in Germania, il Re del Rock’n’Roll accenna un lieve sorriso. E chi avrebbe mai potuto immaginare che artisticamente aveva già dato il meglio di sé e da lì in avanti non avrebbe fatto che declinare? Sebbene lampeggiando ancora con un certa frequenza bagliori di abbacinante immensità e più che mai quando nessuno se lo aspettava più, a cavallo fra ’68 e ’69, per poi lentissimamente suicidarsi percorrendo un orroroso viale del tramonto con al fondo una morte pure – tragedia aggiunta a tragedia – assai poco dignitosa, a quarantadue anni appena. La giri, quella copertina, ed eccolo in divisa Elvis, tenero tenero invece che marziale. La apri e quindici istantanee lo immortalano in varie fasi della naia più pubblicizzata e sotto i riflettori che mai si sia vista, a sinistra una scritta che annuncia il nuovo film, G.I. Blues, “a Hal Wallis production, a Paramount picture”. Già il suo terzo, mi pare di ricordare, dopo i clamorosi successi al botteghino di Love Me Tender e King Creole. Il circo mediatico impazzava come non mai e l’Album del Ritorno segnava un apice che resterà insuperato fino al fatale 16 agosto 1977. Sul retro di copertina del precedente “A Date With Elvis” un calendario del 1960 ha cerchiato un giorno di marzo, il 24, la data dell’atteso congedo. “Elvis Is Back!” veniva registrato da lì a dieci giorni, fra il 3 e il 4 di aprile. Ha universalmente fama di essere uno degli articoli migliori di un catalogo troppo vasto e raffazzonato e io pure, in un chilometrico articolo scritto per un’altra testata nel venticinquennale della morte, ossequiai la giurisprudenza. Confermo, facendo però presente che la frase “un grande LP di Elvis Presley” è una contraddizione in termini, che il Nostro non ha mai fatto grandi LP (quello bastante a consegnarlo alla Storia, la “Sun Collection”, è una raccolta che rischiò di uscire postuma) bensì grandi canzoni e che a determinare quindi la classificazione dei suoi 33 giri sono: 1) a quali vertiginose altezze si ascende nei momenti migliori; 2) il fatto che nei riempitivi non si affondi mai eccessivamente nel pantano del kitsch. Non esistendo un “all killers & no fillers”, per la buona e pessima ragione che quell’anima nera del Colonnello Parker non poteva nemmeno concepire di non centellinare le canzoni più memorabili, è giocoforza farsi bastare “some killers & some good fillers”. Qui, non si tratta di accontentarsi, ma di godere.

I vertici sono rappresentati da Fever e da Reconsider, Baby. La prima è la prestazione più magnificamente animalesca dell’Elvis del dopo Sun, in tutto e per tutto all’altezza di quella dozzina di facciate che sono considerate l’atto ufficiale di nascita del rock’n’roll, realizzazione del sogno bagnato di Sam Phillips di trovare un bianco che cantasse e si muovesse come un nero. Alle prese con il brano che ha fruttato l’immortalità al talento maledetto di Little Willie John e con lo scheletrico accompagnamento di un contrabbasso e della batteria soltanto, Elvis è un fiero felino che gronda dagli artigli sesso e swing: mo-nu-men-ta-le. Quanto a Reconsider, Baby è una meraviglia di blues in cui, dietro la voce ammiccante, il sassofono di Boots Randolph ruggisce e starnazza e il piano di Floyd Cramer trilla gioiosamente indemoniato, mentre una chitarra rockeggia fingendo che gli anni ’60 siano già alla fine, piuttosto che dietro l’angolo. Basterebbe, aggiungendo al conto l’irresistibile incrocio di doo wop ed errebì primevo di Make Me Know It, la ballata country con inflessioni gospel I Will Be Home Again, un’incalzante e gigionissima Such A Night e il blues sul lato assolato della strada di Like A Baby. In fondo, oltre che per l’impagabile confezione, è per questi pezzi di rado antologizzati (mentre Fever e Reconsider, Baby lo sono stati spesso) che “Elvis Is Back!” merita di essere acquistato. Non opera in essi che un’ombra dell’artista maggiore che fece un tutt’uno di country e di blues contribuendo in maniera decisiva a inventare, e soprattutto a imporre, un qualcosa che prima non c’era, ma è pur sempre un bellissimo ascoltare. E in ogni caso anche il resto, benché lo scapicollarsi di Dirty, Dirty Feeling trascenda dal giulivo nello sciocco e un’esagerazione di miele coli da Soldier Boy, mai costeggia gli abissi di ridicolo in cui sovente cadrà, nel post-militare (linea di demarcazione indiscutibile), un Presley ottenebrato dalla merda farmaceutica che aveva cominciato a trangugiare a manciate sotto le armi e ostaggio di un manager dall’insuperabile talento mercantile e dal nullo discernimento artistico.

Ma come si sente quest’album fresco di ristampa audiofila per i tipi della teutonica Speakers Corner? Bene come ti aspetteresti da un’incisione di jazz, o di classica, del 1960, ma mai da una di rock’n’roll. Plausibile l’immagine scenica disegnata dall’accorta produzione di Chet Atkins in “living stereo”, calorose e frizzanti e piene di sfumature le voci (non solo quella dell’attore principale, ma pure quelle a supporto dei Jordanaires), di corpo smilzo ma adeguato le percussioni, di buona naturalezza i colori del piano. Silenziosissimo il vinile e lontanissimi i plasticosi obbrobri di certe rimasterizzazioni anche recenti.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.267, aprile 2006.

2 commenti

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2 risposte a “Quando Elvis era re

  1. Francesco

    Scoperto di rimbalzo, e per tanti anni mi bastò la Sun Collection. Poi, con il tempo, ho apprezzato, e pure parecchio, i due grandi dischi di gospel di fine anni 60 e pure i live dei primissimi 70. che ci devo fare, le live versions di suspicious mind e in the ghetto per me sono enormi, e pure la colata di melassa di words sparata a palla in una fresca mattinata estiva fa la sua porca figura, o no?

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