In Love With Chuck (E. Weiss)

Che fine ha fatto Chuck Weiss? Sono sei anni che il vecchio (classe 1952) bohémien non dà più notizie di sé, vale a dire dacché Cooking Vinyl ne licenziò il terzo album “vero”, “23rd & Stout”. Si riaffaccerà almeno un’ultima volta alla ribalta? Sarebbe bello. Magari accompagnato da Tom e Rickie Lee, è il mio auspicio.

Chuck E. Weiss

I think that Chuck E.’s in love…/With the little girl who’s singin’ this song” (Rickie Lee Jones, Chuck E.’s In Love)

Lo invidiai da matti Chuck E., chiunque lui fosse, a sentirgli dedicare una canzone (di seduzione e swing tanto sfacciati poi!) sul primo album di Rickie Lee. Dea da morirci dietro in copertina, sigaro pendulo, basco rosso sulle ventitré su una cascata di lunghi capelli biondi, novella Lauren Bacall cui dedicare sogni impossibili. Beninteso: non è che la ragazza dicesse di contraccambiare. Però la familiarità dichiarata dai versi bastava a farmi pensare Chuck E. uomo incredibilmente fortunato. Per quanto mai come Tom Waits, che da lì a poco scoprii, sul retro di “Blue Valentine”, piegato con fare lascivo su una signorina appoggiata al cofano di un’auto e fosse mai che era proprio Rickie Lee? Ne ebbi conferma, non rammento in che modo. Il bastardo. La busta di “Foreign Affairs”, comprato assieme a “Blue Valentine”, mi aveva nel frattempo offerto le generalità complete dell’altro uomo con una scritta enigmatica: “Chuck E. Weiss is back in town”. Ancora qualche mese e inciampavo, proprio su queste pagine, in una recensione del primo LP di costui, un mini per la newyorkese e da lungi desaparecida Select. Lo acquisterò solo diversi anni dopo, su una bancarella milanese a prezzo miracolosamente basso quando già fra gli intenditori circolava a discrete cifre che l’ascolto testimonierà adeguate alla sua guascona poesia.

Ho molto amato “The Other Side Of Town”, sin dalla confezione bifronte con il Nostro sul davanti Dottor Jekyll e signor Hyde sul retro (solo che pure come Dottore non è che ispiri soverchia fiducia). La pigra eleganza blues di Luigi’s Starlite Lounge che sfuma nel travolgente jump della Saturday Nite Fish Fry che fu di Louis Jordan per poi cedere allo squisito apocrifo waitsiano (circa “Blue Valentine”, guarda caso) Sidekick (con Rickie Lee in sfizioso cameo) e quindi allo sfrenato punk’n’roll di Gina. Fine della prima facciata. Seconda: un altro paio di rock’n’roll a rotta di collo, Tropicana e Juvenile Delinquent, il pianismo sbrilluccicante di Sparky e infine quella delizia della title-track, epica di piano a grappoli e sax ululante non identificato. Il piano sì: un certo Mac Rebennack e vi è squillato un campanello? Esatto, Dr. John. Ho molto amato “The Other Side Of Town”, dicevo, e naturalmente l’ho poi riposto negli scaffali e dimenticato. Fino al 1999.

Non è da tutti mettere diciotto anni fra il primo e il secondo disco, ma del resto Chuck E. Weiss uomo qualunque proprio non è. In corrispondenza con la pubblicazione di “Extremely Cool”, su Rykodisc e con l’amico Tom a coprodurre, ebbi finalmente notizie in abbondanza su di lui e altre ancora ne ho avute adesso che, mettendoci quella miseria di due anni e spiccioli in mezzo, ci ha a sorpresa recapitato un’altra meraviglia di disco fatto della materia di cui sono fatti i film dei fratelli Coen e certi racconti di James Ellroy. La New Orleans più voodoo e la Chicago più elettrica traslocate nei bassifondi della Città degli Angeli, luoghi frequentati dal Chuck in alcolico spirito o in carne, ossa e sgargianti abiti da pappone. Ho appreso così, e ve ne rendo partecipi, che è addirittura dalla fine degli anni ’60 che il Nostro fa musica, da quando ragazzino sedette dietro tamburi e piatti durante un concerto di Lightnin’ Hopkins e il vecchio e grande bluesman ne fu tanto contento che se lo portò in tour. Nei primi ’70 suonava con i Chicago All Stars di Willie Dixon e piccola testimonianza ne è la spettacolare Down The Road A Piece inclusa (senza che incredibilmente si noti il minimo stacco rispetto a registrazioni di trentun’anni posteriori) nel nuovo di pacca “Old Souls & Wolf Tickets”. Nel 1972 conosceva Tom Waits in quel di Denver e ne nasceva una bella amicizia (scorro i crediti dei primi LP di Waits e in “Nighthawks At The Diner” mi imbatto in una Spare Parts I firmata congiuntamente e in “Small Change” in una dedica). Dopo anni nomadi, dal ’77 in poi Chuck è stato singolarmente stanziale per essere un americano: mai più via da Los Angeles e ogni lunedì sera, dall’88 a oggi, in concerto al Central, poi Viper Room e di proprietà di un altro illustre amico (Johnny Depp), sul Sunset Strip. Potrebbe essere ragione bastante a giustificare una capatina in California.

Vi costerà meno per intanto mettervi in casa ciò che del nostro uomo si trova, vale a dire i due dischi ultimi. Mi imbarazza scegliere. “Extremely Cool” è superficialmente più variegato, capace di passare dal bluesone catacombale di Devil With Blue Suede Shoes a una Deeply Sorry profondamente manciniana e da lì di traghettarsi al romanticismo fra Springsteen e Woody Guthrie di Oh Marcy e alle percussioni operaie e alla voce licantropa di Pygmy Fund, piazzando ancora nel prosieguo jazzetto spumeggiante, cariche a testa bassa alla Jerry Lee Lewis, messe con Screamin Jay Hawkins a officiare, sornione vaudeville e persino (l’impagabilmente cialtrona Do You Know What I Idi Amin) un’ipotesi di Last Poets buffoneschi. Con qualche intermezzo (tipo il quadretto beefheartiano di Piggly Wiggly) a spezzare il passo, “Old Souls & Wolf Tickets” è più compatto e ancora più gagliardo e scintillante. Adoro il tribalismo di Congo Square At Midnight, l’andi felpato di Sweetie-O, la marcetta gospel con fiati panciuti e mandolini in libera uscita di Anthem For Old Souls, il gusto cajun di No Hep Cats, la giocosità di un Dixieland Funeral assai poco funereo. Non scelgo. Perché dovreste, voi?

 Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.475, 26 febbraio 2002.

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