Potere alla parola (4): Piccoli Beastie Boys crescono

Mi è capitato spesso di scrivere della posse newyorkese e un paio di volte in maniera piuttosto approfondita. Sfortunatamente, giacché il destro per ripescarlo lo dava la prematura scomparsa del povero Adam Yauch, uno di questi due articoli già è apparso su VMO (lo trovate qui). Per questa serie recupero dunque il secondo, primo in realtà in ordine di stesura.

Beastie Boys

Lo scorso maggio “Pulse”, una delle principali riviste musicali statunitensi, ha pubblicato una lista dei venticinque album che hanno fatto la storia dell’hip hop. L’incarico di compilare l’elenco era stato saggiamente affidato a un giornalista nero di fama, Jon Shecter, uno dei fondatori di “The Source”, la bibbia del rap americano. Di uno solo degli LP da lui scelti sono titolari dei bianchi: il disco è “Licensed To Ill” e loro sono i Beastie Boys, tre pestiferi ragazzini ebrei newyorkesi che con quel lavoro debuttarono sulla lunga distanza, nell’ormai lontano 1986.

Non so quanti neri ci siano oggi fra i loro ammiratori. Probabilmente non molti, ma il rispetto di cui godono tuttora è grande e se hanno perso per strada i fans del rap più hardcore è successo, in larga parte, perché è quello un pubblico in costante movimento, sempre alla ricerca del nome emergente, del “flavor of the month”. E poi: non si è ridotto allo stesso modo il pubblico di colore dei Run DMC e dei Public Enemy? In compenso l’appeal dei Beasties si è fatto ancora più universale di quanto non fosse in principio, la loro musica più varia e fresca. Innovativa. Tre album dopo, si può parlare di loro non solo come di una delle migliori formazioni hip hop di sempre ma anche come di una rock band straordinaria. Forse la migliore cosa capitata al rock’n’roll, con i Nirvana, da dieci anni in qua.

I Beastie Boys sono un gruppo totalmente nuovo: non sono rock, non sono heavy metal, non sono punk, non sono rap. E nello stesso tempo sono tutte queste cose insieme. Sono fuori e dentro qualunque categoria attuale della musica.

Così parlava il loro produttore Rick Rubin nel 1986, quando “Licensed To Ill” aveva appena preso la rincorsa che lo avrebbe portato al numero uno delle classifiche USA. Tutto vero. Ma la valenza musicale dei Nostri fu messa in secondo piano dall’impatto che ebbe la loro ascesa allo stardom. Non pochi tirarono in ballo i Sex Pistols per raccontare dei Beastie Boys seconda maniera (i primi avevano trafficato, in ambito underground e in formazione a cinque, con l’hardcore punk, con risultati, come testimonia la raccolta “Some Old Bullshit”, non trascendentali). Del gruppo di Johnny Rotten i tre monelli di Manhattan avevano il gusto per le canzoni innodiche dal ritornello invariabilmente indimenticabile e per le provocazioni. La fama dei loro concerti, baraonde ad altissimo tasso adrenalinico dove tutto poteva succedere, fu presto immensa e la loro apparizione alla cerimonia dei Grammy per l’86 è passata alla storia della TV americana allo stesso modo in cui l’intervista ai Pistols nel programma di Bill Grundy fece epoca per quella britannica. Ciò che non tutti afferrarono è che nel glorioso tumulto inscenato dai nostri eroi non vi era traccia del nichilismo di Rotten e soci. Eppure gli immortali versi iniziali di Fight For Your Right To Party – “Ti svegli e devi andare a scuola ma non vuoi/e dici a tua mamma ‘Per favore!’/ma lei dice ancora ‘No!’“ – avrebbero dovuto chiarirlo da subito.

Una faccenda principalmente di ormoni i Beastie Boys, allora e ancora oggi che l’anagrafe fa di MCA (Adam Yauch, 1965), Mike D (Michael Diamond, 1966) e Ad Rock (Adam Horowitz, 1967) i più stagionati adolescenti del rock. Un cartone animato pure, come i Ramones. Ci voleva una bella ottusità a indignarsi per il loro presunto antifemminismo, dedotto da testi alla Animal House quali quelli di She’s Crafty e Girls, e parecchi la misero in mostra. Quei signori dovrebbero sentirsi imbarazzati oggi, non i Beasties, che per certe liriche irriverenti anni dopo comunque si scuseranno.

Voglio dire qualcosa che da tempo era dovuto/Che mancare di rispetto alle donne è sbagliato/A tutte le madri e le sorelle e le mogli e le amiche/Voglio offrire il mio amore e il mio rispetto, per sempre.” (MCA in Sure Shot, da “Ill Communication”)

Quello che davvero l’establishment trovò intollerabile al tempo (solo che non si poteva dire) non furono il linguaggio scurrile, l’enorme pene di gomma che svettava sul palco appena partiva Fight For Your Right To Party, la ballerina seminuda sospesa in una gabbia, le camere d’albergo distrutte, le forze dell’ordine dileggiate. Fu il fatto che tre ragazzini bianchi suonando musica da neri avevano conquistato un pubblico di giovanissimi dell’uno e dell’altro colore. Peggio dell’Elvis dei primordi, con l’aggravante che questi manco parevano addomesticabili. Cominciò un’opera di demolizione da parte dei media sistematica, con i famigerati tabloid inglesi in prima linea, ma si infranse contro una ghenga troppo unita per farsi mettere fuori gioco da maldicenze da bigotti. Troppo talentuosa.

Finito l’hype e persasi la memoria degli scandali restano le canzoni. Quelle di “Licensed To Ill”, già grandi ascoltate una ad una, crescono ancora se prese in blocco (niente stacchi fra un brano e l’altro: uno dei trucchi prediletti di Rubin e il più efficace). Lo scratching dinamitardo, il riff sabbathiano e la cavalcata percussiva dell’iniziale Rhymin’ And Stealin’ dettano le linee direttrici di un album che è ad ogni buon conto assai più articolato e meno monolitico di quanto spesso non si sia scritto. Se il brano standard, spinto in avanti dalle scansioni ritmiche tipiche dell’hip hop di metà anni ’80, è megachitarroso, retto da riff che vanno dal marmoreo alla Black Sabbath allo sprintato alla AC/DC (Fight For Your Right To Party e No Sleep Till Brooklyn potrebbero essere degli Australiani), passando per il funky di scuola Aerosmith, Slow Ride e Girls sono impregnate di latinità e il sax starnazzante di Brass Monkey rievoca addirittura la no wave. E gioco e timbrica delle percussioni oggi verrebbero etichettati industriali.

Si può ragionevolmente ipotizzare che il pubblico bianco apprezzò soprattutto i brani occhieggianti all’hard e quello di colore i pezzi più minimali e hardcore (nell’accezione rap del termine, naturalmente): The New Style, Paul Revere, Hold It Now Hit It. Quel che conta è che nel “Def Jam Tour 1986” i Beastie Boys e i loro compagni di scuderia Run DMC, Whodini e LL Cool J attirarono folle razzialmente composite come mai era accaduto. Val la pena di ribadirlo: ecco perché facevano paura.

Beastie Boys - Paul's Boutique

…got fat bass lines like Russell Simmons steals money…” (B-Boys Makin’ With The Freak Freak, da “Ill Communication”)

Avevano resistito agli attacchi dei cialtroni del “Daily Mirror”, i Nostri, e non si erano fatti mettere fuori combattimento né dalle grane giudiziarie né dalla stanchezza dei mesi trascorsi sulla strada. Fu un ostacolo imprevisto – una vertenza con il produttore Rick Rubin, il manager Russell Simmons e la casa discografica da loro fondata, la Def Jam, alle cui milionarie fortune MCA, Mike D e Ad Rock avevano offerto un notevole contributo – a farli sbattere faccia a terra e a minacciare di renderli ciò che taluni auspicavano e altri temevano: degli one hit-wonders. Finì con un divorzio dagli strascichi velenosi. Pochi avrebbero scommesso un centesimo sul futuro dei Beasties, in special modo dopo avere ascoltato, dopo un’attesa protrattasi tre anni, “Paul’s Boutique”, il loro primo LP per la Capitol, oltre che il primo post-trasloco da New York a Los Angeles.

Tutt’altro che un brutto disco, e difatti la stampa ne fu entusiasta, però invendibile. Cinquantatré minuti senza pause di hip hop rigorosamente hardcore, senza quasi traccia dei chitarroni di “Licensed To Ill” e senza brani (a parte Hey Ladies) un minimo orecchiabili. L’assenza della scaletta sulla bella copertina, che contribuisce la sua parte all’ardua identificazione del singolo titolo, legittima il sospetto che i Nostri intendessero fare di quest’album un’orgogliosa dichiarazione di indipendenza dagli obblighi che l’industria discografica impone alle sue stelle: un suono il più possibile riconoscibile e sempre simile a se stesso, nessuno scarto eccessivamente marcato fra un nuovo LP e il suo predecessore, qualche canzone trainante in ogni album. Se volevano essere anticommerciali ci riuscirono in pieno: il pubblico di colore aveva trovato altri idoli e quello bianco tutta questa negritudine proprio non la gradì. Al botteghino “Paul’s Boutique” fu un flop di quelli in grado di stroncare la carriera di chiunque.

Fra gli LP che abbiamo pubblicato finora, ‘Check Your Head’ è quello che più eravamo sicuri che non sarebbe piaciuto alla casa discografica. Al punto che considerammo l’eventualità che si rifiutasse di farlo uscire. Ma non avrebbe potuto importarcene di meno: quello era il solo disco che ci andava di fare in quel momento.” (Mike D, 1994)

La resurrezione commerciale (parlare di resurrezione artistica sarebbe fuori luogo: quando mai erano morti?) dei Beastie Boys è stato uno degli eventi più imprevisti ed esaltanti degli anni ’90. Il suo primo atto – primo anche dell’avventura Grand Royal, l’etichetta distribuita Capitol messa in piedi dai Nostri – è stato “Check Your Head”, anno di grazia 1992. Un mirabile incrocio fra l’immediatezza di “Licensed To Ill” e l’eleganza di “Paul’s Boutique”, con in più tanti altri colori a fare ancora più ricca una tavolozza già impareggiabile. Ci si imbatte dunque, esplorando i suoi solchi, in riff metal, scratching tellurici e giri funky, ma anche in un irresistibile Hammond alla Jack McDuff che fa spesso capolino, in un clamoroso revival dei trascorsi punk del gruppo chiamato Time For Livin’, in un ipnotico raga-rap (oggi lo si definirebbe trip-hop) come Something Got To Give, in una Stand Together che insegna una cosuccia o due ai Nine Inch Nails e in un gioiello di funkadelia come Mark On The Bus, di cui sia George Clinton che Sly Stone potrebbero essere orgogliosi. Nonché in citazioni di Barrington Levy e Bob Dylan, intermezzi da music hall, sassofoni isterici e della indolente funk-poetry, Namasté, che dà dei punti al pur bravo Galliano. Per non tirarla troppo per le lunghe: un prodigio, premiato da un riscontro commerciale lontano dai fasti di “Licensed To Ill” ma nondimeno rispettabilissimo (e il disco dopo andrà ancora meglio), quantificabile a tutt’oggi in circa due milioni e mezzo di copie vendute.

Al ritorno in auge dei Beasties contribuì una tournée con Henry Rollins, caratterizzata da concerti persino più trascinanti che ai tempi del primo album, con MCA, Mike D e Ad Rock impegnati con basso, batteria e chitarra, oltre che a rappare, e altri musicisti a supportarli con l’ottimo DJ Hurricane. Un riallacciarsi alle radici punk, da un lato; dall’altro, un’anticipo della voga dell’hip hop “suonato”.

Dopo di allora, altri tour entusiasmanti (il recente mini “Root Down” offre un assaggio dell’eccitazione che si respira quando si esibiscono i tre discolacci) e nel 1994 un LP capolavoro, “Ill Communication”, cui è riuscita un’impresa che si sarebbe scommessa impossibile: superare “Check Your Head”. Di quell’album “Ill Communication” mantiene tutti gli ingredienti aggiungendone ancora, senza che ciò vada a scapito dell’amalgama. Ecco quindi micidiali assalti alla Minor Threat come Tough Guy e Heart Attack Man convivere senza problemi con liquidi strumentali funky-jazz, nenie orientaleggianti come Shambala e Bodhisattva Vow e la psichedelia del ventunesimo secolo di Eugene’s Lament. Incredibile ma vero.

Non sarò mai figo come loro!” (Beavis, della coppia di filosofi Beavis e Butt-Head)

Se il più scafato dei discografici avesse provato a costruirli a tavolino, i Beastie Boys, non sarebbe riuscito a progettare una creatura sì perfetta. Piacciono a tutti: ai critici più esigenti come ai ragazzini, alle radio e ai dj, ai rapper e ai punk, ai funkettari e ai metallari. Sono sempre stati in anticipo sui tempi: hanno inventato il crossover fra rap e metal, in contemporanea con gli amici Run DMC, un lustro prima del resto del pianeta; hanno suonato trip-hop quando nessuno sapeva cosa fosse; hanno conquistato i punkabbestia con l’acid jazz e fatto scoprire l’hardcore punk ai b-boys. Conservando inalterata la loro travolgente carica di simpatia sono riusciti a ripulirla di ogni scoria burina, fino al punto di diventare i soli musicisti “politicamente corretti” del pianeta per niente barbosi.Persino come scopritori di talenti si sono rivelati in gamba! Per la loro Grand Royal incidono le Luscious Jackson, una delle band più valide emerse nell’ultimo biennio.

Hanno talento e l’intelligenza e la forza di volontà indispensabili per sfruttarlo e affinarlo. Hanno quell’indefinibile qualità chiamata coolness che è una dote naturale. Si ha o non si ha, e nel secondo caso niente e nessuno te la potranno dare. I Beastie Boys: difficile non invidiarli, impossibile non amarli.

Pubblicato per la prima volta su “Dynamo!”, n.10, settembre 1995.

10 commenti

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10 risposte a “Potere alla parola (4): Piccoli Beastie Boys crescono

  1. Orgio

    Articolo fantastico e pienamente condivisibile. Eccetto un passaggio: i Nirvana “la migliore cosa capitata al rock ‘n’ roll da dieci anni in qua” è puro cabaret, anche considerato che l’articolo è del 1995. E parlo dalla posizione di uno che, all’apparire di Napster (anno Domini MM), chiedeva ai fortunati amici muniti di connessione di procurargli rarità inedite di Cobain & co.

    • E’ una frase che adesso andrebbe aggiornata: la migliore cosa capitata al rock’n’roll da venticinque anni in qua. Sui Nirvana non accetto nessun revisionismo.

    • E nel mondo Orgiastico quale sarebbe la cosa migliore capitata al rock negli ultimi 25 anni?

      • Orgio

        Eddy, mi pare di ricordare che, nell’introduzione al volume sul grunge, tu argomentassi che non sarebbe stato affatto un male che l’underground americano fosse rimasto, per l’appunto, sotterraneo, con magari l’affermazione nel circuito major di una manciata di band significative e straordinarie. Ecco, io continuo a dare ragione a quel te. Anche perché, dal punto di vista strettamente musicale, i Nirvana non sono poi tutta questa eccellenza, e da quello “ideologico” sono un aggiornamento dei dettami “three chords wonders” e “anyone can do it” del ’77 unito all’infausto politically correct americano di fine 80-inizio 90.
        Andrea, dal 1988, francamente, non c’è una cosa migliore capitata al rock, per quanto mi riguarda; praticamente tutti i linguaggi erano già stati creati in precedenza o in contemporanea. Probabilmente avrai da obiettare che non è vero, ma dal canto mio osservo che tutto ciò che di nuovo è venuto dopo non è rock, è altro (principalmente elettronica e simili, che non sono rock, non condividendone l’attitudine, la strumentazione e in massima parte il pubblico). I Nirvana mi paiono un velo di Maya.

      • Orgio, la tua visione e’ estremamente negativa, un punto di vista legittimo ma evidentemente personale. In questo senso trovo un po’ arrogante bollare come cabarettistico il giudizio sull’importanza dei Nirvana. La spinta che hanno dato al rock e’ durata per tutti gli anni ’90 e solo dopo e’ successo quello che descrivi come ripetizione di idee gia’ realizzate.
        Solo per citare uno dei casi più clamorosi: io non sono un fanatico dei Radiohead, ma non negherei mai l’importanza di Ok computer e Kid A (ne’ come valore assoluto ne’ come impatto generale)

  2. Orgio

    Si, la mia visione è negativa, anche perché la contemporaneità, intesa come, grosso modo, dal 2000 innanzi, nulla ha prodotto che consentisse di smentirla.
    I Nirvana sono, nel migliore dei casi, una buona banda di rock n roll con le idee chiare quanto a modelli (non sto a ripeterli, li conosciamo tutti) e intenti (“andare oltre” gli anni Ottanta, sia musicalmente sia culturalmente in senso più ampio); ammettendosi che l’operazione sia riuscita, mi sembra che i risultati non siano particolarmente luminescenti. E questo non è inteso come revanscismo, bensì come mera presa d’atto, a distanza di un tempo sufficientemente lungo da consentire un giudizio distaccato (come, invece, forse non era possibile nel 1995). In breve, l’importanza si, la “cosa migliore” no. Ancora di più per i Radiohead.

  3. giuliano

    Non sono mai stato un fan dei Nirvana, innegabile però che Nevermind sia stato l’ultimo disco della storia del rock ad aver creato un mondo, un cambiamento radicale nell’industria discografica. Poi più nulla. Ognuno ha fatto storia a sé.

    Sono usciti ancora dischi grandiosi, ma quella storia che parte all’incirca negli anni ’50 e allunga le sue ultime propaggini negli anni ’90 l’abbiamo ormai definitivamente alle spalle.
    Bisogna forse aspettare ancora un po’ per assestare un giudizio storiografico definitivo per quello che è accaduto in questi 20 anni, ma i termini generali a me paiono questi.

    Orgio: magari uscisse un “Kid A” all’anno, saremmo un po’ meno pessimisti. (Anche io che io, che il rock (?) contemporaneo lo ascolto, forse anche troppo, e ne trovo spesso ragioni di godimento).

    Peraltro anche nella letteratura e nella filosofia è accaduto qualcosa di simile: la scomparsa dell’intellettuale, il venir meno delle idee forti, il post-postmoderno, ecc.
    Attendiamo con trepidazione solo i nuovi libri di Cormac McCarthy o di Philip Roth (che peraltro si è ritirato), con la speranza di venire finalmente travolti da qualcosa che non avevamo già visto prima, nella stessa misura con cui ascoltiamo ancora con ansia il nuovo album di Dylan: tutti settantenni o ottantenni…
    Io trepido anche per Bret Easton Ellis, che di anni ne ha molti di meno, ma lo faccio nello stesso modo con cui attendo il nuovo dei Radiohead.

    • Orgio

      giuliano, come scrivevo poco sopra, a mio avviso, dei Nirvana può riconoscersi l’importanza, non la grandezza: proprio nel fatto che “Nevermind” è diventato “qualcosa di più grande della somma, pur rilevantissima, delle sue canzoni” sta la fonte del problema. E per i Radiohead vale, in piccolo, lo stesso discorso, e non credo che l’uscita di un “Kid A” l’anno sarebbe fonte di ottimismo: ribadisco che gli stilemi sono sempre quelli, fissati tra gli anni 50 e la fine degli 80, e il resto è rimescolamento in forma nuova, quello si, di essi. Ma la sostanza di base è la stessa. Un po’ come la materia organica: siamo tutti diversi, ma le basi azotate di cui si compone il nostro DNA sono sempre le solite quattro.

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