Presi per il culto (33): Dennis Wilson – Pacific Ocean Blue (Caribou, 1977)

Dennis Wilson - Pacific Ocean Blue

Nello scatto sul davanti di quello che resterà il suo unico album da solista il fratello minore di Brian – il fratello maggiore di Carl, il batterista, il meno famoso dei Ragazzi di Spiaggia (e tu ti prendi gioco di me) e quindi, nel comune sentire, il meno talentuoso – appare stanco, provato. Logorato clamorosamente al di là dei trentadue anni che aveva. Come consumato da un’esistenza riguardo alla quale avrebbe potuto dire, con George Best, che “ho speso gran parte dei miei soldi per donne, alcool e automobili, il resto l’ho sprecato”. Solo che l’ala dello United (noto una  certa somiglianza fra i due, ma sarà suggestione) nel fazzoletto di campo fra un dribbling e l’altro ai suoi demoni un qualche istante di divertimento genuino se lo regalò pure. C’era gioia e non solamente male di vivere nel suo correre a perdifiato in faccia a una gradinata osannante. E che fosse un campionissimo fu chiaro al mondo dal primo assist, dal primo cross, dal primo gol. Niente di tutto ciò per l’eterno – quasi eterno – gregario Dennis Wilson. Una vita da mediano segnata dall’oscura intuizione che sarebbe potuto essere un dieci. Dalla foto di copertina di “Pacific Ocean Blue” traspare una tristezza oltre il dicibile. Non ti fai dominare psicologicamente da un padre padrone, non incroci la strada di Charles Manson, non abiti l’ombra di un fratello in parti eguali genio e follia senza pagare un prezzo. Dennis pagò caro, pagò tutto.

Quando, dopo essersi baloccato con l’idea per un buon lustro, il batterista dei Beach Boys pone effettivamente mano al primo disco da leader la parabola del gruppo da cui proviene è a minimi storici tanto di popolarità che di ispirazione. Le raccolte vendicchiano sempre, l’occasionale live idem, ma “Holland” ha tre anni e non è piaciuto a nessuno, “Surf’s Up” cinque (che per il tempo è come dire venti oggi) e nessuno sarebbe disposto a scommettere che i Ragazzi sapranno mai replicarne l’estro pur… ahem… ondivago. Che non saranno mai più altro che un jukebox di vecchi successi, sempre più sbiaditi e impolverati, è consapevolezza diffusa nell’industria come nella critica e non ci si sbaglierà. Sarà anche perché non ha nulla da perdere che Dennis Wilson se la gioca splendidamente. Scordateveli, i Beach Boys. Scordatevi di cavalcare onde che sono qui invece da contemplare, monito che ciò che scorre non si afferra. Scordatevi il surf dei primi anni ’60 e la psichedelia barocca subentrata con “Pet Sounds”: non rinverrete traccia né di questa né di quello. E scordatevi pure quegli intrecci vocali, e non che giochi di voci non ve ne siano in “Pacific Ocean Blue” – e da subito, dai ricami di gospel e di sogno dell’inaugurale River Song – ma sono altra cosa, per l’appunto piuttosto nera, piuttosto liturgica. È il piano lo strumento principe del disco, dominante sin da River Song e passando per le sospensioni che spezzano il passo torpidamente funky-jazz di una Dreamer sotto la quale ti sorprendi a cercare la firma di Lowell George, per il meraviglioso incipit tosto avvolto di veli d’archi di Thoughts Of You, per una Time baciata da una tromba che sanguina malinconie dolcissime à la Chet. Album fantasticamente variegato in cui armoniosamente coesistono l’isolato, giocoso empito rock’n’roll di What’s Wrong e il blues orchestrale di Moonshine, il latin-jazz di You And I e una traccia omonima incongruamente e stupendamente dritta da Crescent City, una gassosa e languida Farewell My Friend e una End Of The Show che inventa gli Air e pregasi ascoltare per credere. Così come pregasi ascoltare per credere che in Tug Of Love, uno dei brani scartati (rintracciabile in entrambe le riedizioni in digitale, sia quella del ’91 che la “Deluxe” del 2008), già c’è l’invenzione degli Spiritualized. E vogliamo parlare dello Chopin che si reincarna in Herb Alpert di Mexico?

Registrato fra il settembre ’76 e il marzo dell’anno dopo, “Pacific Ocean Blue” raggiunge i negozi nell’agosto seguente. Ha buona stampa e vendite per nulla disprezzabili, sulle trecentomila copie, che è più di quello che totalizza il coevo “Love You” della casa madre. È una vicenda successiva di decenni interi nel limbo dei fuori catalogo a renderlo eleggibile a culto. È il proseguire della discesa in pubblici e insieme privatissimi inferi di un autore che ci scatarra su e giura che il secondo LP – Bambu”, quello che non completerà mai – sarà cento volte meglio. L’unico dei Beach Boys che con l’oceano davvero aveva dimestichezza muore annegato il 28 dicembre 1983, poche settimane dopo avere compiuto trentanove anni. Leggenda dice che quando lo ripescarono il corpo era in posizione fetale. È cronaca e non mito che fu l’allora presidente Ronald Reagan a firmare un permesso speciale per una sepultura in mare non preceduta dall’obbligatoria cremazione.

12 commenti

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12 risposte a “Presi per il culto (33): Dennis Wilson – Pacific Ocean Blue (Caribou, 1977)

  1. Gian Luigi Bona

    Gran bel disco, ho la ristampa deluxe e sono stati soldi molto ben spesi. Peccato per il seguito che non ci sarà mai ma soprattutto peccato per queste vite che a poco più di trenta anni si sentono già consumate.

  2. demismoretti

    Ok, io sono fissato con i culti e l’ho detto più volte in questo blog, ma è possibile che ogni disco e sottolineo ogni disco che recensisce il VM io lo ami incondizionatamente? si tratta forse di sudditanza psicologica? questo è semplicemente bellissimo, punto.

  3. Gianni Malotto

    Sì, è colpa di Eddy. Che se scrive di dischi nuovi è bravo, ma quando si dedica al vintage diventa superman.

  4. Visionary

    Beh, cosa dire: ad un primo ascolto in streaming disco bellissimo, altra riscoperta meravigliosa Maestro, grazie infinite.
    Sommessamente ci provo: so che non appartengono all’intervallo “temporale” dei dischi di culto, ma posso sperare di leggere qualcosa, un giorno su questi schermi, su 2 gruppi che ho adorato, cioè Pine Hill Haints e 18th Day Of May? Sognare non costa nulla, diceva qualcuno…..

  5. at-tawra

    un disco solista così bello neanche Brian Wilson che è indiscutibilmente un genio.
    Poi inutile dire che una recensione del genere può solo amplificare la bellezza assoluta di questo disco.

  6. Mah…ho comprato questo disco molti anni fa addirittura in cassetta CBS “Digitally Remastered” e poi il cd, ma non mi è mai “entrato”.
    A proposito di “Holland”: io lo adoro è uno dei miei dischi di culto e ne ho tre copie di cui una è la primissima stampa con allegato 7 pollici con la “favoletta” di Brian “fusa” nell’album nelle edizioni successive.

  7. Cristiano

    Una perla luminosissima, sublime canto del cigno di un talento oscurato ingiustamente dal fratello e dal padre.

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