Archivi del mese: giugno 2013

These New Puritans – Field Of Reeds (Infectious)

These New Puritans - Field Of Reeds

Come ben sa, ad esempio, chi ultimamente si è sorbito quella palla micidiale di Waxahatchee (sempre diffidare di quelli che si scelgono alias assurdi, di quelli che non si capisce qual è il nome del gruppo e quale il titolo dell’album, di quelli che scrivono i titoli in corpo 2, verde sfondato su giallo e fuori registro) non è che un 8.4 su “Pitchfork” significhi in automatico che chi ne è stato gratificato abbia appena dato alle stampe un capolavoro da ricordare nei secoli, fintanto che l’uomo abiterà questo pianeta. Anzi, essendo da lungi evidente che “Pitchfork” è oggi l’equivalente 2.0 del “New Musical Express” anni ’90, con l’aggravante della mancanza di sense of humour e di una pretenziosità di chi scrive che fa il paio con la pretenziosità della musica di cui scrive. Nondimeno, se non altro per la legge dei grandi numeri, anche da quelle parti può capitare ogni tanto che ci si entusiasmi o si stronchi a ragion veduta. La prima che ho detto nel caso di quello che per Questi Nuovi Puritani è l’album numero tre. Parecchio diverso dal numero due, che a sua volta li aveva mostrati irriconoscibili rispetto al debutto. Sanno stupire, costoro, e a oggi lo hanno fatto sempre e solo in positivo.

Età media attorno ai vent’anni o pochissimo su di lì, all’altezza dell’esordio del 2008 “Beat Pyramid” l’allora quartetto di Southend-on-Sea si era segnalato più per la qualità delle canzoni che per l’originalità di un sound chiaramente indebitato (con buona pace di ben meno plausibili influenze dichiarate quali Wu-Tang Clan e Aphex Twin) nei confronti dei soliti nomi della new wave britannica di tre decenni prima: Fall, Wire, in misura minore Gang Of Four. Disco pieno di chitarre spigolose e percussioni sferzanti quando da lì a due anni nel successore (successone no, successino) “Hidden” se le seconde risultavano ancora ben presenti delle prime si stentava ad avere notizie, al loro posto elettronica assortita e orchestrazioni di ottoni e legni. Steve Reich un modello di riferimento e stavolta non millantavano, i These New Puritans. Qualcuno parlava di post-rock e come dargli torto. Altri li dicevano novelli Talk Talk (quei Talk Talk là) e più di qualche buona ragione l’avevano pure costoro. Un album e tre ulteriori anni dopo, per parlare di rock il prefisso “post-” diventa obbligatorio (ma quanto erano già tali quei Tuxedomoon da un cui disco pare sortire Fragment Two?) e comunque anche di quella fatta se ne rinviene poco: più jazz da colonne sonore, più orchestrazioni neoclassiche, più voci liturgiche in fuga su bordoni idem per tangenti alate. Gli ultimi Talk Talk ce li troverete ancora e con essi il Tim Buckley più sperimentale ma al netto dell’angoscia, un Herb Alpert non in metafora rivisitato come fosse Badalamenti e poi scampoli di Penguin Cafe Orchestra, suggestioni wyattiane, Sylvian. Persino – diomio, cosa sto mai per dire… – un’eco di campane tubolari. È musica che riesce a essere raffinata senza mai parere artefatta. Ci cogli un respiro di poesia pure nei momenti più astratti. Che è poi esattamente ciò che difetta – se mi fermo un attimo a rifletterci – ai Sigur Rós ultimi. Ma anche penultimi, terzultimi…

2 commenti

Archiviato in recensioni

I got some John Coltrane on the stereo, baby (make it feel all right)

John Coltrane 1962

Ogni tanto, quando mi coglie lo schifo per la mia pigrizia e sento il bisogno di punirmi mettendomi di fronte esempi di gente al contrario instancabile, quando con il genio che si ritrovava avrebbe potuto permettersi di faticare meno, sosto davanti al mezzo metro di scaffale occupato a casa mia da album di John Coltrane e medito sul tempo sprecato, e sull’ignoranza riguardo a quanto ne resti ancora, che sempre dovrebbe spingerci a non farlo scorrere invano. Ogni tanto, quando sono stato bravo e sento di potere premiarmi con quel raro ascolto non legato a necessità lavorative, quello effettuato per il puro piacere di godere della musica (per chi fa questo mestiere un lusso, sapete?), punto quel mezzo metro, chiudo gli occhi e pesco un CD a caso. Sapendo che coglierò sempre bene e di quanta gente dalla produzione così smisurata si può dire lo stesso? Che sia un disco di quelli, una manciata, già gustati un gran numero di volte o appartenga al novero dei meno frequentati, giacché entrarono in casa mia, decine di seguito, nel giro di pochi mesi un cinque o sei anni fa in un periodo in cui per questo artista mi colse come una febbre, so che comunque ci scoprirò qualcosa che mi suonerà fresco, inaudito. Si tratti di una conclamata pietra miliare o di un album assemblato, magari senza neppure il concorso del titolare, con gli scarti di sedute che diedero più celebri risultati, persino con incisioni in cui neppure era il leader. Coltrane appare sempre nuovo e un Coltrane “minore” semplicemente non esiste: con lui – Lui! – si può discettare al massimo di differenti gradi di grandezza.

Ho detto “CD”. Fino a pochi giorni fa tutto il Coltrane di cui potevo godere era in digitale. Fatto è che è uno cui sono arrivato tardi, quando era più sensato comprare compact facilmente disponibili e sovente a medio prezzo che affannarsi dietro a vinili per i quali già capitava di sentirsi chiedere cifre importanti. Fatto è che quasi tutto il Coltrane in CD, su Prestige o Atlantic o Impulse! che sia, suona per fortuna ottimamente, i libretti sono di norma curati e insomma tanto vale essere felici così. Fino a pochi giorni fa. Poi, in gentile omaggio da Alfredo Gallacci, mi sono giunte due meravigliose stampe Speakers Corner, distribuite dalla sua Sound And Music, di “Africa/Brass” e “A Love Supreme” e finalmente ho potuto gustare anche in vinile (qualche frusciante copia d’epoca, delle pochissime cose che oggi si stenta a trovare, l’avevo già fatta girare grazie alla cortesia di un amico) del Coltrane come era inteso al tempo che si ascoltasse. È solo suggestione, sono un fissato se mi pare che il piacere auditivo che regalano queste stampe sia comunque superiore? Se sono convinto di cogliere un’ariosità maggiore e una prospettiva scenica più nitida? Sfumature, sia chiaro, ma è quella sottile differenza, nella quale si catturano mondi, che passa fra il perfettibile, benché ottimo, e il perfetto. Ascoltare il primo mi ha in ogni caso dato un’emozione particolare perché per la prima volta ho potuto affrontarlo nella forma in cui uscì originariamente. In compact ho un peraltro preziosissimo doppio, “The Complete Africa/Brass Sessions” del ’95, che ai tre lunghi brani della scaletta primigenia aggiunge tutto il resto di quanto fu registrato in quelle storiche sedute a cavallo fra il maggio e il giugno 1961, vale a dire tre prodigiose versioni alternative e due inediti. L’edizione in questione opta però non per metterle in coda al programma noto ma per sistemare le otto tracce nell’ordine in cui furono incise e dunque…

The John Coltrane Quartet - Africa Brass

LP cruciale per il nostro eroe, “Africa/Brass”, e debutto per una neonata Impulse! sorta, sotto l’egida di ABC-Paramount, con l’intento precipuo di documentare quel jazz, di cui ’Trane era fra i vessilliferi, talmente rivoluzionario da non avere ancora un nome, o meglio da averne tanti: free, avant-garde, The New Thing. In una recensione del novembre di quell’anno su “Down Beat” un critico ben reputato come John Tynan addirittura definiva “anti-jazz” il modo di suonare del Nostro non sapendo, il tapino, che a ben più vertiginose altezze sarebbe asceso Icaro prima che il sole, in forma di un fulminante tumore al fegato, sciogliesse la cera delle sue ali e lo facesse piombare al suolo, il 17 luglio 1967, non ancora quarantunenne. Se ho fatto bene i conti, e non è facile siccome già all’epoca erano stati fatti uscire diversi 33 giri con materiali di assortita provenienza, per il sassofonista di Hamlet era l’album “vero” da leader numero otto, l’esordio – dopo la lunga gavetta e la problematica associazione con Miles Davis – una faccenda di appena quattro anni prima. Ma sono anni luce che sembrano separare da “First Trane” “Africa/Brass”. Frutto dell’interesse sviluppato dal nostro uomo per i ritmi africani, lo vedeva per la prima volta circondare con una sorta di orchestra jazz (trombe, tromboni, flauti, clarinetti, corni francesi) guidata da quell’altro genio rubatoci prematuramente di Eric Dolphy il tradizionale quartetto/quintetto. Mozzafiato gli esiti, nella massiccia e politonale Africa come nello swingante valzer Greensleeves o in un modale Blues Minor. Musica “difficile”, nondimeno epidermica. Da lì a tre anni e mezzo “A Love Supreme” sarà altra cosa ancora e definitivamente indicibile.

John Coltrane - A Love Supreme

Quali che siano le vostre convinzioni riguardo al Divino, classificatelo alla voce “musica sacra”. Nello scatto scelto per l’iconica copertina il trentottenne sassofonista appare meditabondo e alquanto cupo. All’ineffabile senso di gioia trasmesso dal disco non è certo questa foto un po’ inquietante a preparare, bensì l’indirizzo all’ascoltatore che si può leggere spalancando la confezione, a fianco di un ritratto di Victor Kalim rimasto egualmente iconico, indirizzo che si apre con l’asserzione che “ogni lode è dovuta a Dio cui ogni lode è dovuta”. E un po’ più avanti: “Questo album è un’umile offerta a Lui”. E nella metà di sotto il testo, novello salmo, la cui lettura nelle intenzioni dell’artista di Hamlet doveva accompagnare lo svilupparsi del quarto movimento di quella che è una sorta di suite: inizio di un’ingannevole semplicità, con l’alato spiegarsi del sax ad anticipare l’elementare tema di quattro-note-quattro disegnato dal contrabbasso di Jimmy Garrison, ma – attenzione! – sono subito mondi di stupefacente complessità a prendere forma nel formidabile gioco di piatti e tamburi di Elvin Jones, nelle linee perpetuamente cangianti del piano di McCoy Tyner, naturalmente nel guizzare dello strumento del leader. Ed è tutta qui, ad accontentarsi di ridurla ai minimi termini, la magia di un album in cui una filigrana intricatissima sottende una cantabilità estrema: per quanto tu creda di averlo ormai mandato a memoria, al centesimo passaggio un qualcosa che ti era sfuggito te lo rifarà nuovo. A quattro abbondanti decenni dall’uscita, e avendo venduto nel tempo oltre un milione di copie, cifra stupefacente per un LP di jazz, “A Love Supreme” sembra tuttora una faccenda di ieri l’altro, oppure di domani. Classificatelo alla voce “musica immortale”.

 Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.266 e 267, marzo e aprile 2006. Adattato.

6 commenti

Archiviato in archivi

Simon & Garfunkel – Bridge Over Troubled Water (di gesti inconsulti ed eccezioni alle regole)

Simon And Garfunkel - Bridge Over Troubled Water

Non saprei dire con certezza l’anno. Poteva essere la primavera del 1982 e festeggiavo allora il congedo dall’esercito spendendo l’ultima paga da Ricordi, che a Torino si trovava in Via Lagrange e avevo preso a frequentare da una rarissima bigiata liceale, apprezzando assai il fatto che il reparto “offerte” fosse ben fornito. Oppure quella dell’anno dopo e in tal caso può darsi che furono i primi soldi tirati su scrivendo di musica – e non mi pareva vero – a venire investiti fra il resto nel mio primo album “da audiofilo”. Fosse la seconda che ho detto, la coincidenza temporale sarebbe inquietante perché indicherebbe che, con il CD fresco di commercializzazione, praticamente ancora un oggetto alieno, una grande catena già dava per finito il disco in vinile ed era un comportarsi di conseguenza la decisione di svendere le edizioni più prestigiose. Proprio così. Non mi sarebbe mai passato per la testa di buttar le mani fra un dato mucchietto di titoli se un cartello non mi avesse informato che il prezzo di alcuni di essi era pari a quello di un normale LP di stampa italiana, nemmeno di importazione. Non era purtroppo il caso dei favolosi “Original Master Recording” di Mobile Fidelity, ma degli “Half Speed Mastered” della CBS sì. Prontamente tiravo su “Bridge Over Troubled Water”. Qualche giorno dopo, preso dall’entusiasmo, sarei tornato e avrei compiuto il gesto più inconsulto della mia vita di musicofilo, portandomi a casa “Breakfast In America” dei Supertramp, il mio acquisto più imbarazzante di sempre e non vale a discolpa né che me ne sbarazzai entro pochissimo né (questa casomai è un’aggravante) che il terzo e ultimo degli “Half Speed Mastered” che comprai fu poi un “Born To Run” lasciato solo soletto da clienti che spazzolarono in men che non si dica lo scaffale.

Non ho più nemmeno quelle edizioni di Simon & Garfunkel e Springsteen e questo perché la prima fu sciupata da uno di quei famigerati liquidi antistatici che fottevano il vinile invece di salvaguardarlo e la seconda verrà cambiata con una stampa americana originale che, messa a confronto, mi parve identica all’ascolto, a parte che con l’impianto da due lire che avevo non è che si riuscisse a discriminare granché. “Bridge Over Troubled Water” però faceva la sua porca figura anche lì sopra, prima del fatale incidente, e ne avessi una copia intonsa in quella versione mi piacerebbe parecchio raffrontarlo con il Classic Records che da quando è stato messo in circolazione, nel 1999, è uno degli articoli più venduti della casa californiana e del suo distributore italiano, Sound And Music. Mi sono dovuto accontentare di farlo girare, quest’ultimo, alternandolo al compact che ho estratto dal box “The Columbia Studio Recordings 1964-1970” ed è stato un bell’incontro, equilibrato, risoltosi a favore del vinile per qualche sfumatura. Una superiore trasparenza nel complesso, qualche dettaglio che viene a evidenziarsi. Soprattutto, un filo di calore e naturalezza in più nelle voci e trattandosi di una delle più celebrate coppie di cantanti che si ricordino è l’elemento che ha pesato di più nel giudizio finale. Sempre partendo dall’assunto che stiamo parlando di un disco registrato come meglio non si sarebbe potuto nel 1970. Ora: molto spesso i dischi mitizzati dagli amanti dell’alta fedeltà sono, artisticamente parlando, delle immonde fetecchie e non faccio nomi perché, anche se non tengo famiglia, vorrei morire anziano e nel mio letto. Ora: molto spesso i campionissimi al botteghino di oggi sono i dischi che domani faticherete a regalare tanto sono invecchiati male e in ogni caso erano quasi tutti delle ciofeche già in partenza. Ma: “Bridge Over Troubled Water” è l’eccezione a entrambe le regole.

Chi avrebbe potuto immaginare, fra i milioni che lo acquistarono spedendolo al primo posto in classifica un po’ ovunque a partire da Stati Uniti e Gran Bretagna, che quella che era stata una bellissima storia d’amicizia, prima e oltre che un felice sebbene squilibrato sodalizio artistico, fosse all’epilogo? Sembrerà un suicidio commerciale da rivaleggiare con quello – contemporaneo – dei Beatles l’annuncio dello scioglimento e si sentiranno tantopiù traditi i fans guardando quella foto sul retro di copertina con Paul che, camminando, appoggia la testa sulla schiena di Art con gesto di tenerezza infantile. Posa da cartone animato e viene in mente che, ragazzini, la prima casa discografica aveva imposto loro, persuasa di avere fra le mani i nuovi Everly Brothers, un alias che doveva far ridere anche allora, Tom & Jerry. Ma che congedo fu! Il 33 giri più memorabile fra i cinque del duo, con una sola piccola caduta  con il folk andino alquanto kitsch di El condor pasa (pioniere di esperimenti world, Simon farà di meglio nella sua splendida carriera solistica) e per il resto un susseguirsi di gemme, si tratti di uno squassante rhythm’n’blues bianco come Keep The Customer Satisfied o dello scanzonato beat Why Don’t You Write Me, piuttosto che dell’elegiaca So Long, Frank Lloyd Wright o della ninna nanna Song For The Asking, o ancora del rock’n’roll Bye Bye Love che in un tripudio di applausi (mai capito se posticci o meno) salda i conti giusto con gli Everly. Le più abbaglianti in apertura di facciate, come si usava quando i dischi ne avevano due di facciate: il più bello spiritual laico che si sia mai sentito (Aretha lo capì subito e lo fece suo), che è la canzone che intitola l’album, e una delle massime epitomi del folk-rock, ossia The Boxer.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.258, giugno 2005.

27 commenti

Archiviato in archivi

Black Sabbath – 13 (Vertigo)

Black Sabbath -13

Naturalmente lo sanno pure loro che non è un nuovo inizio bensì un PS (quei tre decenni e mezzo dopo; we love you potremmo aggiungerlo noi) a una storia gloriosa a un certo punto miserevolmente deragliata. Perché gli anni sono quelli che sono, lo stato di salute di qualcuno non dei migliori e i miracoli è tanto se accadono una volta e non c’è fede in Satana o chi per lui – ad esempio: Rick Rubin – che tenga: non si ripetono quasi mai. Conta quindi di più lo scrosciare di pioggia accompagnato da rintocchi di campane in coda a una traccia conclusiva, “Dear Father”, che esplicitamente si rifà al brano (omonimo del gruppo stesso) che nel ’70 inaugurava un’album epocale (e a sua volta omonimo) che non che il primo degli otto pezzi della scaletta ufficiale si intitoli End Of The Beginning. E non viceversa. Solo che una chiusura di cerchio che più perfetta non si potrebbe un po’ viene smentita dalle tre (pregevoli) bonus di un’edizione speciale ed come se una porta che era stata definitivamente chiusa inopinatamente si riaprisse. Io tifo per il non-sequel del sequel, sia chiaro, ma a questo punto non mi va di escludere nulla. Primo pensiero venutomi in mente in fondo a un primo ascolto parecchio distratto perché, tanto per cambiare, stavo scrivendo: oh, pur sempre meglio di un mucchio di merda indie-chic. Poi ho riascoltato per bene.

Posso capire e anche condividere le critiche feroci alla produzione di Rubin per l’abuso di compressione della dinamica e un missaggio claustrofobico che riempie ogni spazio (soprattutto di batteria) che vado leggendo da tante parti. Posso capire, ma mi va di perdonare, perché vale come attenuante non generica che il barbuto una volta di più abbia resuscitato una carriera che pareva senza possibilità di redenzione. È infinitamente più significativo che sia stato capace di mettere insieme in uno studio tre quarti della formazione storica (manca solo Billy Ward) e di farli interagire come se non ci fosse un ieri, piuttosto che un domani. “13” è Sabba classico sin dal riff mefitico, sormontato da una voce malevola, dell’attacco della già menzionata End Of The Beginning e lo è sempre di più in un prosieguo di una solidità – in ogni senso – che sarebbe stato sconsiderato attendersi. Che poi si resti nell’ambito del già sentito – si tratti dei giochi di arpeggi e sferzate, tensione e rilascio di God Is Dead? o di un’elettroacustica (con uno squisito assolo jazzato di Tony Iommi) Zeitgeist ovviamente ricalcata su Planet Caravan, dell’“heavy metal thunder” di Age Of Reason come di una Live Forever dallo stentoreo all’ustionante – nessuno potrà mai rimproverarlo a un gruppo che da quarantatré anni genera volonterosi epigoni o autentici cloni. “13” è memento che, ricreandosi l’alchimia d’antan, non vi è chi sappia fare i Black Sabbath meglio dei Black Sabbath medesimi.

14 commenti

Archiviato in recensioni

Sigur Rós – Kveikur (XL)

Sigur Rós - Kveikur

Tanto vale dichiararlo subito: è da quando quello che in certe discografie viene chiamato “Untitled” e in certe altre “()” li rese sorprendentemente enormi – laddove fino alla colonna sonora di “Angels Of The Universe” erano rimasti una faccenda piuttosto elitaria – che l’annuncio di un nuovo album dei Sigur Rós non mi provoca esattamente brividi di eccitazione. Fatto è che, facendo il mestiere che faccio e indipendentemente dal doverne scrivere o meno, semplicemente non posso esimermi dall’ascoltare l’ultima uscita di un nome assurto sin dal 2002 all’olimpo del rock contemporaneo. Non sarebbe serio. Solo che con gli Islandesi un passaggio non basta mai per capirci qualcosa. Né due, o tre, o quattro. Nemmeno, per quanto mi riguarda, per rispondere alla più semplice delle domande: mi piace o no? Boh… Ebbi a scriverlo all’altezza del seguito di “Untitled” – o come diavolo volete chiamarlo; “Takk”, AD 2005 – sulle colonne di un giornale che oggi non esiste più: per nostra fortuna oppure disgrazia, i Sigur Rós sono un gruppo unico al mondo. Per me è l’unico punto fermo.

Va riconosciuto questo alla compagine di Reykjavic: che, rimasta orfana del tastierista Kjartan Sveinsson e tornata dunque alla formazione a tre che ne caratterizzò gli esordi, è riuscita a uscire dall’angolo di un manierismo cui gli ultimi lavori indubitabilmente concedevano più di qualcosa. Andavano naturalmente prese cum grano salis le anticipazioni che dicevano di un suono “più aggressivo”. Più aggressivo rispetto allo zucchero filato di certo sunshine pop, va da sé, alla malinconia tinta di epica e viceversa, a psichedelie pastorali e slarghi ambient, ai panorami a perdita d’occhio disegnati alternativamente o sovrapponendosi da un progressive minimale e/o da un post-rock barocco e sì, in materia di ossimori i Nostri hanno sempre dato le piste a chiunque. Se Antony dovesse annunciare che il suo prossimo disco sarà più heavy, vi attendereste forse del metal? Ciò premesso, trattandosi di Sigur Rós e avendo specialmente in testa gli ultimi Sigur Rós, fanno una certa impressione il riff bradipico e il basso catacombale dell’iniziale Brennisteinn. Più avanti sarà soprattutto la traccia che battezza il disco a picchiare duro, marziale, tirata e discretamente fragorosa, quasi laibachiana, si potrebbe azzardare, mentre un paio di altri pezzi preferiranno partire da gassosità o ricami leggiadri per poi similmente inturgidirsi. Essendo però l’approdo ultimo una Var che invece, con il suo bucolico rintoccare di tasti, sarebbe potuta stare su uno qualunque degli album prima. Ciò che non cambia minimamente con “Kveikur” rispetto ai suoi sei predecessori “veri” è l’ammirevole – oppure irritante – capacità degli artefici di mantenersi mercurialmente inafferrabili, l’occhio di chi osserva costretto continuamente a rimettere a fuoco. Assegno un “7” politico, che non sporca mai, e archivio pure questa prova. Certo che, dopo averle concesso molti più ascolti di quelli usualmente bastanti a scrivere con cognizione di causa di qualunque cosa, di riascoltarla non mi verrà mai voglia. Ma proprio mai.

4 commenti

Archiviato in recensioni

Velvet Gallery (30)

Un articolo scritto quando ancora non potevo sapere che il 1991 sarebbe stato l’anno dei Red Hot Chili Peppers  almeno quanto dei Massive Attack, dei Primal Scream, dei Nirvana, dei My Bloody Valentine, degli Slint. Al botteghino, solo  “Nevermind” sopravanzerà “Blood Sugar Sex Magik”.

Funk-metal - Un magnifico casino 1

Funk-metal - Un magnifico casino 2

Funk-metal - Un magnifico casino 3

10 commenti

Archiviato in archivi

Potere alla parola (2): Gli inizi – La Sugar Hill e Grandmaster Flash

Grandmaster Flash & The Furious Five

Altro che Sex Pistols! In materia di truffe discografiche poco può sorpassare quanto inscenava nell’ottobre 1979 Sylvia Robinson, ex-artista rhythm’n’blues riciclatasi da discografica a capo di un’etichetta soul e disco di Englewood, New Jersey, la All Platinum. E di conseguenza della sua succursale domiciliata ad Harlem, Sugar Hill. Testimone della nascita dell’hip hop alle feste nei parchi e nelle scuole della Big Apple, la Robinson per prima coglieva l’immenso potenziale commerciale di quelle jam improvvisate mixando dischi e scandendoci sopra rime. Decideva allora di cercare di riprodurle, senza però interpellare alcuno dei pionieri del movimento e andando in definitiva a fare tutt’altro visto che, convocati tre rapper assolutamente minori, non li metteva al lavoro con un dj bensì con la band della casa: complesso strepitoso con dentro nomi – Skip McDonald, Douglas Wimbish, Keith LeBlanc – che nel decennio successivo svolgeranno analogo ruolo, facendo di nuovo la Storia, alla On-U Sound. Rubata la base agli Chic di Good Times e un bel po’ di versi a Grandmaster Caz dei Cold Crush Brothers, ecco Rapper’s Delight, con buona pace di Afrika Bambaataa e Grandmaster Flash, scippati del loro genio: 14’30” in ogni caso irresistibili e infatti del mix si vendevano – udite bene – due milioni di copie nei soli Stati Uniti e sei nel resto del mondo. Altro che Sex Pistols! Subito dopo si provvedeva naturalmente ad assemblarci attorno un 33 giri (chiamato come il gruppo) e non ci sarebbe potuta essere dimostrazione più lampante che la Sugarhill Gang non c’entrava niente con l’hip hop: a parte Rapper’s Delight e una sua ripresa, l’album ammannisce difatti languide ballate soul più da Philly che da Bronx Sound e del passabile funk alla Parliament. Come il successivo (copertina in perfetto stile Earth, Wind & Fire) “8th Wonder”, il disco resta una piacevole curiosità d’epoca raccomandabile però solo ai completisti, siccome quanto contiene di essenziale è facilmente rintracciabile altrove. Impossibile nondimeno sopravvalutare la rilevanza del primo e più celebre brano della non-posse. Converrà fare qualche passo indietro.

1969. Appena giunto a New York dalla natìa Giamaica, il quattordicenne Clive Campbell comincia a mettere dischi in giro per il Bronx. Constatato che i 45 giri reggae che si è portato dietro da Kingston non incontrano granché, prende a proporre una miscela di soul, funky, rhythm’n’blues, musica latina, proto-disco, affinando pian piano (sin dal 1973 ha  un suo sound-system) la tecnica e quindi introducendovi elementi a dir poco innovativi. A quel punto noto con lo pseudonimo di Kool Herc, intorno al 1975 è ormai solito, piuttosto che suonare un pezzo per intero come usano gli altri dj, limitandosi a cercare l’attacco giusto per legarlo al successivo, fare andare inserti brevissimi – un riff di chitarra, un giro di basso, una frase melodica – molte volte, con due copie dello stesso vinile a girare su due piatti e frammenti della medesima canzone ad alternarsi freneticamente. Ed è qui che entra in scena Joseph Saddler. Più giovane di tre anni, originario delle Barbados ma anch’egli cresciuto all’ombra della Grande Mela, ha a disposizione uno stereo da 1.100 watt di un amico, che lo aveva acquistato a prezzo stracciato da un club andato a fuoco, e una congruissima collezione di dischi. Installato il mostruoso impianto in un appartamento abbandonato, il giovanotto ha passato un anno a portare l’arte del dj a un livello di raffinatezza addirittura superiore a quella del Maestro. La sua velocità nel manipolare il vinile gli procurerà presto un soprannome: Flash. Non abbastanza per soddisfarne l’ego e diventa allora Grandmaster Flash.

A guardarle oggi le sue foto con i Furious Five, i cinque rapper che presero presto a spalleggiarlo, non si può non sorridere di un look a mezza via fra Imagination e Village People. Ma il loro rapporto con la disco finiva lì. Ove i testi in quel genere musicale erano inviti alla danza o espressioni d’amore ridotte alla banalità dello slogan, i cinque Furiosi, e in particolare Melle Mel (vero nome Melvin Glover), seppero offrire della vita degli afroamericani ritratti di una lucidità e una crudezza degne delle rime al vetriolo dei Last Poets dei ’70 e del Nemico Pubblico a venire. Ma per quanto The Message, del 1982, sia la canzone che meglio ha inquadrato la vita delle minoranze etniche metropolitane nell’era di Reagan la vera rivoluzione fu quella posta in essere dal dj. Mentre Melle Mel e compagni si inserivano in una tradizione che veniva da lontano, che partendo dai cantastorie africani e passando per i complessi doo wop aveva portato ai toaster giamaicani, ai Last Poets e a Gil Scott-Heron, Grandmaster Flash non aveva altri predecessori che proprio Kool Herc, della cui lezione fu non solo epigono ma geniale revisore. La sua maestria nell’unire più brani in successione usando i break di basso e batteria per fare sparire le suture, l’abilità prodigiosa nel costruire pezzi anche molto lunghi con loop di pochi secondi (inanellati manualmente: una meraviglia artigianale pre-campionatore), la padronanza assoluta di una tecnica, lo scratching, che non inventò ma fu il primo a inserire organicamente nell’ordito delle composizioni erano impareggiabili al tempo. Grandmaster Flash aggiunse in pianta stabile un terzo piatto ai due canonici e introdusse l’uso del beat box per incrementare carica ritmica e fluidità delle jam. Adventures Of Flash On The Wheels Of Steel è il brano che più va vicino a offrire un’istantanea di cosa dovevano essere le sue performance. Già l’attacco è indimenticabile: si ascolta un frammento di Rapture, l’omaggio dei Blondie al rap, per la precisione il pezzo in cui Deborah Harry dice “Flash is fast”, e Grandmaster saluta l’inchino riportando indietro velocissimo la puntina, per un paio di volte, proprio sulla parola “fast”. È l’inizio di un collage in cui si susseguono Queen (Another One Bites The Dust, canzone figlia di Good Times degli Chic – ma guarda! – e mamma di Radio Clash), Chic, 8th Wonder della Sugarhill Gang, Birthday Party degli stessi Furious Five, Monster Jam di Sequence e Spoonie Gee. Il suono è violento, l’effetto d’assieme caotico ma è un caos miracolosamente palingenetico. Usciva nel 1981 questo capolavoro e le tappe preparatorie si erano chiamate Superrappin’, Freedom, Birthday Party. Altri momenti memorabili verranno impressi su vinile nei due anni seguenti: la già citata The Message, Flash To The Beat e, a Furious Five sciolti con il solo Melle Mel rimasto a fianco di Grandmaster, White Lines.

Con l’eccezione di Superrappin’, tutti i brani menzionati vedevano la luce per… la Sugar Hill Records. Giacché fatto il botto con Rapper’s Delight Sylvia Robinson scaltramente tornava sui suoi passi e offriva casa (discografica) a più meno tutti i protagonisti principali della scena rap cittadina (giusto Afrika Bambaataa si domiciliava altrove; mentre di Kool Herc resterà soltanto il Mito) e anche a qualche minore. Dopo avere tanto e con ragione mugugnato per l’esproprio compiuto dalla Sugarhill Gang, tutti accettavano e quasi tutti passavano alla cassa. Fino al 1984, e dunque per un lustro, l’etichetta di Harlem sarà quasi monopolista in materia di hip hop. Quasi per intero quindi nei solchi dei suoi epocali 12” l’infanzia del genere.

A Complete Introduction To Sugar Hill Records

Un’introduzione sul serio completa

Degli anni pionieristici dell’hip hop, la seconda metà dei ’70, quelli dell’incontro fra il Giradischi e la Parola, non esiste una documentazione fonografica. Era una faccenda esclusivamente newyorkese e del “qui” e “ora”. Come le jam nel jazz ed esattamente come in quella tradizione ogni esibizione di Kool Herc, di Grandmaster Flash, di Afrika Bambaataa  era un qualcosa di unico e irripetibile. Proprio perché il nuovo stile era legato alla magia del momento, i suoi alfieri nemmeno considerarono l’ipotesi di eternarlo tangibilmente per contemporanei e posteri. Del periodo dal 1975 al 1979, cioè fin tanto che Sylvia Robinson ebbe l’intuizione che ciò che era popolare nella Big Apple poteva diventarlo ovunque, non ci sono pervenuti sostanzialmente che racconti. Nel suo secondo lustro di vita – spartiacque l’omonimo debutto in lungo dei Run-D.M.C., del 1984 – il neonato genere sarà al contrario rappresentato più che adeguatamente a livello di discografia e però invano cercherete un album significativo. Era per intero una faccenda di singoli e per la precisione di mix, visto che per brani rarissimamente sotto i cinque minuti sette pollici di vinile non potevano bastare. Ecco perché l’antologia, e se possibile l’antologia di artisti vari visto che soltanto Flash e Bambaataa produssero abbastanza classici da giustificare collezioni tutte loro, è da sempre il migliore strumento per studiare i quasi-primordi del rap.

In questo stesso numero, a proposito di Chess, si fa notare che chiamare una raccolta “Un’introduzione completa a” è una contraddizione in termini. Vero però che lì si parla di una vicenda andata avanti per due abbondanti decenni e che produceva un catalogo di centinaia di titoli, laddove la label di Harlem non durava che dal ’79 all’86. Nel titolo “A Complete Introduction To Sugar Hill Records” (Universal) di contestabile non c’è il “Complete”, semmai l’“Introduction”. In quattro CD che dovrebbero costarvi meno di quaranta euro troverete tutto ciò che merita avere non solo di Grandmaster Flash e della Sugarhill Gang ma anche di validi nomi oggi dimenticati come Sequence (la prima posse tutta al femminile) e Treacherous Three (prima palestra per la futura star Kool Moe Dee).

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.675, ottobre 2010.

Lascia un commento

Archiviato in archivi

Presi per il culto (32): Tony McPhee – The Two Sides Of Tony (T.S.) McPhee (WWA, 1973)

Tony McPhee - The Two Sides Of

Mi piace la faccia di Tony McPhee sulla copertina del più famoso – e si fa davvero per dire – dei suoi innumerevoli album da solista. Mi fanno simpatia la capigliatura ampiamente recedente che un ciuffo prova come a negare (ma poi ci rinuncia), il baffo asburgico e soprattutto lo sguardo limpido, pacificato – e dev’essere una foto scattata dopo le registrazioni, di sicuro non prima o durante. Una bella, vissuta faccia da nemmeno trentenne che va (andava) verso i quaranta. E, pensando all’epoca di lustrini e cascami cui risale il ritratto, apprezzo assai anche la camicia da operaio. Si presentava così il nostro eroe nel penultimo dei suoi pochi anni da quasi rockstar ed era un dichiarare che la musica era fatica quanto passione, un sudarsi la vita da uomo qualunque. Era sempre stato così, sarebbe tornato a esserlo chiusa una passeggera parentesi di gloria. Insomma: il contenitore mi piace parecchio. Ovviamente mi gusta pure il contenuto, se no non sarei qui a parlarvene.

Con i prodromi la faccio breve, quando ci sarebbe da raccontarne da intrattenervi minimo un quarto d’ora. Me la cavo dicendo di una sbandata adolescenziale per lo skiffle comune in Gran Bretagna a più o meno tutti quelli di quella generazione, prontamente seguita da un amore maturo e imperituro per il blues. Passano per varie incarnazioni e peripezie i suoi Groundhogs, anche un momentaneo scioglimento dopo essersi tolti l’enorme soddisfazione di fare da backing band  a John Lee Hooker, e a pubblicare il primo 33 giri arrivano quando la voga per il genere cui si rifanno è faccenda quasi caduta nel dimenticatoio, ampiamente scavalcata da evoluzioni e nuove mode. Ho un debole per i loro primi due LP, “Scratching The Surface” del 1968 e “Blues Obituary” dell’anno dopo, che mi ha probabilmente portato a sopravvalutarli. Laddove a lungo ho sottovalutato i dischi dopo, quelli dove le dodici battute sono ancora ben presenti ma trasfigurate in un hard sull’orlo dell’heavy, fra uno scampolo di psichedelia e una tentazione di prog. Ci ho messo un po’ a entrarci in “Thank Christ For The Bomb”, “Split”, “Who Will Save The World?”, i tre lavori che fra il ’70 e il ’72 facevano dei Nostri un gruppo da Top 10, ma oggi li preferisco ai due dischi prima. Ecco, li metto sullo stesso livello di “The Two Sides Of”. Che è di un altro pianeta, però.

L’argomento di “Split” è la schizofrenia. In un lavoro che vedeva la luce in un anno in cui i Groundhogs si prendevano una pausa (mal gliene sarebbe venuto), il loro leader pensava bene di passare – musicalmente – dalla teoria alla pratica. Anche dopo averci riflettuto a lungo, non riesco a farmi venire in mente un altro album che sia così totalmente scisso fra due mondi tanto distanti, antipodici. Avete sempre pensato che “Here, My Dear” di Marvin Gaye sia il più velenoso racconto di un divorzio mai messo in musica? Il primo lato di “The Two Sides Of” vi farà ricredere e riassegnare il primato. In Three Times Seven, in All My Money, Alimony, in Morning’s Eye, nella veramente esplicita Dog Me, Bitch, in Take It Out, Tony chiude i conti con la ex-moglie (presumibilmente la lei che campeggia con bambino in braccio sul retro di copertina) sboccando fiele sulle corde della chitarra – ora elettrica, ora acustica – che funge da unico accompagnamento a una voce dal nervoso al predicatorio, dall’aspro allo schiettamente malevolo. Tolto qualche passaggio sognante giusto al centro, la musica è un blues parimenti spigoloso e sferragliante, squillante e affilato come un pugnale con cui scavare nel petto per estrarne il cuore e quindi farlo a pezzi. Spero per costei che queste lettere d’odio non le abbia ascoltate mai. Se però lo ha fatto, sia orgogliosa di averle ispirate, carnalissima nemesi di una Laura De Noves. E poi si cambia lato, se si ha la fortuna di possederlo in vinile questo disco posseduto, e non si riesce a credere non sia cambiato anche il disco. Aperta dallo spettrale ululare di un ARP 2600 su cui dopo una trentina di secondi entra la voce, declamante, The Hunt è una cavalcata di diciannove minuti per sintetizzatore, piano elettrico e batteria elettronica che per avvicinarla in quegli anni bisogna volare in Germania e immaginarsi che i Suicide da lì venissero. A tratti solenne, chiesastica e a tratti petulante, ora stentorea e ora stralunata, ognora ossessiva, The Hunt è esperienza d’ascolto estrema, ma che dà dipendenza. Vedrete. Meno arduo simpatizzare, essendo stavolta l’oggetto degli strali del McPhee la barbara pratica della caccia alla volpe.

2 commenti

Archiviato in culti

Primal Scream – More Light (Ignition)

Primal Scream - More Light

D’accordo. Sono passati diciannove anni ormai ed è tempo infine ch’io faccia – come si suol dire – coming out. Pur consapevole di come ciò sia ancora vissuto da molti come una vergogna, un qualcosa che è difficile confidare persino ai propri amici più intimi e figurarsi ai propri famigliari. Ma non ce la faccio più a tenermelo dentro, devo sgravarmi da questo peso. Tutti devono sapere. Tutti. E non mi importa come verrò poi giudicato. So che ci sarà chi non mi rivolgerà più la parola, altri faranno finta di non conoscermi e chi mi insulterà, chi mi additerà al pubblico ludibrio, qualcuno potrebbe persino affrontarmi fisicamente e, insomma, provare a malmenarmi. Son pronto, non porgerò l’altra guancia e non si scambi per paura – quando invece è orgoglio – il tremore che si insinua nella mia voce mentre mi alzo in piedi e… no, non lo confesso, non è la parola giusta… lo rivendico: a me “Give Out But Don’t Give Up” dei Primal Scream è sempre piaciuto. Sempre. Da pazzi. Lo sto riascoltando, dopo qualche anno, nell’attimo stesso in cui scrivo queste righe e mi sembra più figo che mai. Io AMO “Give Out But Don’t Give Up”. E si fotta chi la pensa diversamente.

Aveva e ha una grande colpa il quarto album dei Primal Scream: quella di essere collocato in un punto sbagliato, illogico, in una discografia nella quale a una collezione di passabili imitazioni dei Byrds quale è “Sonic Flower Groove” ne andava dietro una di piuttosto scadenti degli Stooges (io ci trovo più loro degli MC5, ma è un opinione) come “Primal Scream” e da lì, con un salto quantico che mai ce ne sono stati di più quantici nella storia della popular music, si passava all’incontro fra psichedelia ed acid house di “Screamadelica”: un monumentale capolavoro, nonché uno degli ultimissimi album ad avere detto qualcosa di inaudito in materia di rock e da quello di anni ne sono trascorsi ventidue. La colpa di “Give Out But Don’t Give Up” era quella, arrivando dopo, di tornare a essere retromaniaco: modello principe i Rolling Stones, ma c’è pure un sacco di funkadelia lì dentro e non solo in spirito, vista la presenza in penna, carne e ossa di George Clinton. Avesse preceduto e non seguito “Screamadelica”, il mondo presumibilmente si sarebbe accorto di che razza di disco formidabile sia, per qualità sia di scrittura che di interpretazioni. Invece si notava solo che, dopo avere dato un futuro al rock, Bobby Gillespie e soci daccapo si rifugiavano nella sua mitologia e non gliela si perdonava. Tuttora pessima la sua fama, quando il tempo che scorre e tutto mette in prospettiva avrebbe dovuto fare intendere a ogni osservatore attento e un minimo perspicace come si sia in presenza di una band comunque grande, grandissima che in un singolo, fugace e irripetibile momento della sua storia seppe farsi trascendentale. Che è molto più di quanto si possa dire di altre band magari grandi e grandissime, ma innovative mai. Il tempo che scorre, e le successive uscite discografiche, avrebbero dovuto fare capire come “Give Out But Don’t Give Up” rappresenti un tratto fondante dell’identità Primal Scream almeno quanto “Screamadelica”. Tant’è che, dopo, ogni album ha scelto sostanzialmente uno dei modelli o ha provato a fonderli. Di questo nuovo “More Light” mi è piaciuto assai, per cominciare, che in esso i Primal Scream ci siano per intero, come non era accaduto né nello scadente “Beautiful Future”, che pencolava verso “Screamadelica”, né nel viceversa persuasivo “Riot City Blues”. Piccolo “London Calling” degli Scozzesi, ebbi a scriverne.

E poi e naturalmente di “More Light” mi hanno mandato in sollucchero le canzoni, a cominciare dalle due che lo incorniciano e sono quelle di cui più o meno tutti hanno detto male. Quando io trovo fantastica sia la collisione Stooges + Hawkwind + Roxy Music di 2013 che la ricreazione di Movin’ On Up (che a sua volta era una ricreazione di You Can’t Always Get What You Want) di It’s Alright, It’s OK. Altre vette di un lavoro che dura quasi settanta minuti e arrivi in fondo senza accorgertene: la fusione Paint It Black/Sympathy For The Devil con irruzione a un certo punto di un’orchestra fra Sun Ra e Duke Ellington di River Of Pain; il cyberfunk Culturecide; il pop languido e ammiccante che chissà che ci avrebbe fatto Amy Winehouse di Goodbye Johnny; la jam krautrock Turn Each Other Inside Out. Eccetera. Una prova eccellente di un’eccellente band di rock classico.

16 commenti

Archiviato in recensioni

Audio Review n.344

Audio Review 344

È in edicola il numero 344 di “Audio Review”. Include mie recensioni degli ultimi album  di Akron/Family, British Sea Power, Edwyn Collins, Counting Crows, Deerhunter, Nancy Elizabeth, Hands, Heliocentrics, Houses, James Hunter Six, Ben Lee, Savages e Wolf People e di recenti ristampe della Climax Chicago Blues Band e dei Postal Service. Nella rubrica del vinile mi sono occupato di Tears For Fears e Mother Love Bone.

7 commenti

Archiviato in riviste