Archivi del mese: giugno 2013

Simon & Garfunkel – Bridge Over Troubled Water (di gesti inconsulti ed eccezioni alle regole)

Simon And Garfunkel - Bridge Over Troubled Water

Non saprei dire con certezza l’anno. Poteva essere la primavera del 1982 e festeggiavo allora il congedo dall’esercito spendendo l’ultima paga da Ricordi, che a Torino si trovava in Via Lagrange e avevo preso a frequentare da una rarissima bigiata liceale, apprezzando assai il fatto che il reparto “offerte” fosse ben fornito. Oppure quella dell’anno dopo e in tal caso può darsi che furono i primi soldi tirati su scrivendo di musica – e non mi pareva vero – a venire investiti fra il resto nel mio primo album “da audiofilo”. Fosse la seconda che ho detto, la coincidenza temporale sarebbe inquietante perché indicherebbe che, con il CD fresco di commercializzazione, praticamente ancora un oggetto alieno, una grande catena già dava per finito il disco in vinile ed era un comportarsi di conseguenza la decisione di svendere le edizioni più prestigiose. Proprio così. Non mi sarebbe mai passato per la testa di buttar le mani fra un dato mucchietto di titoli se un cartello non mi avesse informato che il prezzo di alcuni di essi era pari a quello di un normale LP di stampa italiana, nemmeno di importazione. Non era purtroppo il caso dei favolosi “Original Master Recording” di Mobile Fidelity, ma degli “Half Speed Mastered” della CBS sì. Prontamente tiravo su “Bridge Over Troubled Water”. Qualche giorno dopo, preso dall’entusiasmo, sarei tornato e avrei compiuto il gesto più inconsulto della mia vita di musicofilo, portandomi a casa “Breakfast In America” dei Supertramp, il mio acquisto più imbarazzante di sempre e non vale a discolpa né che me ne sbarazzai entro pochissimo né (questa casomai è un’aggravante) che il terzo e ultimo degli “Half Speed Mastered” che comprai fu poi un “Born To Run” lasciato solo soletto da clienti che spazzolarono in men che non si dica lo scaffale.

Non ho più nemmeno quelle edizioni di Simon & Garfunkel e Springsteen e questo perché la prima fu sciupata da uno di quei famigerati liquidi antistatici che fottevano il vinile invece di salvaguardarlo e la seconda verrà cambiata con una stampa americana originale che, messa a confronto, mi parve identica all’ascolto, a parte che con l’impianto da due lire che avevo non è che si riuscisse a discriminare granché. “Bridge Over Troubled Water” però faceva la sua porca figura anche lì sopra, prima del fatale incidente, e ne avessi una copia intonsa in quella versione mi piacerebbe parecchio raffrontarlo con il Classic Records che da quando è stato messo in circolazione, nel 1999, è uno degli articoli più venduti della casa californiana e del suo distributore italiano, Sound And Music. Mi sono dovuto accontentare di farlo girare, quest’ultimo, alternandolo al compact che ho estratto dal box “The Columbia Studio Recordings 1964-1970” ed è stato un bell’incontro, equilibrato, risoltosi a favore del vinile per qualche sfumatura. Una superiore trasparenza nel complesso, qualche dettaglio che viene a evidenziarsi. Soprattutto, un filo di calore e naturalezza in più nelle voci e trattandosi di una delle più celebrate coppie di cantanti che si ricordino è l’elemento che ha pesato di più nel giudizio finale. Sempre partendo dall’assunto che stiamo parlando di un disco registrato come meglio non si sarebbe potuto nel 1970. Ora: molto spesso i dischi mitizzati dagli amanti dell’alta fedeltà sono, artisticamente parlando, delle immonde fetecchie e non faccio nomi perché, anche se non tengo famiglia, vorrei morire anziano e nel mio letto. Ora: molto spesso i campionissimi al botteghino di oggi sono i dischi che domani faticherete a regalare tanto sono invecchiati male e in ogni caso erano quasi tutti delle ciofeche già in partenza. Ma: “Bridge Over Troubled Water” è l’eccezione a entrambe le regole.

Chi avrebbe potuto immaginare, fra i milioni che lo acquistarono spedendolo al primo posto in classifica un po’ ovunque a partire da Stati Uniti e Gran Bretagna, che quella che era stata una bellissima storia d’amicizia, prima e oltre che un felice sebbene squilibrato sodalizio artistico, fosse all’epilogo? Sembrerà un suicidio commerciale da rivaleggiare con quello – contemporaneo – dei Beatles l’annuncio dello scioglimento e si sentiranno tantopiù traditi i fans guardando quella foto sul retro di copertina con Paul che, camminando, appoggia la testa sulla schiena di Art con gesto di tenerezza infantile. Posa da cartone animato e viene in mente che, ragazzini, la prima casa discografica aveva imposto loro, persuasa di avere fra le mani i nuovi Everly Brothers, un alias che doveva far ridere anche allora, Tom & Jerry. Ma che congedo fu! Il 33 giri più memorabile fra i cinque del duo, con una sola piccola caduta  con il folk andino alquanto kitsch di El condor pasa (pioniere di esperimenti world, Simon farà di meglio nella sua splendida carriera solistica) e per il resto un susseguirsi di gemme, si tratti di uno squassante rhythm’n’blues bianco come Keep The Customer Satisfied o dello scanzonato beat Why Don’t You Write Me, piuttosto che dell’elegiaca So Long, Frank Lloyd Wright o della ninna nanna Song For The Asking, o ancora del rock’n’roll Bye Bye Love che in un tripudio di applausi (mai capito se posticci o meno) salda i conti giusto con gli Everly. Le più abbaglianti in apertura di facciate, come si usava quando i dischi ne avevano due di facciate: il più bello spiritual laico che si sia mai sentito (Aretha lo capì subito e lo fece suo), che è la canzone che intitola l’album, e una delle massime epitomi del folk-rock, ossia The Boxer.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.258, giugno 2005.

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Black Sabbath – 13 (Vertigo)

Black Sabbath -13

Naturalmente lo sanno pure loro che non è un nuovo inizio bensì un PS (quei tre decenni e mezzo dopo; we love you potremmo aggiungerlo noi) a una storia gloriosa a un certo punto miserevolmente deragliata. Perché gli anni sono quelli che sono, lo stato di salute di qualcuno non dei migliori e i miracoli è tanto se accadono una volta e non c’è fede in Satana o chi per lui – ad esempio: Rick Rubin – che tenga: non si ripetono quasi mai. Conta quindi di più lo scrosciare di pioggia accompagnato da rintocchi di campane in coda a una traccia conclusiva, “Dear Father”, che esplicitamente si rifà al brano (omonimo del gruppo stesso) che nel ’70 inaugurava un’album epocale (e a sua volta omonimo) che non che il primo degli otto pezzi della scaletta ufficiale si intitoli End Of The Beginning. E non viceversa. Solo che una chiusura di cerchio che più perfetta non si potrebbe un po’ viene smentita dalle tre (pregevoli) bonus di un’edizione speciale ed come se una porta che era stata definitivamente chiusa inopinatamente si riaprisse. Io tifo per il non-sequel del sequel, sia chiaro, ma a questo punto non mi va di escludere nulla. Primo pensiero venutomi in mente in fondo a un primo ascolto parecchio distratto perché, tanto per cambiare, stavo scrivendo: oh, pur sempre meglio di un mucchio di merda indie-chic. Poi ho riascoltato per bene.

Posso capire e anche condividere le critiche feroci alla produzione di Rubin per l’abuso di compressione della dinamica e un missaggio claustrofobico che riempie ogni spazio (soprattutto di batteria) che vado leggendo da tante parti. Posso capire, ma mi va di perdonare, perché vale come attenuante non generica che il barbuto una volta di più abbia resuscitato una carriera che pareva senza possibilità di redenzione. È infinitamente più significativo che sia stato capace di mettere insieme in uno studio tre quarti della formazione storica (manca solo Billy Ward) e di farli interagire come se non ci fosse un ieri, piuttosto che un domani. “13” è Sabba classico sin dal riff mefitico, sormontato da una voce malevola, dell’attacco della già menzionata End Of The Beginning e lo è sempre di più in un prosieguo di una solidità – in ogni senso – che sarebbe stato sconsiderato attendersi. Che poi si resti nell’ambito del già sentito – si tratti dei giochi di arpeggi e sferzate, tensione e rilascio di God Is Dead? o di un’elettroacustica (con uno squisito assolo jazzato di Tony Iommi) Zeitgeist ovviamente ricalcata su Planet Caravan, dell’“heavy metal thunder” di Age Of Reason come di una Live Forever dallo stentoreo all’ustionante – nessuno potrà mai rimproverarlo a un gruppo che da quarantatré anni genera volonterosi epigoni o autentici cloni. “13” è memento che, ricreandosi l’alchimia d’antan, non vi è chi sappia fare i Black Sabbath meglio dei Black Sabbath medesimi.

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Sigur Rós – Kveikur (XL)

Sigur Rós - Kveikur

Tanto vale dichiararlo subito: è da quando quello che in certe discografie viene chiamato “Untitled” e in certe altre “()” li rese sorprendentemente enormi – laddove fino alla colonna sonora di “Angels Of The Universe” erano rimasti una faccenda piuttosto elitaria – che l’annuncio di un nuovo album dei Sigur Rós non mi provoca esattamente brividi di eccitazione. Fatto è che, facendo il mestiere che faccio e indipendentemente dal doverne scrivere o meno, semplicemente non posso esimermi dall’ascoltare l’ultima uscita di un nome assurto sin dal 2002 all’olimpo del rock contemporaneo. Non sarebbe serio. Solo che con gli Islandesi un passaggio non basta mai per capirci qualcosa. Né due, o tre, o quattro. Nemmeno, per quanto mi riguarda, per rispondere alla più semplice delle domande: mi piace o no? Boh… Ebbi a scriverlo all’altezza del seguito di “Untitled” – o come diavolo volete chiamarlo; “Takk”, AD 2005 – sulle colonne di un giornale che oggi non esiste più: per nostra fortuna oppure disgrazia, i Sigur Rós sono un gruppo unico al mondo. Per me è l’unico punto fermo.

Va riconosciuto questo alla compagine di Reykjavic: che, rimasta orfana del tastierista Kjartan Sveinsson e tornata dunque alla formazione a tre che ne caratterizzò gli esordi, è riuscita a uscire dall’angolo di un manierismo cui gli ultimi lavori indubitabilmente concedevano più di qualcosa. Andavano naturalmente prese cum grano salis le anticipazioni che dicevano di un suono “più aggressivo”. Più aggressivo rispetto allo zucchero filato di certo sunshine pop, va da sé, alla malinconia tinta di epica e viceversa, a psichedelie pastorali e slarghi ambient, ai panorami a perdita d’occhio disegnati alternativamente o sovrapponendosi da un progressive minimale e/o da un post-rock barocco e sì, in materia di ossimori i Nostri hanno sempre dato le piste a chiunque. Se Antony dovesse annunciare che il suo prossimo disco sarà più heavy, vi attendereste forse del metal? Ciò premesso, trattandosi di Sigur Rós e avendo specialmente in testa gli ultimi Sigur Rós, fanno una certa impressione il riff bradipico e il basso catacombale dell’iniziale Brennisteinn. Più avanti sarà soprattutto la traccia che battezza il disco a picchiare duro, marziale, tirata e discretamente fragorosa, quasi laibachiana, si potrebbe azzardare, mentre un paio di altri pezzi preferiranno partire da gassosità o ricami leggiadri per poi similmente inturgidirsi. Essendo però l’approdo ultimo una Var che invece, con il suo bucolico rintoccare di tasti, sarebbe potuta stare su uno qualunque degli album prima. Ciò che non cambia minimamente con “Kveikur” rispetto ai suoi sei predecessori “veri” è l’ammirevole – oppure irritante – capacità degli artefici di mantenersi mercurialmente inafferrabili, l’occhio di chi osserva costretto continuamente a rimettere a fuoco. Assegno un “7” politico, che non sporca mai, e archivio pure questa prova. Certo che, dopo averle concesso molti più ascolti di quelli usualmente bastanti a scrivere con cognizione di causa di qualunque cosa, di riascoltarla non mi verrà mai voglia. Ma proprio mai.

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Velvet Gallery (30)

Un articolo scritto quando ancora non potevo sapere che il 1991 sarebbe stato l’anno dei Red Hot Chili Peppers  almeno quanto dei Massive Attack, dei Primal Scream, dei Nirvana, dei My Bloody Valentine, degli Slint. Al botteghino, solo  “Nevermind” sopravanzerà “Blood Sugar Sex Magik”.

Funk-metal - Un magnifico casino 1

Funk-metal - Un magnifico casino 2

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Presi per il culto (32): Tony McPhee – The Two Sides Of Tony (T.S.) McPhee (WWA, 1973)

Tony McPhee - The Two Sides Of

Mi piace la faccia di Tony McPhee sulla copertina del più famoso – e si fa davvero per dire – dei suoi innumerevoli album da solista. Mi fanno simpatia la capigliatura ampiamente recedente che un ciuffo prova come a negare (ma poi ci rinuncia), il baffo asburgico e soprattutto lo sguardo limpido, pacificato – e dev’essere una foto scattata dopo le registrazioni, di sicuro non prima o durante. Una bella, vissuta faccia da nemmeno trentenne che va (andava) verso i quaranta. E, pensando all’epoca di lustrini e cascami cui risale il ritratto, apprezzo assai anche la camicia da operaio. Si presentava così il nostro eroe nel penultimo dei suoi pochi anni da quasi rockstar ed era un dichiarare che la musica era fatica quanto passione, un sudarsi la vita da uomo qualunque. Era sempre stato così, sarebbe tornato a esserlo chiusa una passeggera parentesi di gloria. Insomma: il contenitore mi piace parecchio. Ovviamente mi gusta pure il contenuto, se no non sarei qui a parlarvene.

Con i prodromi la faccio breve, quando ci sarebbe da raccontarne da intrattenervi minimo un quarto d’ora. Me la cavo dicendo di una sbandata adolescenziale per lo skiffle comune in Gran Bretagna a più o meno tutti quelli di quella generazione, prontamente seguita da un amore maturo e imperituro per il blues. Passano per varie incarnazioni e peripezie i suoi Groundhogs, anche un momentaneo scioglimento dopo essersi tolti l’enorme soddisfazione di fare da backing band  a John Lee Hooker, e a pubblicare il primo 33 giri arrivano quando la voga per il genere cui si rifanno è faccenda quasi caduta nel dimenticatoio, ampiamente scavalcata da evoluzioni e nuove mode. Ho un debole per i loro primi due LP, “Scratching The Surface” del 1968 e “Blues Obituary” dell’anno dopo, che mi ha probabilmente portato a sopravvalutarli. Laddove a lungo ho sottovalutato i dischi dopo, quelli dove le dodici battute sono ancora ben presenti ma trasfigurate in un hard sull’orlo dell’heavy, fra uno scampolo di psichedelia e una tentazione di prog. Ci ho messo un po’ a entrarci in “Thank Christ For The Bomb”, “Split”, “Who Will Save The World?”, i tre lavori che fra il ’70 e il ’72 facevano dei Nostri un gruppo da Top 10, ma oggi li preferisco ai due dischi prima. Ecco, li metto sullo stesso livello di “The Two Sides Of”. Che è di un altro pianeta, però.

L’argomento di “Split” è la schizofrenia. In un lavoro che vedeva la luce in un anno in cui i Groundhogs si prendevano una pausa (mal gliene sarebbe venuto), il loro leader pensava bene di passare – musicalmente – dalla teoria alla pratica. Anche dopo averci riflettuto a lungo, non riesco a farmi venire in mente un altro album che sia così totalmente scisso fra due mondi tanto distanti, antipodici. Avete sempre pensato che “Here, My Dear” di Marvin Gaye sia il più velenoso racconto di un divorzio mai messo in musica? Il primo lato di “The Two Sides Of” vi farà ricredere e riassegnare il primato. In Three Times Seven, in All My Money, Alimony, in Morning’s Eye, nella veramente esplicita Dog Me, Bitch, in Take It Out, Tony chiude i conti con la ex-moglie (presumibilmente la lei che campeggia con bambino in braccio sul retro di copertina) sboccando fiele sulle corde della chitarra – ora elettrica, ora acustica – che funge da unico accompagnamento a una voce dal nervoso al predicatorio, dall’aspro allo schiettamente malevolo. Tolto qualche passaggio sognante giusto al centro, la musica è un blues parimenti spigoloso e sferragliante, squillante e affilato come un pugnale con cui scavare nel petto per estrarne il cuore e quindi farlo a pezzi. Spero per costei che queste lettere d’odio non le abbia ascoltate mai. Se però lo ha fatto, sia orgogliosa di averle ispirate, carnalissima nemesi di una Laura De Noves. E poi si cambia lato, se si ha la fortuna di possederlo in vinile questo disco posseduto, e non si riesce a credere non sia cambiato anche il disco. Aperta dallo spettrale ululare di un ARP 2600 su cui dopo una trentina di secondi entra la voce, declamante, The Hunt è una cavalcata di diciannove minuti per sintetizzatore, piano elettrico e batteria elettronica che per avvicinarla in quegli anni bisogna volare in Germania e immaginarsi che i Suicide da lì venissero. A tratti solenne, chiesastica e a tratti petulante, ora stentorea e ora stralunata, ognora ossessiva, The Hunt è esperienza d’ascolto estrema, ma che dà dipendenza. Vedrete. Meno arduo simpatizzare, essendo stavolta l’oggetto degli strali del McPhee la barbara pratica della caccia alla volpe.

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Primal Scream – More Light (Ignition)

Primal Scream - More Light

D’accordo. Sono passati diciannove anni ormai ed è tempo infine ch’io faccia – come si suol dire – coming out. Pur consapevole di come ciò sia ancora vissuto da molti come una vergogna, un qualcosa che è difficile confidare persino ai propri amici più intimi e figurarsi ai propri famigliari. Ma non ce la faccio più a tenermelo dentro, devo sgravarmi da questo peso. Tutti devono sapere. Tutti. E non mi importa come verrò poi giudicato. So che ci sarà chi non mi rivolgerà più la parola, altri faranno finta di non conoscermi e chi mi insulterà, chi mi additerà al pubblico ludibrio, qualcuno potrebbe persino affrontarmi fisicamente e, insomma, provare a malmenarmi. Son pronto, non porgerò l’altra guancia e non si scambi per paura – quando invece è orgoglio – il tremore che si insinua nella mia voce mentre mi alzo in piedi e… no, non lo confesso, non è la parola giusta… lo rivendico: a me “Give Out But Don’t Give Up” dei Primal Scream è sempre piaciuto. Sempre. Da pazzi. Lo sto riascoltando, dopo qualche anno, nell’attimo stesso in cui scrivo queste righe e mi sembra più figo che mai. Io AMO “Give Out But Don’t Give Up”. E si fotta chi la pensa diversamente.

Aveva e ha una grande colpa il quarto album dei Primal Scream: quella di essere collocato in un punto sbagliato, illogico, in una discografia nella quale a una collezione di passabili imitazioni dei Byrds quale è “Sonic Flower Groove” ne andava dietro una di piuttosto scadenti degli Stooges (io ci trovo più loro degli MC5, ma è un opinione) come “Primal Scream” e da lì, con un salto quantico che mai ce ne sono stati di più quantici nella storia della popular music, si passava all’incontro fra psichedelia ed acid house di “Screamadelica”: un monumentale capolavoro, nonché uno degli ultimissimi album ad avere detto qualcosa di inaudito in materia di rock e da quello di anni ne sono trascorsi ventidue. La colpa di “Give Out But Don’t Give Up” era quella, arrivando dopo, di tornare a essere retromaniaco: modello principe i Rolling Stones, ma c’è pure un sacco di funkadelia lì dentro e non solo in spirito, vista la presenza in penna, carne e ossa di George Clinton. Avesse preceduto e non seguito “Screamadelica”, il mondo presumibilmente si sarebbe accorto di che razza di disco formidabile sia, per qualità sia di scrittura che di interpretazioni. Invece si notava solo che, dopo avere dato un futuro al rock, Bobby Gillespie e soci daccapo si rifugiavano nella sua mitologia e non gliela si perdonava. Tuttora pessima la sua fama, quando il tempo che scorre e tutto mette in prospettiva avrebbe dovuto fare intendere a ogni osservatore attento e un minimo perspicace come si sia in presenza di una band comunque grande, grandissima che in un singolo, fugace e irripetibile momento della sua storia seppe farsi trascendentale. Che è molto più di quanto si possa dire di altre band magari grandi e grandissime, ma innovative mai. Il tempo che scorre, e le successive uscite discografiche, avrebbero dovuto fare capire come “Give Out But Don’t Give Up” rappresenti un tratto fondante dell’identità Primal Scream almeno quanto “Screamadelica”. Tant’è che, dopo, ogni album ha scelto sostanzialmente uno dei modelli o ha provato a fonderli. Di questo nuovo “More Light” mi è piaciuto assai, per cominciare, che in esso i Primal Scream ci siano per intero, come non era accaduto né nello scadente “Beautiful Future”, che pencolava verso “Screamadelica”, né nel viceversa persuasivo “Riot City Blues”. Piccolo “London Calling” degli Scozzesi, ebbi a scriverne.

E poi e naturalmente di “More Light” mi hanno mandato in sollucchero le canzoni, a cominciare dalle due che lo incorniciano e sono quelle di cui più o meno tutti hanno detto male. Quando io trovo fantastica sia la collisione Stooges + Hawkwind + Roxy Music di 2013 che la ricreazione di Movin’ On Up (che a sua volta era una ricreazione di You Can’t Always Get What You Want) di It’s Alright, It’s OK. Altre vette di un lavoro che dura quasi settanta minuti e arrivi in fondo senza accorgertene: la fusione Paint It Black/Sympathy For The Devil con irruzione a un certo punto di un’orchestra fra Sun Ra e Duke Ellington di River Of Pain; il cyberfunk Culturecide; il pop languido e ammiccante che chissà che ci avrebbe fatto Amy Winehouse di Goodbye Johnny; la jam krautrock Turn Each Other Inside Out. Eccetera. Una prova eccellente di un’eccellente band di rock classico.

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Audio Review n.344

Audio Review 344

È in edicola il numero 344 di “Audio Review”. Include mie recensioni degli ultimi album  di Akron/Family, British Sea Power, Edwyn Collins, Counting Crows, Deerhunter, Nancy Elizabeth, Hands, Heliocentrics, Houses, James Hunter Six, Ben Lee, Savages e Wolf People e di recenti ristampe della Climax Chicago Blues Band e dei Postal Service. Nella rubrica del vinile mi sono occupato di Tears For Fears e Mother Love Bone.

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Crosby, Stills, Nash & Young – Déjà Vu (una madeleine adolescenziale)

Vabbé, è ufficiale: con i Little Feat e il Frank Zappa di “Hot Rats” si sono spalancati anche i forzieri di “Audio Review”. Un pezzo di ormai quasi dieci anni fa scritto in origine per la solita rubrica. Nota bene: nel frattempo ho rivalutato pure (e parecchio) lo Stephen Stills dei primi due album da solo.

Crosby Stills Nash & Young - Déjà Vu

La memoria è una stronza. Ti tradisce quando dovrebbe esserti utile, ti ossessiona quando tutto quello che vorresti sarebbe dimenticare, ti instilla falsi ricordi persuadendoti della loro veridicità. Facendo il lavoro che faccio, e avendolo fatto per metà ormai di una vita che si sta inoltrando negli “anta”, ed essendomi innamorato della musica diversi anni prima di cominciare a scriverne, vanto una collezione di CD e dischi in vinile semplicemente abnorme. Ho come l’impressione che qualcuno fra i lettori, come me tenuto in palmo di mano dai falegnami e guardato con rassegnata perplessità dai famigliari, sappia bene cosa intendo. Credo che anch’egli abbia una risposta standard pronta per il visitatore che, mai passato a trovarlo prima, si guarda attorno sbalordito e, fra incredulità e una punta di compatimento (più raramente: invidia), domanda: “Ma li hai ascoltati TUTTI?”. Qualcosa del tipo: “Be’, no, non ancora. Questi sono gli acquisti dell’ultimo anno. L’archivio sta in un altro appartamento” (miei diletti! conosco qualcuno che potrebbe profferire queste parole e non mentirebbe). Però sono sempre serio e nel vero quando affermo che la musica che ho in casa è metà di quella che vi ha transitato e fors’anche meno. Per scelta filosofica più ancora che pratica, sono uso espellere ciò che non mi ha convinto e la selezione è severa. Mai avuto pazienza per la mediocrità, mai avuto le fisime del collezionista che di Tizio deve possedere l’integrale, compreso ciò che non gli piace. Tuttavia: proprio siccome il mio mestiere è scrivere di musica ho negli scaffali un tot di titoli che non mi hanno mai persuaso, ma che tengo perché storicamente rilevanti, perché a motivo di ciò potrebbero tornarmi utili per qualche articolo retrospettivo, perché se per il resto del mondo sono capolavori e per me no può pure darsi che sia il resto del mondo ad avere ragione. Ci siamo. Il lungo preambolo è finito. Ringrazio i pochi che ancora mi stanno seguendo e torno al discorso sulla memoria. Nelle mie librerie il primo LP in studio (mi veniva da dire l’unico e chi potrebbe negare sia così? insignificanti le rimpatriate) di Crosby, Stills, Nash & Young è presente dall’anno in cui cominciai a comprare dischi, il 1977, e fu, se non uno dei primi dieci, certamente uno dei primi venti ad arrivare. Di quei primi venti, è uno dei cinque o sei sopravvissuti alle periodiche decimazioni. Per amore? Se me lo aveste chiesto prima che una seconda – e ancora in vinile – copia mi venisse recapitata, avrei risposto no. Avrei detto che stava lì giusto perché segnò un’epoca e dunque “bisogna” averlo. E al limite perché c’è la struggente Helpless, che resta una delle canzoni più memorabili di Neil Young.

Ho un debole per il Canadese, che pure è responsabile di alcuni dei dischi più orrendi mai pubblicati, ma mi è sempre piaciuto di più elettrico che acustico. Quanto ai suoi compari, santo Crosby ma per quello che fece con i Byrds e poi nel meraviglioso “If I Could Only Remember My Name…”, un buon chitarrista e basta Stephen Stills (dopo i Buffalo Springfield) e che il dio del rock mi scampi da quella lagna di Graham Nash. Giovane punk che si stava in fretta svezzando, intruppai presto CS&N fra i “nemici”, appena meno detestabili della brigata prog o magari di più perché in un certo qual senso “traditori”: dalla West Coast rivoluzionaria della psichedelia a quella borghese, ipocrita, traboccante buoni sentimenti a un tot al chilo dei cantautori più smielati, a parte quel sussulto di indignazione chiamato Ohio, posteriore però a “Déjà Vu” e comunque di Young. A parte quel classico della paranoia che è Almost Cut My Hair, di Crosby. Per quel che rammentavo di un disco che non facevo girare da due decenni, una delle tre canzoni salvabili (su dieci), essendo le altre Helpless e la mossa Woodstock, di Joni Mitchell. Al limite, la corale e innodica Carry On di Stills. Non la title-track, di Crosby, per eccesso di arzigogolo. Non Country Girl, in anticipo sul Neil Young delle pagine più tronfie di “Harvest”. E meno che mai i due contributi di Nash. Our House, così caruccia e insopportabile. Teach Your Children… ma vaffanculo!

Allora. Mi arriva un corriere da Sound And Music con dentro, fra altre belle robine di cui vi riferirò nei mesi a venire, l’edizione di “Déjà Vu” appena approntata dalla losangelena Classic Records ed è un fantastico soppesare, guardare, financo palpare, visto che riproduce fedelissimamente la prima stampa americana, cartone pesante trattato in modo da parere la copertina in pelle di un vecchio libro, scritte impresse in oro zecchino o qualcosa del genere e la foto da Far West più plausibile che mai. Altro che la mia ignobile versione italiana, marrone piuttosto che nera, una piuma al confronto e madonna che scialba. Penso: l’album è quello che è, ma perlomeno ora ne ho una copia superba. Metto su. E prima ancora di potere apprezzare appieno il gioco delle chitarre acustiche e il turgido impennarsi delle elettriche, l’elegante trapestare della sezione ritmica e soprattutto la stupefacente naturalezza degli intrecci vocali, mi rendo conto con stupore che io questo disco lo conosco nei più infinitesimali dettagli. Tant’è che quasi non mi serve l’impietoso confronto con l’altro esemplare, che scopro (guarda un po’) vissuto, per notare cosa prima si sentiva male o per niente e adesso ti sembra di starci dentro. Un’ondata di ricordi mi travolge. Con imbarazzo, la seconda volta che passa Teach Your Children (la detestata Teach Your Children) mi scopro in lacrime e mi viene in mente perché a un certo punto ho archiviato l’album per non sentirlo più. C’entrava nulla il punk-rock. La memoria è una stronza.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.245, aprile 2004.

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Hot Rats: il Frank Zappa che piace a quelli cui Frank Zappa non piace

Frank Zappa - Hot Rats

Sempre stato un fan di Bruce Springsteen, benché abbia talvolta messo a dura prova la mia pazienza e talaltra me l’abbia fatta perdere (essere fan non dovrebbe implicare la sordità). Da profondo conoscitore della materia, mi è facile intendere perché “Nebraska” sia puntualmente l’album di Bruce che piace a tutti quelli a cui Bruce non piace: è per via di un’asciuttezza non soltanto musicale, della totale mancanza di sentimentalismo, del suo ritratto impietoso di un mondo popolato di sconfitti nel quale i sogni non hanno cittadinanza. Al contrario, mai stato un fan di Frank Zappa (d’altronde, ci sarà una ragione se mai ho conosciuto qualcuno che lo fosse e adorasse pure Springsteen). Pur da conoscitore approssimativo della materia (ho familiarità con i capisaldi, ma tanti dischi minori dell’uomo di Cucamonga li ho ascoltati una volta oppure mai), mi è facile intendere perché “Hot Rats” sia immancabilmente l’album di Zappa che piace a quelli a cui Zappa non piace. È perché è uno di quelli in cui vivaddio tenne la bocca chiusa. È perché è suonato superbamente senza che mai questo sapere suonare venga esibito. È perché è un prodigio di equilibrio, concisione ed essenzialità a dispetto di trame anche parecchio intricate. Persino in un brano che rasenta i tredici minuti: c’è tutto quello che ci deve essere, non una nota in più e se una venisse sottratta si avvertirebbe un vuoto. C’è il jazz, c’è il rock, c’è un po’ di blues e in tralice più di qualcosa di studi classici che – sbaglio? – trovo messi più a buon frutto qui che nelle tante partiture orchestrali che verranno. Ma è pure – o addirittura soprattutto – quello di Frank Zappa che in “Hot Rats” non c’è a farlo il suo capolavoro: certe ricostruzioni filologiche del doo wop come del rock’n’roll, le tentazioni heavy, gli assoli sbrodoloni, il musical, il cabaret volgare e con esso quella che lui chiamava “antropologia sociale” e altro non era che una sfilata interminabile di ritratti di quanto di peggio l’America (l’umanità) possa offrire. L’ho sempre trovata uno spreco di tempo ed energie pazzesco, questa satira grossolana, quando si sarebbero potute scrivere altre dieci o cento Peaches En Regalia. Però in fondo ha ragione chi fa notare che lo Zappa direttore d’orchestra e quello che si faceva immortalare seduto sulla tazza del cesso, il lucido difensore delle libertà civili e il misogino sboccato erano lo stesso individuo e che nessun aspetto di una personalità tanto complessa può essere disgiunto dagli altri. D’accordo. Ma la vita è troppo breve per dedicarne una parte a cercare di farmi piacere cose che di pelle mi infastidiscono. Mi tengo stretti “Hot Rats”, “Waka/Jawaka” e poco altro e va bene così.

Non fu il primo Zappa che comprai. Fu però il primo che seppi da subito che non avrebbe mai lasciato gli scaffali (oddio… tutti i miei album stavano allora in mezzo metro). Fu il primo che mi fece capire che sì, questo signore è importante. E perché. Incidentalmente è anche il disco cui debbo l’incontro con la vociaccia licantropa di Captain Beefheart e gli vorrei bene anche solo per questo. Canta Willie The Pimp, il Capitano, legando con filo grosso le trame di un rock-blues nel quale le quattro corde del violino di Sugar Cane Harris sono mattatrici quanto le sei della chitarra di un padrone di casa ben lieto di avere sfrattato quegli inquilini indolenti delle Mothers Of Invention tenendo con sé solamente Ian Underwood. Di costoro nettamente il più voglioso, il più talentuoso, quello capace di suonare più strumenti (qui piano, organo, clarinetto, sassofono e flauto) e meglio. Delle Mothers originali alle prese con Willie The Pimp si possono immaginare; non con le compressioni jazz-rock dei quattro minuti di sorrisi, tenerezze (massì!) e vertigini di Peaches En Regalia; non con le complicate partiture fiatistiche sulle cui impalcature scorazza la solista dei nove di Son Of Mr. Green Genes. La seconda facciata segue il medesimo schema, con ad aprire una Little Umbrellas che è una seconda Peaches di un nonnulla inferiore, in mezzo la jam sublimemente aggiustata a posteriori (come usava Teo Macero alle prese con il coevo Miles Davis di “Bitches Brew”) The Gumbo Variations e a suggello una It Must Be A Camel dall’andatura che potete immaginare, con salti melodici stupefacenti. Contribuisce a illuminarla d’immenso il violino di un Jean Luc Ponty che così ispirato sarà solo (e anzi già era stato, visto che le registrazioni risalgono a cinque-sei mesi prima, al marzo ’69) nello strepitoso “King Kong”. Esplicativo sottotitolo “Plays The Music Of Frank Zappa” e sappiate che è una sorta di fratello proprio di “Hot Rats”.

Del quale ancora questo c’è da dire: che fu epocale, oltre che per la musica, per come la si registrò. Nel 1969 lo standard era rappresentato dalle quattro piste, in pochi potevano permettersi le otto ed erano ancora meno quelli in grado di sfruttarle adeguatamente. Convinto da sempre che la sala d’incisione potesse essere il più determinante degli strumenti e fino a quel punto frustrato dai limiti tecnici del tempo, Zappa poteva finalmente averne a disposizione sedici e le usava con una maestria – e anche un senso della misura: non un effetto speciale alle viste – che farà scuola. A memoria direi che nessun disco rock di quattro decenni fa suona bene quanto “Hot Rats”. Vale tanto di più per la straordinaria edizione approntata lo scorso anno da Classic Records con Bernie Grundman a curare il remastering. Scrutinata come si suol dire “back to back” con la vecchia e comunque valida stampa francese che ho in casa dai primi ’80 mi ha svelato particolari inediti. Quasi un ascoltarlo la prima volta e insomma un’emozione.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.301, maggio 2009.

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