Archivi del mese: giugno 2013

Quando Elvis era re

Elvis Presley - Elvis Is Back!

A non conoscerne anche per sommi capi la vicenda che gli sta dietro, la copertina di “Elvis Is Back!”, o quantomeno il suo davanti, farebbe allegria almeno quanto fa tenerezza: ancora giovane, ancora apparentemente innocente, ancora uno splendore di ragazzo e finalmente in abiti civili dopo i due anni meno un giorno trascorsi servendo la patria prima in Arkansas e poi in Germania, il Re del Rock’n’Roll accenna un lieve sorriso. E chi avrebbe mai potuto immaginare che artisticamente aveva già dato il meglio di sé e da lì in avanti non avrebbe fatto che declinare? Sebbene lampeggiando ancora con un certa frequenza bagliori di abbacinante immensità e più che mai quando nessuno se lo aspettava più, a cavallo fra ’68 e ’69, per poi lentissimamente suicidarsi percorrendo un orroroso viale del tramonto con al fondo una morte pure – tragedia aggiunta a tragedia – assai poco dignitosa, a quarantadue anni appena. La giri, quella copertina, ed eccolo in divisa Elvis, tenero tenero invece che marziale. La apri e quindici istantanee lo immortalano in varie fasi della naia più pubblicizzata e sotto i riflettori che mai si sia vista, a sinistra una scritta che annuncia il nuovo film, G.I. Blues, “a Hal Wallis production, a Paramount picture”. Già il suo terzo, mi pare di ricordare, dopo i clamorosi successi al botteghino di Love Me Tender e King Creole. Il circo mediatico impazzava come non mai e l’Album del Ritorno segnava un apice che resterà insuperato fino al fatale 16 agosto 1977. Sul retro di copertina del precedente “A Date With Elvis” un calendario del 1960 ha cerchiato un giorno di marzo, il 24, la data dell’atteso congedo. “Elvis Is Back!” veniva registrato da lì a dieci giorni, fra il 3 e il 4 di aprile. Ha universalmente fama di essere uno degli articoli migliori di un catalogo troppo vasto e raffazzonato e io pure, in un chilometrico articolo scritto per un’altra testata nel venticinquennale della morte, ossequiai la giurisprudenza. Confermo, facendo però presente che la frase “un grande LP di Elvis Presley” è una contraddizione in termini, che il Nostro non ha mai fatto grandi LP (quello bastante a consegnarlo alla Storia, la “Sun Collection”, è una raccolta che rischiò di uscire postuma) bensì grandi canzoni e che a determinare quindi la classificazione dei suoi 33 giri sono: 1) a quali vertiginose altezze si ascende nei momenti migliori; 2) il fatto che nei riempitivi non si affondi mai eccessivamente nel pantano del kitsch. Non esistendo un “all killers & no fillers”, per la buona e pessima ragione che quell’anima nera del Colonnello Parker non poteva nemmeno concepire di non centellinare le canzoni più memorabili, è giocoforza farsi bastare “some killers & some good fillers”. Qui, non si tratta di accontentarsi, ma di godere.

I vertici sono rappresentati da Fever e da Reconsider, Baby. La prima è la prestazione più magnificamente animalesca dell’Elvis del dopo Sun, in tutto e per tutto all’altezza di quella dozzina di facciate che sono considerate l’atto ufficiale di nascita del rock’n’roll, realizzazione del sogno bagnato di Sam Phillips di trovare un bianco che cantasse e si muovesse come un nero. Alle prese con il brano che ha fruttato l’immortalità al talento maledetto di Little Willie John e con lo scheletrico accompagnamento di un contrabbasso e della batteria soltanto, Elvis è un fiero felino che gronda dagli artigli sesso e swing: mo-nu-men-ta-le. Quanto a Reconsider, Baby è una meraviglia di blues in cui, dietro la voce ammiccante, il sassofono di Boots Randolph ruggisce e starnazza e il piano di Floyd Cramer trilla gioiosamente indemoniato, mentre una chitarra rockeggia fingendo che gli anni ’60 siano già alla fine, piuttosto che dietro l’angolo. Basterebbe, aggiungendo al conto l’irresistibile incrocio di doo wop ed errebì primevo di Make Me Know It, la ballata country con inflessioni gospel I Will Be Home Again, un’incalzante e gigionissima Such A Night e il blues sul lato assolato della strada di Like A Baby. In fondo, oltre che per l’impagabile confezione, è per questi pezzi di rado antologizzati (mentre Fever e Reconsider, Baby lo sono stati spesso) che “Elvis Is Back!” merita di essere acquistato. Non opera in essi che un’ombra dell’artista maggiore che fece un tutt’uno di country e di blues contribuendo in maniera decisiva a inventare, e soprattutto a imporre, un qualcosa che prima non c’era, ma è pur sempre un bellissimo ascoltare. E in ogni caso anche il resto, benché lo scapicollarsi di Dirty, Dirty Feeling trascenda dal giulivo nello sciocco e un’esagerazione di miele coli da Soldier Boy, mai costeggia gli abissi di ridicolo in cui sovente cadrà, nel post-militare (linea di demarcazione indiscutibile), un Presley ottenebrato dalla merda farmaceutica che aveva cominciato a trangugiare a manciate sotto le armi e ostaggio di un manager dall’insuperabile talento mercantile e dal nullo discernimento artistico.

Ma come si sente quest’album fresco di ristampa audiofila per i tipi della teutonica Speakers Corner? Bene come ti aspetteresti da un’incisione di jazz, o di classica, del 1960, ma mai da una di rock’n’roll. Plausibile l’immagine scenica disegnata dall’accorta produzione di Chet Atkins in “living stereo”, calorose e frizzanti e piene di sfumature le voci (non solo quella dell’attore principale, ma pure quelle a supporto dei Jordanaires), di corpo smilzo ma adeguato le percussioni, di buona naturalezza i colori del piano. Silenziosissimo il vinile e lontanissimi i plasticosi obbrobri di certe rimasterizzazioni anche recenti.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.267, aprile 2006.

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Velvet Gallery (31)

L’album che fece definitivamente enormi i R.E.M. analizzato in diretta. Con a corredo una carrellata sulla produzione precedente commentata dalla band stessa e una selezione di dischi chiaramente influenzati dai Georgiani.

REM 01

REM 02

REM 03

REM 04

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Potere alla parola (3): Afrika Bambaataa – Peace, love, unity, and having fun

Nel 1990, tanto per portarsi avanti con il lavoro, la prestigiosa rivista “Life” dedicò un numero a “gli Americani più importanti del XX secolo”. Kevin Donovan, in arte Afrika Bambaataa, venne incluso nell’elenco.

Afrika Bambaataa

Sono appena stati ristampati dalla californiana DBK – purtroppo senza il ricco contorno di bonus che ci si sarebbe potuti attendere e quindi costringendo l’entusiasta neofita a rivolgersi a questa o a quella raccolta per procurarsi cruciali pezzi di storia mancanti all’appello come Zulu Nation Throwdown e Jazzy Sensation, il duetto con James Brown in Unity e quello con John Lydon in World Destruction – quelli che furono, pubblicati nel 1986 a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro, i primi due LP di Afrika Bambaataa. Assai più grande, anni per non dire ere geologiche, è però la distanza che pare separarli. Cointestato alla Soulsonic Force, “Planet Rock – The Album” era di natura semiantologica, siccome raccoglieva per strada quattro mix già epocali: si potrebbe dirlo l’equivalente per l’hip hop della “Sun Collection” di Elvis per il rock’n’roll. Cointestato alla Family, “Beware (The Funk Is Everywhere)” dal suo canto si proponeva in buona parte già come un superamento dell’hip hop – non certo in quanto filosofia ma come genere musicale – quando ancora a questi mancavano un anno o due per entrare a pieno titolo nell’età adulta. Sarebbe stato – di già – l’ultimo momento in cui il nostro uomo, allora ventinovenne, esercitava per una scena alla cui nascita aveva dato un contributo determinante una funzione propulsiva. Sempre attivissimo sul piano sociopolitico (pochi ricordano, per dire, che fu uno dei promotori del concerto con cui Wembley e il mondo salutarono un Nelson Mandela non più galeotto ma non ancora presidente del suo paese), Bam avrebbe presto cessato di avere una pur minima incidenza artistica. Presenza monumentale ma museale consegnata per sempre ai resoconti ammantati di leggenda di “those were the days”. Il che non ne sminuisce una rilevanza non intaccata nemmeno dal fatto che, per quanto eccellenti siano quei primi due album e un’altra manciata di brani in essi non inclusi, come certi giganti del primo jazz Afrika Bambaataa è rimasto largamente sottorappresentato dal punto di vista della discografia e quello che c’è è un pallido riflesso, stando a tutte le testimonianze, di quello che fu. In ogni caso gli è andata meglio che a Kool Herc, il Buddy Bolden dell’hip hop di cui, come quel pioniere del jazz, nulla di nulla è restato. Siamone felici.

La cronaca, or dunque. Ossequiando senza saperlo quello che sarà il peggiore stereotipo legato al rap, musica di malavitosi a gloria del loro stile di vita, il giovane Kevin cresce nel Bronx delinquendo. Smentendo quello stesso stereotipo, non solo la musica costituirà per lui un riscatto ma già prima di farne il centro della sua esistenza ha verso la vita l’atteggiamento positivo che lo premierà. Ingegno acuto, lingua svelta, carisma lo rendono un leader naturale, capo di una ghenga giovanile estesa e potente come i Black Spades e già attento a limare i contrasti razziali e a tenere gli spacciatori lontani dalla sua zona. Addirittura, propone un’alleanza alle bande che dominano in altri quartieri per mettere al bando ogni tipo di violenza  ed ecco i semi che germoglieranno nel semplice programma in quattro punti esposto da Unity: “peace, love, unity, and having fun”. Fonda la cosiddetta Organisation e perché diventi Zulu Nation – collettivo afrocentrico ma aperto a ogni cultura di artisti di strada che nei decenni aprirà filiali in tutto il mondo: Italia compresa – non serve che un evento drammatico: il migliore amico di Kevin – i resoconti tramandano giusto lo pseudonimo: Soulski – rimane ucciso in uno scontro con altri teppisti minorenni e per il ragazzo niente sarà più lo stesso. In premio per il diploma di media superiore brillantemente conseguito, la madre gli ha regalato una coppia di giradischi. La sua collezione di vinili è già piuttosto cospicua e riflette gusti eclettici che vanno dall’ovvio per un giovane statunitense di colore, un sacco di funky e un po’ di musica africana, al meno scontato ed ecco tante cose latine, del calypso, un tot di rock mediamente pesante con Who e Led Zeppelin in prima fila. Comincia a battere senza posa mercatini, vendite di beneficenza, negozietti dell’usato e a pochi spiccioli per volta incrementa esponenzialmente quella sua collezione, fra l’altro con colonne sonore e primitiva elettronica. E quei vinili comincia a farli girare, sui piatti omaggio di mammà, nelle feste nei parchi e nei cortili delle scuole, più avanti anche in club dove per la prima volta fra il pubblico c’è qualche faccia bianca, o persino una prevalenza di facce bianche. I suoi amici e rivali si chiamano DJ Kool Herc e Grandmaster Flash. Lui si fa ormai chiamare Afrika Bambaataa e letture ossessive come la caccia a dischi sempre nuovi lo stanno portando a collocarsi in quella gloriosa tradizione di fantascienza black che, con un Samuel R. Delany, include le pantomime clintoniane e quelle di Sun Ra. Tutto si lega, nell’Afroamerica.

Non è questa la sede, né ci sono gli spazi, per ripercorrere nei dettagli la genesi dell’hip hop, una complessa cultura prima ancora che un genere musicale in cui a rap e turntablism si affiancano da subito graffiti e breakdance. Non è questa la sede per spiegare agli sciocchi e ignoranti, che sopravvivono fra il pubblico del rock come giapponesi nella giungla decenni dopo la fine delle ostilità, che per la musica afroamericana l’hip hop non ha rappresentato un momento di discontinuità né meno che mai un sintomo di decadenza. Basi che si richiamano da subito alle lezioni del soul, dell’errebì, del funky e della disco (e che più avanti riscopriranno anche il blues), argomenti e modo di porgerli che non soltanto non sono nuovi in assoluto (già hanno agito Last Poets, Watts Prophets, Gil Scott-Heron) ma affondano le radici nel pre-schiavismo, nella tradizione africana del griot, il cantastorie che girando per villaggi svolge insieme le funzioni del giornalista, dello storico, del cantore epico, del comico, lo certificano piuttosto come un un punto d’arrivo. Con il jazz dapprincipio il novello stile traffica poco o punto ma questo ha in comune e tenetelo bene a mente: come le jam è musica del “qui e ora” e per un bel pezzo a nessuno viene in mente che, se è quello che si ascolta di più alle feste nei ghetti della Grande Mela, potrebbe funzionare pure altrove. Dal 1975 al 1979 circolano solamente nastri delle esibizioni più memorabili (qualcuno verrà bootlegato: di Bambaataa si segnala un “Death Mix” che si dice abbia venduto decine di migliaia di copie) e, paradossalmente, il primo hip hop su vinile è un falso. Già buona cantante di rhythm’n’blues riciclatasi come discografica, Sylvia Robinson fa uscire nell’ottobre del ’79 per i tipi della sua Sugar Hill Rapper’s Delight. Basato su Good Times degli Chic, attribuito a una fantomatica quanto formidabile Sugar Hill Gang, affidato a un rapper sconosciuto che non si fa problemi a rubare rime a man bassa a uno dei leader della scena (Grandmaster Caz dei Cold Crush Brothers), il brano è suonato e mancante dunque di quella che sarà a lunghissimo la caratteristica principe dell’hip hop, quella cioè di costruire le sue canzoni con frammenti di canzoni già esistenti presi direttamente dai dischi. Vende nondimeno un’iradiddio e, dopo essersi alquanto inquietati per il furto, Flash e Bam fanno buon viso a cattivo gioco e decidono che sì, oltre che suonarli i dischi possono farli anche loro. Il primo si accasa proprio alla Sugar Hill.

Afrika Bambaataa esordisce invece, con due versioni di Zulu Nation Throwdown (una attribuita ai Cosmic Force, l’altra ai Soul Sonic Force), per la minuscola Ninny, nel 1980. È una bomba di funk alla Parliament da far venire le vertigini e parimenti vertiginosi sono i rap che la sormontano. Per il bis bisogna attendere il febbraio 1982 e una Jazzy Sensation prodotta da Arthur Baker e modellata sul cavallo di battaglia di Gwen Guthrie Funky Sensation. Vede la luce su Tommy Boy, un’etichetta che si rivelerà fondamentale per il neonato genere e alla quale proprio il successo del Nostro darà i mezzi per crescere. Successo che a questo punto è ancora relativo ma che si fa enorme in giugno con la pubblicazione di Planet Rock, mezzo milione di copie vendute nei soli Stati Uniti nel giro di pochi mesi e a dispetto della pressoché totale assenza di passaggi radiofonici. Costruito sull’incrocio fra due brani dei Kraftwerk, Trans Europe Express e Numbers (dal primo viene la melodia, dal secondo la linea di basso sintetico), con le percussioni di Super Sperm di Captain Sky, è una delle pietre d’angolo dell’hip hop e ben quattro anni dopo inagurerà l’omonimo LP. Gli vanno dietro altri tre classici a quel punto conclamati come una spastica e petulante Looking For The Perfect Beat, un’elettrizzante Renegades Of Funk e una Frantic Situation sulla quale la dice lunga il titolo, più tre istantanei: la tribale Who You Funkin’ With?, il prototipo di modern soul Go Go Pop, la saltellante They Made A Mistake. Si è capito? Un indiscutibile capolavoro.

Vale un nonnulla di meno “Beware”, in cui di hip hop ce n’è abbastanza poco e, dopo un omaggio a Carpenter (Bambaataa’s Theme) e uno ai Talking Heads (Tension), inni minimo tre: una Kick Out The Jams che è quella degli MC5 ma sembra a tratti dei Public Enemy, i Queen fatti negri di Funk You, l’apologia della Zulu Nation di What Time Is It. Kevin Donovan ne vive tuttora di rendita. Con merito.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.619, febbraio 2006.

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These New Puritans – Field Of Reeds (Infectious)

These New Puritans - Field Of Reeds

Come ben sa, ad esempio, chi ultimamente si è sorbito quella palla micidiale di Waxahatchee (sempre diffidare di quelli che si scelgono alias assurdi, di quelli che non si capisce qual è il nome del gruppo e quale il titolo dell’album, di quelli che scrivono i titoli in corpo 2, verde sfondato su giallo e fuori registro) non è che un 8.4 su “Pitchfork” significhi in automatico che chi ne è stato gratificato abbia appena dato alle stampe un capolavoro da ricordare nei secoli, fintanto che l’uomo abiterà questo pianeta. Anzi, essendo da lungi evidente che “Pitchfork” è oggi l’equivalente 2.0 del “New Musical Express” anni ’90, con l’aggravante della mancanza di sense of humour e di una pretenziosità di chi scrive che fa il paio con la pretenziosità della musica di cui scrive. Nondimeno, se non altro per la legge dei grandi numeri, anche da quelle parti può capitare ogni tanto che ci si entusiasmi o si stronchi a ragion veduta. La prima che ho detto nel caso di quello che per Questi Nuovi Puritani è l’album numero tre. Parecchio diverso dal numero due, che a sua volta li aveva mostrati irriconoscibili rispetto al debutto. Sanno stupire, costoro, e a oggi lo hanno fatto sempre e solo in positivo.

Età media attorno ai vent’anni o pochissimo su di lì, all’altezza dell’esordio del 2008 “Beat Pyramid” l’allora quartetto di Southend-on-Sea si era segnalato più per la qualità delle canzoni che per l’originalità di un sound chiaramente indebitato (con buona pace di ben meno plausibili influenze dichiarate quali Wu-Tang Clan e Aphex Twin) nei confronti dei soliti nomi della new wave britannica di tre decenni prima: Fall, Wire, in misura minore Gang Of Four. Disco pieno di chitarre spigolose e percussioni sferzanti quando da lì a due anni nel successore (successone no, successino) “Hidden” se le seconde risultavano ancora ben presenti delle prime si stentava ad avere notizie, al loro posto elettronica assortita e orchestrazioni di ottoni e legni. Steve Reich un modello di riferimento e stavolta non millantavano, i These New Puritans. Qualcuno parlava di post-rock e come dargli torto. Altri li dicevano novelli Talk Talk (quei Talk Talk là) e più di qualche buona ragione l’avevano pure costoro. Un album e tre ulteriori anni dopo, per parlare di rock il prefisso “post-” diventa obbligatorio (ma quanto erano già tali quei Tuxedomoon da un cui disco pare sortire Fragment Two?) e comunque anche di quella fatta se ne rinviene poco: più jazz da colonne sonore, più orchestrazioni neoclassiche, più voci liturgiche in fuga su bordoni idem per tangenti alate. Gli ultimi Talk Talk ce li troverete ancora e con essi il Tim Buckley più sperimentale ma al netto dell’angoscia, un Herb Alpert non in metafora rivisitato come fosse Badalamenti e poi scampoli di Penguin Cafe Orchestra, suggestioni wyattiane, Sylvian. Persino – diomio, cosa sto mai per dire… – un’eco di campane tubolari. È musica che riesce a essere raffinata senza mai parere artefatta. Ci cogli un respiro di poesia pure nei momenti più astratti. Che è poi esattamente ciò che difetta – se mi fermo un attimo a rifletterci – ai Sigur Rós ultimi. Ma anche penultimi, terzultimi…

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I got some John Coltrane on the stereo, baby (make it feel all right)

John Coltrane 1962

Ogni tanto, quando mi coglie lo schifo per la mia pigrizia e sento il bisogno di punirmi mettendomi di fronte esempi di gente al contrario instancabile, quando con il genio che si ritrovava avrebbe potuto permettersi di faticare meno, sosto davanti al mezzo metro di scaffale occupato a casa mia da album di John Coltrane e medito sul tempo sprecato, e sull’ignoranza riguardo a quanto ne resti ancora, che sempre dovrebbe spingerci a non farlo scorrere invano. Ogni tanto, quando sono stato bravo e sento di potere premiarmi con quel raro ascolto non legato a necessità lavorative, quello effettuato per il puro piacere di godere della musica (per chi fa questo mestiere un lusso, sapete?), punto quel mezzo metro, chiudo gli occhi e pesco un CD a caso. Sapendo che coglierò sempre bene e di quanta gente dalla produzione così smisurata si può dire lo stesso? Che sia un disco di quelli, una manciata, già gustati un gran numero di volte o appartenga al novero dei meno frequentati, giacché entrarono in casa mia, decine di seguito, nel giro di pochi mesi un cinque o sei anni fa in un periodo in cui per questo artista mi colse come una febbre, so che comunque ci scoprirò qualcosa che mi suonerà fresco, inaudito. Si tratti di una conclamata pietra miliare o di un album assemblato, magari senza neppure il concorso del titolare, con gli scarti di sedute che diedero più celebri risultati, persino con incisioni in cui neppure era il leader. Coltrane appare sempre nuovo e un Coltrane “minore” semplicemente non esiste: con lui – Lui! – si può discettare al massimo di differenti gradi di grandezza.

Ho detto “CD”. Fino a pochi giorni fa tutto il Coltrane di cui potevo godere era in digitale. Fatto è che è uno cui sono arrivato tardi, quando era più sensato comprare compact facilmente disponibili e sovente a medio prezzo che affannarsi dietro a vinili per i quali già capitava di sentirsi chiedere cifre importanti. Fatto è che quasi tutto il Coltrane in CD, su Prestige o Atlantic o Impulse! che sia, suona per fortuna ottimamente, i libretti sono di norma curati e insomma tanto vale essere felici così. Fino a pochi giorni fa. Poi, in gentile omaggio da Alfredo Gallacci, mi sono giunte due meravigliose stampe Speakers Corner, distribuite dalla sua Sound And Music, di “Africa/Brass” e “A Love Supreme” e finalmente ho potuto gustare anche in vinile (qualche frusciante copia d’epoca, delle pochissime cose che oggi si stenta a trovare, l’avevo già fatta girare grazie alla cortesia di un amico) del Coltrane come era inteso al tempo che si ascoltasse. È solo suggestione, sono un fissato se mi pare che il piacere auditivo che regalano queste stampe sia comunque superiore? Se sono convinto di cogliere un’ariosità maggiore e una prospettiva scenica più nitida? Sfumature, sia chiaro, ma è quella sottile differenza, nella quale si catturano mondi, che passa fra il perfettibile, benché ottimo, e il perfetto. Ascoltare il primo mi ha in ogni caso dato un’emozione particolare perché per la prima volta ho potuto affrontarlo nella forma in cui uscì originariamente. In compact ho un peraltro preziosissimo doppio, “The Complete Africa/Brass Sessions” del ’95, che ai tre lunghi brani della scaletta primigenia aggiunge tutto il resto di quanto fu registrato in quelle storiche sedute a cavallo fra il maggio e il giugno 1961, vale a dire tre prodigiose versioni alternative e due inediti. L’edizione in questione opta però non per metterle in coda al programma noto ma per sistemare le otto tracce nell’ordine in cui furono incise e dunque…

The John Coltrane Quartet - Africa Brass

LP cruciale per il nostro eroe, “Africa/Brass”, e debutto per una neonata Impulse! sorta, sotto l’egida di ABC-Paramount, con l’intento precipuo di documentare quel jazz, di cui ’Trane era fra i vessilliferi, talmente rivoluzionario da non avere ancora un nome, o meglio da averne tanti: free, avant-garde, The New Thing. In una recensione del novembre di quell’anno su “Down Beat” un critico ben reputato come John Tynan addirittura definiva “anti-jazz” il modo di suonare del Nostro non sapendo, il tapino, che a ben più vertiginose altezze sarebbe asceso Icaro prima che il sole, in forma di un fulminante tumore al fegato, sciogliesse la cera delle sue ali e lo facesse piombare al suolo, il 17 luglio 1967, non ancora quarantunenne. Se ho fatto bene i conti, e non è facile siccome già all’epoca erano stati fatti uscire diversi 33 giri con materiali di assortita provenienza, per il sassofonista di Hamlet era l’album “vero” da leader numero otto, l’esordio – dopo la lunga gavetta e la problematica associazione con Miles Davis – una faccenda di appena quattro anni prima. Ma sono anni luce che sembrano separare da “First Trane” “Africa/Brass”. Frutto dell’interesse sviluppato dal nostro uomo per i ritmi africani, lo vedeva per la prima volta circondare con una sorta di orchestra jazz (trombe, tromboni, flauti, clarinetti, corni francesi) guidata da quell’altro genio rubatoci prematuramente di Eric Dolphy il tradizionale quartetto/quintetto. Mozzafiato gli esiti, nella massiccia e politonale Africa come nello swingante valzer Greensleeves o in un modale Blues Minor. Musica “difficile”, nondimeno epidermica. Da lì a tre anni e mezzo “A Love Supreme” sarà altra cosa ancora e definitivamente indicibile.

John Coltrane - A Love Supreme

Quali che siano le vostre convinzioni riguardo al Divino, classificatelo alla voce “musica sacra”. Nello scatto scelto per l’iconica copertina il trentottenne sassofonista appare meditabondo e alquanto cupo. All’ineffabile senso di gioia trasmesso dal disco non è certo questa foto un po’ inquietante a preparare, bensì l’indirizzo all’ascoltatore che si può leggere spalancando la confezione, a fianco di un ritratto di Victor Kalim rimasto egualmente iconico, indirizzo che si apre con l’asserzione che “ogni lode è dovuta a Dio cui ogni lode è dovuta”. E un po’ più avanti: “Questo album è un’umile offerta a Lui”. E nella metà di sotto il testo, novello salmo, la cui lettura nelle intenzioni dell’artista di Hamlet doveva accompagnare lo svilupparsi del quarto movimento di quella che è una sorta di suite: inizio di un’ingannevole semplicità, con l’alato spiegarsi del sax ad anticipare l’elementare tema di quattro-note-quattro disegnato dal contrabbasso di Jimmy Garrison, ma – attenzione! – sono subito mondi di stupefacente complessità a prendere forma nel formidabile gioco di piatti e tamburi di Elvin Jones, nelle linee perpetuamente cangianti del piano di McCoy Tyner, naturalmente nel guizzare dello strumento del leader. Ed è tutta qui, ad accontentarsi di ridurla ai minimi termini, la magia di un album in cui una filigrana intricatissima sottende una cantabilità estrema: per quanto tu creda di averlo ormai mandato a memoria, al centesimo passaggio un qualcosa che ti era sfuggito te lo rifarà nuovo. A quattro abbondanti decenni dall’uscita, e avendo venduto nel tempo oltre un milione di copie, cifra stupefacente per un LP di jazz, “A Love Supreme” sembra tuttora una faccenda di ieri l’altro, oppure di domani. Classificatelo alla voce “musica immortale”.

 Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.266 e 267, marzo e aprile 2006. Adattato.

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Simon & Garfunkel – Bridge Over Troubled Water (di gesti inconsulti ed eccezioni alle regole)

Simon And Garfunkel - Bridge Over Troubled Water

Non saprei dire con certezza l’anno. Poteva essere la primavera del 1982 e festeggiavo allora il congedo dall’esercito spendendo l’ultima paga da Ricordi, che a Torino si trovava in Via Lagrange e avevo preso a frequentare da una rarissima bigiata liceale, apprezzando assai il fatto che il reparto “offerte” fosse ben fornito. Oppure quella dell’anno dopo e in tal caso può darsi che furono i primi soldi tirati su scrivendo di musica – e non mi pareva vero – a venire investiti fra il resto nel mio primo album “da audiofilo”. Fosse la seconda che ho detto, la coincidenza temporale sarebbe inquietante perché indicherebbe che, con il CD fresco di commercializzazione, praticamente ancora un oggetto alieno, una grande catena già dava per finito il disco in vinile ed era un comportarsi di conseguenza la decisione di svendere le edizioni più prestigiose. Proprio così. Non mi sarebbe mai passato per la testa di buttar le mani fra un dato mucchietto di titoli se un cartello non mi avesse informato che il prezzo di alcuni di essi era pari a quello di un normale LP di stampa italiana, nemmeno di importazione. Non era purtroppo il caso dei favolosi “Original Master Recording” di Mobile Fidelity, ma degli “Half Speed Mastered” della CBS sì. Prontamente tiravo su “Bridge Over Troubled Water”. Qualche giorno dopo, preso dall’entusiasmo, sarei tornato e avrei compiuto il gesto più inconsulto della mia vita di musicofilo, portandomi a casa “Breakfast In America” dei Supertramp, il mio acquisto più imbarazzante di sempre e non vale a discolpa né che me ne sbarazzai entro pochissimo né (questa casomai è un’aggravante) che il terzo e ultimo degli “Half Speed Mastered” che comprai fu poi un “Born To Run” lasciato solo soletto da clienti che spazzolarono in men che non si dica lo scaffale.

Non ho più nemmeno quelle edizioni di Simon & Garfunkel e Springsteen e questo perché la prima fu sciupata da uno di quei famigerati liquidi antistatici che fottevano il vinile invece di salvaguardarlo e la seconda verrà cambiata con una stampa americana originale che, messa a confronto, mi parve identica all’ascolto, a parte che con l’impianto da due lire che avevo non è che si riuscisse a discriminare granché. “Bridge Over Troubled Water” però faceva la sua porca figura anche lì sopra, prima del fatale incidente, e ne avessi una copia intonsa in quella versione mi piacerebbe parecchio raffrontarlo con il Classic Records che da quando è stato messo in circolazione, nel 1999, è uno degli articoli più venduti della casa californiana e del suo distributore italiano, Sound And Music. Mi sono dovuto accontentare di farlo girare, quest’ultimo, alternandolo al compact che ho estratto dal box “The Columbia Studio Recordings 1964-1970” ed è stato un bell’incontro, equilibrato, risoltosi a favore del vinile per qualche sfumatura. Una superiore trasparenza nel complesso, qualche dettaglio che viene a evidenziarsi. Soprattutto, un filo di calore e naturalezza in più nelle voci e trattandosi di una delle più celebrate coppie di cantanti che si ricordino è l’elemento che ha pesato di più nel giudizio finale. Sempre partendo dall’assunto che stiamo parlando di un disco registrato come meglio non si sarebbe potuto nel 1970. Ora: molto spesso i dischi mitizzati dagli amanti dell’alta fedeltà sono, artisticamente parlando, delle immonde fetecchie e non faccio nomi perché, anche se non tengo famiglia, vorrei morire anziano e nel mio letto. Ora: molto spesso i campionissimi al botteghino di oggi sono i dischi che domani faticherete a regalare tanto sono invecchiati male e in ogni caso erano quasi tutti delle ciofeche già in partenza. Ma: “Bridge Over Troubled Water” è l’eccezione a entrambe le regole.

Chi avrebbe potuto immaginare, fra i milioni che lo acquistarono spedendolo al primo posto in classifica un po’ ovunque a partire da Stati Uniti e Gran Bretagna, che quella che era stata una bellissima storia d’amicizia, prima e oltre che un felice sebbene squilibrato sodalizio artistico, fosse all’epilogo? Sembrerà un suicidio commerciale da rivaleggiare con quello – contemporaneo – dei Beatles l’annuncio dello scioglimento e si sentiranno tantopiù traditi i fans guardando quella foto sul retro di copertina con Paul che, camminando, appoggia la testa sulla schiena di Art con gesto di tenerezza infantile. Posa da cartone animato e viene in mente che, ragazzini, la prima casa discografica aveva imposto loro, persuasa di avere fra le mani i nuovi Everly Brothers, un alias che doveva far ridere anche allora, Tom & Jerry. Ma che congedo fu! Il 33 giri più memorabile fra i cinque del duo, con una sola piccola caduta  con il folk andino alquanto kitsch di El condor pasa (pioniere di esperimenti world, Simon farà di meglio nella sua splendida carriera solistica) e per il resto un susseguirsi di gemme, si tratti di uno squassante rhythm’n’blues bianco come Keep The Customer Satisfied o dello scanzonato beat Why Don’t You Write Me, piuttosto che dell’elegiaca So Long, Frank Lloyd Wright o della ninna nanna Song For The Asking, o ancora del rock’n’roll Bye Bye Love che in un tripudio di applausi (mai capito se posticci o meno) salda i conti giusto con gli Everly. Le più abbaglianti in apertura di facciate, come si usava quando i dischi ne avevano due di facciate: il più bello spiritual laico che si sia mai sentito (Aretha lo capì subito e lo fece suo), che è la canzone che intitola l’album, e una delle massime epitomi del folk-rock, ossia The Boxer.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.258, giugno 2005.

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Black Sabbath – 13 (Vertigo)

Black Sabbath -13

Naturalmente lo sanno pure loro che non è un nuovo inizio bensì un PS (quei tre decenni e mezzo dopo; we love you potremmo aggiungerlo noi) a una storia gloriosa a un certo punto miserevolmente deragliata. Perché gli anni sono quelli che sono, lo stato di salute di qualcuno non dei migliori e i miracoli è tanto se accadono una volta e non c’è fede in Satana o chi per lui – ad esempio: Rick Rubin – che tenga: non si ripetono quasi mai. Conta quindi di più lo scrosciare di pioggia accompagnato da rintocchi di campane in coda a una traccia conclusiva, “Dear Father”, che esplicitamente si rifà al brano (omonimo del gruppo stesso) che nel ’70 inaugurava un’album epocale (e a sua volta omonimo) che non che il primo degli otto pezzi della scaletta ufficiale si intitoli End Of The Beginning. E non viceversa. Solo che una chiusura di cerchio che più perfetta non si potrebbe un po’ viene smentita dalle tre (pregevoli) bonus di un’edizione speciale ed come se una porta che era stata definitivamente chiusa inopinatamente si riaprisse. Io tifo per il non-sequel del sequel, sia chiaro, ma a questo punto non mi va di escludere nulla. Primo pensiero venutomi in mente in fondo a un primo ascolto parecchio distratto perché, tanto per cambiare, stavo scrivendo: oh, pur sempre meglio di un mucchio di merda indie-chic. Poi ho riascoltato per bene.

Posso capire e anche condividere le critiche feroci alla produzione di Rubin per l’abuso di compressione della dinamica e un missaggio claustrofobico che riempie ogni spazio (soprattutto di batteria) che vado leggendo da tante parti. Posso capire, ma mi va di perdonare, perché vale come attenuante non generica che il barbuto una volta di più abbia resuscitato una carriera che pareva senza possibilità di redenzione. È infinitamente più significativo che sia stato capace di mettere insieme in uno studio tre quarti della formazione storica (manca solo Billy Ward) e di farli interagire come se non ci fosse un ieri, piuttosto che un domani. “13” è Sabba classico sin dal riff mefitico, sormontato da una voce malevola, dell’attacco della già menzionata End Of The Beginning e lo è sempre di più in un prosieguo di una solidità – in ogni senso – che sarebbe stato sconsiderato attendersi. Che poi si resti nell’ambito del già sentito – si tratti dei giochi di arpeggi e sferzate, tensione e rilascio di God Is Dead? o di un’elettroacustica (con uno squisito assolo jazzato di Tony Iommi) Zeitgeist ovviamente ricalcata su Planet Caravan, dell’“heavy metal thunder” di Age Of Reason come di una Live Forever dallo stentoreo all’ustionante – nessuno potrà mai rimproverarlo a un gruppo che da quarantatré anni genera volonterosi epigoni o autentici cloni. “13” è memento che, ricreandosi l’alchimia d’antan, non vi è chi sappia fare i Black Sabbath meglio dei Black Sabbath medesimi.

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