Potere alla parola (5): Public Enemy – It Takes A Nation Of Million To Hold Us Back

Credo che i Public Enemy siano uno dei gruppi di cui ho scritto di più in vita mia e per certo risultano uno di quelli che ho citato più spesso: qualcosa come 235 volte dal ’91 a oggi, certifica Windows Commander. Su VMO già recuperai (lo trovate qui) un articolo redatto nel 1994 per il mensile “Dynamo!”. Per questa serie ripesco invece una Pietra miliare commissionatami nel 2002 dall’allora settimanale “Il Mucchio”.

Public Enemy - It Takes A Nation Of Millions To Hold Us Back

Ha provveduto uno dei suoi artefici, Carl Ridenhour, in arte Chuck D, a dare di quest’album, il secondo del Nemico Pubblico, la definizione più precisa e pregna: “Volevo che fosse il ‘What’s Going On’ di questa generazione”, confidava a un intervistatore qualche tempo dopo la sua uscita e, fatta salva l’assenza qui di qualsivoglia traccia di romanticismo, esattamente come il capolavoro di Marvin Gaye offriva (offre) un perfetto ritratto dello stato delle cose nell’America nera di inizio anni ’70, “It Takes A Nation Of Millions To Hold Us Back” offriva (offre) lo stesso per l’America nera di fine ’80. Album chiave per comprenderla quello che fece di Chuck D e soci, contemporaneamente, una presenza centrale nella cultura afroamericana, la posse più rispettata dell’hip hop e la più seguita dal pubblico del rock. Bill Stephney l’aveva portata alla Def Jam perché convinto di avere trovato un incrocio fra Run DMC e Clash, e la sua intuizione si rivelava giusta. Già premiati nel 1987 dall’entusiasmo della critica e da più che discrete vendite per il dinamitardo esordio “Yo! Bum Rush The Show”, i Public Enemy agguantavano il primo disco di platino e si apprestavano, loro che volevano essere (parole ancora di Chuck D) “la CNN nera”, a diventare argomento di apertura dei telegiornali e oggetto di inchieste giornalistiche da parte di testate non musicali. Merito o più che altro colpa del loro Ministro dell’Informazione Professor Griff, che nel giugno 1989 li metterà in grave difficoltà con dichiarazioni – strumentalizzate, sì, ma di loro discretamente deliranti – di stampo antisemita e suprematista. Gli imbarazzati compagni si muoveranno incoerentemente sotto il fuoco dei media, dapprima cercando di difenderlo, poi espellendolo, infine annunciando uno scioglimento presto rientrato. Siccome ciò che non uccide fortifica, l’anno dopo con “Fear Of A Black Planet” (quello che su altre colonne ebbi a dire il disco del confronto con i bianchi “di buona volontà”) infileranno il loro terzo e ultimo capolavoro prima del declino degli anni ’90. Ce ne fossero comunque di declini tanto dignitosi e battaglieri, lucidità inalterata e semmai efficacia in diminuzione, perché la rivoluzione permanente non funziona e il potere logora chi non ce l’ha. Ma ho corso troppo e sarà bene tornare indietro.

Comincia tutto – e già in questo i ragazzi mostrano la loro peculiarità in ambito hip hop, intellettuali che parlano la lingua della strada ma comunque intellettuali – quando gli ’80 si apprestano al giro di boa e Ridenhour dai microfoni della radio della sua università (studia design) bombarda gli ascoltatori con torrenziale scilinguagnolo sui vinili che fa girare Stephney e sulle basi approntate da Hank e Keith Boxley, presto Shocklee, presto metà della Bomb Squad (essendo l’altra lo stesso Chuck D ed Eric “Vietnam” Sadler): il team produttivo più caratterizzante, innovativo, avanguardista e nel contempo ecumenico che la storia del genere ricordi. In breve si aggiungono alle infuocate jam un altro dj, Norman Rogers, e un secondo rapper, William Drayton. Ribattezzatisi Terminator X e Flavor Flav, i due completano con Ridenhour il nucleo del gruppo. Il primo ha senso del funk e gusto per la sperimentazione, il secondo è controaltare irridente e buffonesco (spalla dunque ideale) per un Chuck D che tuona dal pulpito della rivoluzione. Sbaglia tuttavia chi in Flav non ha mai visto che un dotato guitto. Non è mai stata faccenda di istinto e basta, come potrà confermarvi chiunque sappia di storia delle religioni e in particolare di vudù, culto che è alle radici del rock’n’roll. Troppo insistiti e troppo precisi per essere casuali certi riferimenti iconografici: Flav cita – nell’aspetto e nelle movenze – Ghede, guardiano delle ossa dei defunti, governatore di sesso, morte e bambini. Il clown conosce bene le sue origini.

“Yo! Bum Rush The Show” è esordio stupefacente che mette già perfettamente a fuoco il suono dei Public Enemy, densissimo e martellante – amalgama vetriolico di chitarre acuminate e scratching, sirene, clacson, colpi d’arma da fuoco e altri rumori, tenuto assieme da una scurissima pulsazione funk – e con esso un’immagine barricadera, mutuata dalle Pantere Nere. È hip hop del più hardcore che si possa immaginare, ma declinato con un’attitudine punk e suoni (esemplare il flirt fra metal e musica industriale del pezzo che lo intitola) che il pubblico del rock più underground non può che sentire pure suoi. Fa il resto un’eccezionale sensibilità pop, che ricava brani orecchiabili (più che altro: innodici) da una materia prima tanto intimidente. “It Takes A Nation Of Millions To Hold Us Back” mette a posto gli ultimi dettagli con testi più incisivi, dall’articolazione superiore.  Cita subito il Gil Scott-Heron di The Revolution Will Not Be Televised, si fa ispirare dai Last Poets e da Malcolm X, parla con una lingua abbastanza sofisticata da potere essere interpretata secondo vari piani di lettura e abbastanza semplice da potere essere compresa nei ghetti e dai ragazzi bianchi che guardano MTV. Il rapping di Chuck D e Flavor Flav si è fatto, se possibile, anche più incisivo, il controllo dei piatti di Terminator X più strepitoso, le basi allestite dalla Bomb Squad hanno acquisito eclettismo senza nulla perdere in impatto. Il metal-rap di Bring The Noise, il drive funky di Don’t Believe The Hype, Mind Terrorist, Party For Your Right To Fight, il cyberhythm’n’blues di She Watch Channel Zero, le collisioni fiati/scratching di Night Of The Living Baseheads concorrono a dare vita a un album che in molti considerano il più grande di sempre dell’hip hop. Si può discuterne. Comunque sia: un disco che in quattordici anni niente ha perso in efficacia. E non è anche da ciò che si riconoscono i classici?

Pubblicata per la prima volta su “Il Mucchio”, n. 491, 18 giugno 2002.

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