Presi per il culto (34): Demon Fuzz – Afreaka! (Dawn, 1970)

Demon Fuzz - Afreaka!

Quel che si dice un programma ambizioso: “Volevamo cambiare lo stile, il sound, l’immagine e l’attitudine della musica e dei musicisti neri in Inghilterra”, raccontava nel 2010 a “Wax Poetics” Paddy Corea, coordinatore, arrangiatore, flautista, sassofonista e conghista dei Demon Fuzz. Poco da stupirsi se partendo da simili premesse il setteto londinese non poté che fallire: troppo impari la lotta fra l’entusiasmo del solito John Peel (che in una recensione sul “Melody Maker” definiva il gruppo con tre aggettivi: “superbo”, “superbo” e “superbo”) e il pregiudizio di un’industria e una platea per la quale un combo di colore non poteva che suonare ska, o al più provare a dare una lettura minimamente autoctona del soul. Avendo pubblicato nell’arco di pochi mesi un LP – questo – e un 12” per una succursale di un’etichetta pur importante quale la Pye (ne avevano fatto le fortune i Kinks) ma subito disinteressata, e avendo senza saperlo aperto la strada ai Cymande (che però non ne faranno moltissima nemmeno loro), i Demon Fuzz sparivano dalla circolazione. Eppure un trionfo codesto primo loro affacciarsi alla ribalta a confronto di un ripresentarsi nel ’76 con un secondo 33 giri, “Roots And Offshoots”, di cui davvero non si accorgeva nessuno, nessuno, nessuno. Di “Afreaka!” quantomeno un po’ di copie erano girate. Da lì, dalla sua uscita a un quarto di secolo o all’incirca, l’appassionata sponsorizzazione di un altro dj, Gilles Peterson, lo porterà all’attenzione dei cacciatori di campionamenti non banali e di rare grooves. Seguiranno inevitabili, benemerite ristampe in digitale e non solo. Non avete nessuna scusa per non annoverarlo nella  vostra collezione.

Sempre che, naturalmente, non vi importi nulla di non possedere uno degli album più peculiari della storia della popular music, fiume cui concorrono una quantità sbalorditiva di affluenti e alla fine il risultato è uno solo, inconfondibile, inclassificabile: non avete ascoltato mai niente che suoni esattamente come i Demon Fuzz di “Afreaka!”, fidatevi. A partire dal riff pigro e granitico e dalla melodia sinuosa che si distende in un funky rock-jazz infiltrato d’Oriente di una Past, Present And Future il cui lungo (pochi secondi meno di dieci minuti) dipanarsi conduce in ultima istanza a un’ipotesi di Colosseum alle prese con la colonna sonora di “Shaft”. Dopo di che sarete pronti (avendola ascoltata quelle sette o otto volte per cominciare a capirci qualcosa) per lo spumeggiare di percussioni, le staffilate fiatistiche, il gioco di tastiere giocose e insomma i Traffic trasportati al centro del Mediterraneo di Disillusioned, per il funky con slarghi di epicità cinematografica con vista sul Bosforo di Another Country, per i fraseggi liturgici di organo e coro, il rado volteggiare di chitarra psych e il gusto Gil Scott-Heron di Hymn To Mother Earth e l’ossessività proto-fusion con scatti e scarti di bolero di Mercy. Cinque brani soltanto ma cinque epopee, la più breve di cinque minuti. Sapere che gli artefici non furono affatto contenti della riuscita di “Afreaka!”, di cui imputano il fallimento artistico (!) al produttore Barry Murray, e che spergiurano che dal vivo sapevano fare ben di meglio lascia straniti. L’immaginazione vacilla. Pare non siano troppo soddisfatti neppure del mini che le attuali versioni in CD dell’album aggiugono come bonus, con una I Put A Spell On You resa come da dei Blind Faith con Santana alla chitarra, una A Message To Mankind che psichedeleggia alla Terry Callier e un Fuzz Oriental Blues che dovrebbe piuttosto chiamarsi Fuzz Oriental Funk.

Qualche oltranzista, ora che “Afreaka!” non è più un segreto iniziatico per i circoli della black più esoterica, potrebbe sostenere che il vero disco “di culto” dei Nostri sia “Roots And Offshoots”, una cui copia è stata battuta all’asta qualche mese fa con una base di partenza di 490 dollari. Una sciocchezza, date retta. Non che sia brutto, questo no, ma al confronto del predecessore sembra la classica maionese impazzita, gli ingredienti (si aggiunge del reggae) inopinatamente separatisi fra loro. One-(non)hit wonders, ecco.

3 commenti

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3 risposte a “Presi per il culto (34): Demon Fuzz – Afreaka! (Dawn, 1970)

  1. Gian Luigi Bona

    Mi hai convinto, mi metto alla ricerca !

  2. demismoretti

    Mamma mia che disco, semplicemente da PAURA!!!!!!!!! peccato che l’originale in vinile è inavvicinabile, sempre grazie VM

  3. antonellotacconi@alice.it

    Disco meraviglioso: il brano che ho sentito mescola magnificamente generi a me cari. Lo debbo avere!!!
    Antonello

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