Mademoiselle Mabry, in arte Betty Davis

Se non a grande  a gentile richiesta recupero un breve articolo che scrissi su Betty Davis quando di costei era appena uscita una raccolta che riportava nei negozi parte del catalogo. Oggi la smilza quanto formidabile discografia della signora è di nuovo interamente disponibile. Che il funk sia con voi.

Betty Davis

Album meraviglioso in toto “Filles de Kilimanjaro”, a leggere i sacri testi della materia quello con cui nel 1968 Miles Davis diede l’addio al jazz, alle viste la discussa svolta elettrica e un suono tutto nuovo iniettato di rock e di funk. Non andò proprio così e, ad ascoltare con attenzione, “Bitches Brew” in tralice si scorge più nel disco in questione che nel successivo “In A Silent Way”. Dettaglio in ogni caso ininfluente qui, conta che per il corposo programma apice e suggello coincidano, 16’32” sospinti verso rarefatti empirei da levitazioni di piano elettrico e vampe di basso in spirali di blues disincarnato ed elissi d’Africa. La tromba un dardo che saetta improvviso e spacca il cuore. Fin dove bisogna risalire per scovare una donna omaggiata da un uomo con tanto sentimento? A Petrarca? Questo capolavoro si chiama Mademoiselle Mabry e Mabry era il cognome da nubile di Betty “non sono una signora” Davis. La donna che più di qualunque altra fece perdere la testa al divino trombettista. La donna che si fece tatuare sul culo “this ass invented fusion” e non millantava. La donna che, parola dello stesso Miles, fosse apparsa alla ribalta dieci anni dopo avrebbe messo fuori gioco Madonna e Prince, perché lei era Madonna e Prince insieme. Solo che il 1973 non era pronto per Betty Davis, per una sessualità tanto esplicita (alla faccia dei “liberati” anni ’70) (Tina Turner una suora al confronto), per un funk di una fissità oltre la disco e una ferocia oltre l’hard più muscolare e tagliente. Betty Davis inventò la fusion, o per meglio dire il crossover visto che il termine “fusion” ha finito per designare altro, non solo mettendo in contatto Miles Davis e Jimi Hendrix, forse rivali in amore sebbene lei abbia sempre negato e per certo uno ammiratore dell’altro, ma pure in prima persona. Parlano chiaro in tal senso i tre album che pubblicò in altrettanti anni, i primi due su Just Sunshine – l’omonimo debutto e “They Say I’m Different” – e l’ultimo – “Nasty Gal” – su Island. O in questo istante, non essendo nessuno dei tre disponibile in CD, la generosa raccolta, fresca di stampa per Vampisoul, “This Is It!”: non ascolterete nulla di più eccitante quest’anno o in questo secolo.

Avrete notato: un lustro fra “Filles de Kilimanjaro” e “Betty Davis”. Fra questo e quello un tumultuoso divorzio e due LP fantasma, il primo per colpa dello stesso Davis, che temeva che il successo gliel’avrebbe fatta perdere (e la perse egualmente per la sua ringhiosa possessività), il secondo (registrato con quelli che sarebbero stati i Commodores) perché la Motown pretendeva la proprietà delle edizioni musicali per pubblicarlo e ricevette quel che si meritava: un vaffanculo. Non sono ovviamente le stesse incisioni, ma dovrebbero essere le medesime canzoni le otto che si incontrano in “Betty Davis”, sei delle quali riprese in “This Is It!”: una più spettacolare dell’altra, da una If I’m In Luck I Might Get Picked Up il cui deflagrare è innescato da un organo sfrigolante a una sculettante Anti Love Song che sul serio inventa Prince, a una Ooh Yea data dall’elevazione al cubo dell’addizione James Brown + George Clinton. E la voce: che voce! Un grugnito, un rigurgito, un graffio, Millie Jackson che si fa Diamanda Galas, credeteci o no. E il gruppo: che gruppo! Transfughi da Sly & The Family Stone e Santana e le Pointer Sisters ai cori. “They Say I’m Different” replicherà con fra il resto la Shoo-B-Doop And Cop Him che Ice Cube campionerà estesamente, l’iperacida e minimalissima Don’t Call Her No Tramp e una Git In There da fare a pezzi i Red Hot Chili Peppers.

Lasciata New York, intreccio di ricordi dolorosi dopo le morti di Hendrix e dell’amica Devon Wilson (colei che le aveva presentato il chitarrista), per San Francisco, da lì la Davis puntava Londra. Vi troverà sponsor appassionati in Marc Bolan, in Robert Palmer (un po’ più di un amico), nella redazione di “Sounds” e sarà la sua unica volta in copertina. Su sollecitazione di Palmer trovava anche un nuovo contratto discografico e con la Island, nientemeno, ma “Nasty Gal” non andrà da nessuna parte, a dispetto di una traccia omonima impossibilmente ammiccante, dell’inaudito romanticismo di You And I e della ruggente This Is It, che tre tondi decenni dopo battezzerà l’antologia che sapete.

La corsa di Betty Davis finiva lì, complice la scomparsa del padre che la sprofondava in abissi di depressione dai quali impiegherà anni a riemergere. Oggi è una bella sessantenne senza rimpianti, che guarda a quella sua versione giovane e sfacciata con distaccata benevolenza e spia le eredi soggiogare il mondo con i trucchi che inventò. I nomi dovreste conoscerli: Missy Elliott, Kelis, Macy Gray.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.609, aprile 2005.

3 commenti

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3 risposte a “Mademoiselle Mabry, in arte Betty Davis

  1. giuliano

    Grazie, magister.

  2. Orgio

    V-M-O, you’re dynamite!
    Grazie!

  3. scureza

    Di recente ho scoperto un disco dell’epoca Island, Is It Love or Desire, rimasto chiuso nei cassetti fino al 2009. Lo ritengo all’altezza della sua migliore produzione.

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