Chicano power: il rock meticcio dei primi Santana

Di commesse indimenticabili, acquisti sbagliati, equivoci, amori senili, poliritmie, omicidi, “Festival” e festival.

Santana - Santana

Il primo incontro fu sfortunato oltre che pessimo, il peggiore possibile fra quelli che si potevano fare all’epoca con questo signore. Ragazzetto di fresco sconvolto dalla scoperta del rock e naturalmente ancora ignorante come una capra al riguardo – le sole fonti di informazione un paio di radio locali e “Ciao 2001”, la cui uscita settimanale attendevo con una trepidazione paragonabile solo a quella per un derby – non riuscivo a credere ai miei occhi e alla mia buona sorte quando mi ritrovavo fra le mani, a una cifra abbordabile persino per le mie tasche sempre vuote, una copia di “Festival”. Accadeva nel negozio a due passi dal mio liceo e finalmente potevo passare alla cassa giustificando una presenza costante fra quei banconi,  dovuta non soltanto al loro scoppiare di sconosciute meraviglie ma a due meraviglie di commesse (ovviamente: una bionda e una bruna) che tre decenni dopo ancora mi sogno. Tiravo fuori cinquemila lire e ne ricavavo in cambio “Festival” di/dei Santana (lire tremila), “24 Carat Purple” dei Deep Purple (lire duemila; ce l’ho ancora) e un sorriso da svenimento sul posto della commessa bionda. Mi consolerò pensando di averli spesi in parte, i miei soldi, giusto per quel sorriso. E d’accordo che eccettuate la languido/epica Samba Pa Ti e la fotocopia Europa, a dir poco imperversante, di/dei Santana non conoscevo nulla, ma che un LP di recentissima uscita fosse venduto al prezzo di un economico avrebbe dovuto far squillare qualche allarme. Provai a farmelo piacere “Festival”, impresa disperata con il risultato di imprimermelo nella memoria come il sorriso di cui sopra. Non lo riascolto da secoli, né mai vorrò riascoltarlo, e nondimeno lo affermo senza tema di smentite: quel disco fa cagare. Quel disco è uno dei più offensivi sprechi di plastica che la storia ricordi. Quel disco è uno dei più insulsi e vani vagare in cerca di una minima scintilla di ispirazione, che non scocca mai ma proprio mai, negli annali della musica registrata. È stato a causa di quel disco che per tre o quattro lustri ho attentamente evitato e pubblicamente schifato il baffuto chitarrista di Guadalajara, rifuggendo altresì da qualunque altro miscuglio latin-rock. Siccome non è bello avere pregiudizi e se fai il mestiere che faccio io è pure formidabilmente stupido e deleterio, a un certo punto però ho recuperato. Me lo sono studiato per benino Santana, scoprendo che “Festival” resta la sua prova più infelice anche nel contesto di una produzione che pure ha abbondato da allora in nefandezze e già in precedenza era incorsa in qualche scivolone. A essere onesto, non è che sia diventato un fan. A essere onesti bisognerebbe dirselo che, per quanti fantastilioni di copie abbia venduto e di dollari guadagnato, a radunare tutte le cose davvero degne di nota del Nostro dal jazzato e non disprezzabile “Caravanserai”, che è del ’72, in poi un CD basta e avanza. Si potrebbe aggiungerne uno live ed essere contenti così. Altra cosa i primi tre LP. Più di “3”, del ’71, “Abraxas” del ’70. E più di “Abraxas” l’omonimo debutto messo assieme e pubblicato in un 1969 indimenticabile, nel bene e nel male. Qualche lettore si inquieterà, ma è l’unico album con su scritto “Santana” per il quale mi sento di spendere una parola impegnativa: capolavoro.

Grazie ai buoni uffici del distributore Sound And Music, da qualche settimana posso farne girare una stampa Original Master Recording che, fosse stata riversata uno zero virgola qualcosa più alta, meriterebbe pur’essa la qualifica di cui sopra. Nondimeno, se avete orecchie in grado di intendere e volere vi basterà l’attacco di sincopi tribali e organo negro-ispanico-psichedelico, indeciso fra chiesa e balera, di Waiting per porre mano al portafoglio: per presenza scenica e impatto, seducente senza essere volgare, non c’è gara con il pure ben suonante (rispetto alle piatte edizioni precedenti, ma anche in assoluto) compact Columbia/Legacy del ’98. Se quello possedevate, se non lo rivenderete sarà per via delle tre bonus dal vivo, ma difficilmente lo ascolterete ancora.

A riassumerlo in poche righe fa girare la testa il 1969 dei Santana e tanto per cominciare perché era allora, a latere di registrazioni partite in gennaio in trasferta (Los Angeles, non San Francisco) e subito ferme a causa di un non trascurabile inconveniente (il percussionista Marcus Malone arrestato in flagranza di omicidio), che i Santana diventavano gruppo vero, non più il leader Carlos e una raccogliticcia compagnia. Si faceva paritario il sodalizio a quel punto già triennale con il tastierista Gregg Rolie. Prendeva forma, con l’arrivo del batterista Mike Shrieve e dei percussionisti Mike Carrabello e José Chepito Areas, la ritmica più poliritmica che si ricordi fuor dal binomio Fela Kuti/Tony Allen. Unione di blues, soul e psichedelia, con già un tocco di jazz, tanta Africa e radici saldamente affondate nel pop e nel folk chicani, e alchimia delicatissima proprio per l’abbondanza di componenti, il progetto Santana artisticamente reggerà, prima di degenerare in rock contemporaneamente da stadio e da night, fintanto che egocentrismi e vizietti da star non provocheranno una fuoriuscita via l’altra. Santana saranno grandi fin quando il timone sarà tenuto assieme da Carlos e Rolie, il cui organo dal groove grasso e dinamico è il mattatore principe – più della chitarra elettrica – nel memorabilissimo esordio. Che volava al numero quattro nelle classifiche USA, ove lo sculettante funk Evil Ways nella graduatoria dei singoli si arrestava al nove. Tutto questo dopo che il gruppo in agosto aveva trionfato a Woodstock con l’apoteosi percussiva di Soul Sacrifice. Astutamente, Santana e soci accettavano di comparire nel film-documentario sul festival, per pochi dollari ma garantendosi uno dei migliori spot pubblicitari di sempre. Ancora più astutamente, rifiuteranno invece di figurare nella pellicola girata da lì a qualche mese ad Altamont.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.290, maggio 2008.

8 commenti

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8 risposte a “Chicano power: il rock meticcio dei primi Santana

  1. filippo

    la prima parte mi ha fatto morire da ridere… grande eddy!

  2. Giancarlo Turra

    Ma sul Rating Zenyatta & Mondatta, da 0 a 10 come si colloca “Festival”? Laddove “0” è capolavoro assoluto, che so come “Tago Mago”, “Revolver” o “Marquee Moon” e 10 una c****a pazzesca?

  3. Orgio

    Giornata Neal Schon, a quanto pare…comunque, forse sbaglio, vista il distacco quanto più possibile oggettivo che la trattazione musicale richiede, ma i pezzi dove emerge un tuo vissuto autobiografico sono sempre i più gustosi. Non i migliori, ma i più gustosi da leggere.
    Quindi, grazie una volta di più.

    • Scrivere di musica per parlare in realtà anche d’altro e a ragione di ciò scriverne di norma in prima singolare: l’ho sempre fatto, sin dall’articolo con cui esordii alcune ere geologiche fa. Il distacco non mi è mai appartenuto. Ed è esattamente ciò che fa sì che io piaccia oppure no, in genere senza vie di mezzo.

      • Francesco

        VM, senza offesa alcuna perchè sai della mia devozione, c’è un che di bertoncelliano in questo modus narrandi.
        Sul Carlos la penso come te, anche se il III lo ricordo niente male, anzi. Tutto il resto è noia, per dirla col califfo, se non peggio. Dal vivo ho comunque un buon ricordo molto psichedelico del primo show di santana che ho visto…non trovai il palazzetto e lo vidi solo un paio di anni dopo.
        Ciao

        Fuori tema: Visto ieri sera Nicola Caverna e i semi malefici, un promettente gruppo italiano, con un leader che ha imbonito il pubblico manco fosse springsteen. Non male, anzi, forte e potente e le ultime canzoni hanno brillato di luce propria. Certo, mi hanno fatto venire in mente un tipo che conoscevo anni fa, tal Nick Cave da down under, ragazzi buttava gli occhi fuori dalle orbite e scazzava con le prime file. Meglio? peggio? sicuramente non più di rottura ma il professionismo non ha ancora avuto la sua sterile vittoria.
        ora attendo di vedere l’amico Nello Giovane per chiudere l’esoso conto della stagione dei concerti, i Sigur Ros penso proprio di saltarli a piè pari
        saluti

      • Direi che c’è di peggio dell’essere paragonati a Riccardo Bertoncelli. Tipo essere paragonati, in Italia, a chiunque altro e sia detto senza mancare di rispetto a nessuno.

  4. il tuo articolo ricalca pienamente la carriera di questo “famoso” santo il cui “ana” nel corso degli anni si è dedito a molti sacrifici perché il Dio soldo, come sempre, è luogo da idolatria, e appaga, consola, rincoglionisce, soprattutto dal valore artistico. Anch’io sono arrivato fino a Caravanserai e dopo basta (Festival ho avuto l’accortezza di non comprarlo mai, anche se è vero, fino all’ appenacitato “Caravan”, una piccola sbandata l’ho presa, ma tant’è, peccati di adolescenza…) e dopo il “basta” c’era un mondo talmente vasto dove si poteva morire felice. E ora, nonostante sia più vecchio di una trentacinquina d’anni da quando ascoltavo questo santo decaduto e altro ancora, ringrazio che la vita abbia dato ai vari Neil, Nick, Lou, Mark, Steve, Bob, Joni, PJ, Diamanda, John, Chris, Robert e altri ancora una lunga esistenza, dove poter morire ancora… finalmente felici !!! (l’ho già detto ?!!)

    P.S. Va beh! Ti perdono… per una bionda ogni tanto, si può peccare !

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