Potere alla parola (6): Ice-T in “Lingua letale”

Più che il talento poterono circostanze e carisma: la storia dell’irresistibile ascesa di Tracy Marrow, meglio noto come Ice-T.

Ice-T

L’intervistatore e l’intervistato sono da diversi anni molto amici, ma il primo non aveva ancora messo piede in casa del secondo. Si accomoda su un divano, sbircia la magnifica vista su uno dei quartieri più eleganti di Los Angeles che si gode da un’ampia vetrata, osserva ammirato il gusto con cui è stata arredata la stanza. “Ti sei rivolto a un professionista?”, chiede. “No, ho fatto tutto da solo.” “Davvero?”, è l’incredula replica. “Certo. Ho svaligiato abbastanza case da imparare come se ne arreda una”, dice l’intervistato ridacchiando.

Da questo fulminante scambio di battute fra Jello Biafra, inviato davvero speciale che in pieno ciclone Cop Killer il mensile “Spin” spedì a dibattere il caso con il principale interessato, e Ice-T emergono in pieno due caratteristiche del secondo – intelligenza e guasconeria – che molto hanno contribuito all’edificazione del suo mito, un mito che regge con disinvoltura le tante contraddizioni del personaggio, dell’artista, dell’uomo in forza di un carisma straordinario. Tracy Marrow – questo il vero nome del Nostro – sa essere davvero sconcertante. Ad esempio: in chiusura di Power, il brano che dà il titolo al suo secondo album, un lavoro ormai vecchio sette anni, affermava che “Il denaro controlla il mondo e questo è un fatto/e una volta che ce l’hai puoi dire il cazzo che vuoi!/È potere!”. Dichiarazione alquanto berlusconiana nello spirito ma purtroppo incontestabile. Solo che pochi minuti dopo, in Radio Suckers, il rapper nativo del New Jersey e californiano d’adozione sibila: “Faccio dischi per amore della musica, non per i soldi”. Il pezzo successivo si chiama I’m Your Pusher, “Sono il tuo spacciatore”, ed è tutto costruito su un campione della leggendaria Pusherman di Curtis Mayfield, dalla colonna sonora di Superfly. Bisogna seguire il testo con molta attenzione per accorgersi che Ice, lungi dal glorificare la figura dello spacciatore (aberrazione sovente praticata in ambito gangsta-rap), la condanna e dipinge se stesso come un “pusher”, sì, ma di buona musica. L’insieme è parecchio ambiguo, ma mai quanto quello di un altro brano ancora su “Power”, Girls L.G.B.N.A.F., ove l’acronimo sta per Like Get Butt Naked And Fuck: vale a dire che “alle ragazze piace mettersi a culo nudo e scopare”. Non granché “politically correct”, eh? Be’, veramente sul finale si fa campagna anti-AIDS invitando a usare le dovute precauzioni nei rapporti sessuali. E comunque… “suck my motherfucking dick”, si sentirebbe probabilmente dire il contestatore di turno.

Senza carisma, non basterebbe la carica di simpatia (gli intervistatori sono unanimi al riguardo) per evitare a Ice-T di venire travolto dalle sue contraddizioni. Senza carisma, i suoi limiti artistici gli avrebbero impedito di raggiungere i traguardi che ha raggiunto. Perché, diciamolo chiaro, se il rapping che esibisce è più che discreto le sue basi non sono niente di speciale: né stilose come quelle dei Gang Starr né innovative come furono a suo tempo quelle dei De La Soul, e nemmeno terroriste nel solco dei Public Enemy. Quanto al suo gruppo rock, i Body Count, raramente nella storia del genere una band così mediocre era stata tanto glorificata.

Ma più di qualunque altro rapper, con le eccezioni giusto di Chuck D e di KRS-One (le cui fortune paiono però declinanti), questo ex-soldato nonché ex-ladruncolo è un leader naturale, e in un tempo in cui la gioventù afroamericana non ha alcun rappresentante politico degno di nota la sua rilevanza in quella comunità è enorme. Quando dice che potrebbe presentarsi alle elezioni presidenziali e raccogliere una valanga di voti non è un’uscita smargiassa la sua. La visibilità datagli dalla polemica su Cop Killer e dai furenti attacchi cui fu fatto bersaglio dall’allora presidente George Bush ha reso Ice-T una figura la cui notorietà travalica il mondo della musica, e non soltanto in patria. Anche dalle nostre parti è piuttosto popolare, quanto è bastato a persuadere una casa editrice “seria” come Bompiani a dare alle stampe con buona sollecitudine (è uscita a meno di un anno dall’edizione originale) una traduzione italiana del volume (ancora più illuminante di dischi e interviste) che contiene la summa dell’Ice-T pensiero. L’impagabile titolo – Who Gives A Fuck? – è rimasto intradotto.

La mia musica non è tanto diretta ai b-boys con le autoradio quanto a quei b-boys che le autoradio le rubano”: questo raccontava il Nostro al “New Musical Express” nel 1990, quando nel panorama rap era ancora figura di dimensioni appena medie, nonostante fosse in pista già da otto anni, un periodo di tempo lunghissimo in una scena in cui vi è un ricambio generazionale ogni biennio o quasi. Fra il primo 12”, datato 1982 e – dicono le cronache – assai modesto e l’esordio a 33 “Rhyme Pays” era però trascorso un lustro e dunque per il pubblico europeo Ice-T era un nome seminuovo e degno di qualche investigazione per la qualità in costante lievitazione, sebbene ancora non trascendentale, dei suoi lavori. All’incerto “Rhyme Pays” (reso memorabile in negativo da alcune rime omofobe delle quali Ice-T si è poi ripetutamente e pubblicamente scusato) aveva fatto seguito nel 1988 il più compatto “Power” e ancora un anno dopo “The Iceberg/Freedom Of Speech”, disco che aveva segnato un altro piccolo passo avanti sia per la qualità dei testi, meno superficiali che nei due lavori precedenti e traversati da una crescente consapevolezza politica (è Jello Biafra a scandire il più significativo) che per quella delle basi che, complici le comparsate di alcuni dei musicisti che in seguito formeranno i Body Count, si erano fatte meno monotone, con l’inserimento di elementi rock a variare trame in passato devote a un funky scheletrico ai limiti del minimale.

Che il personaggio fosse in ascesa era stato reso evidente anche dalla sua collaborazione, nel 1988, al progetto Colors (il film di Hopper sulle gang losangelene) ma nel ’90 nemmeno lo stesso Ice-T avrebbe potuto immaginare a che livelli sarebbe arrivata la sua fama nel biennio successivo.

Anni cardine dunque, il 1991 e il 1992, per il Nostro. Nel ’91, mentre nei negozi di dischi giungeva “O.G.” nelle sale cinematografiche usciva New Jack City. Il buon successo al botteghino e il plauso della critica per la magistrale interpretazione di un poliziotto  (che ironia!) facevano di Ice-T una stella dello spettacolo di prima grandezza. E sul principio dell’anno seguente vedeva la luce l’omonimo debutto dei Body Count, la rock band dell’eclettico signor Marrow.

Body Count

Amavo Hendrix già ai tempi in cui ancora vivevo nel New Jersey, mi è sempre piaciuto il suono delle chitarre. Quando poi mi sono trasferito a Los Angeles sono andato a vivere da un mio cugino che ascolta tantissimo rock… Ricordo che ce ne stavamo svaccati tutto il giorno in camera sua con la radio sintonizzata sulla KMET o sulla KLOS. Dopo un po’ cominci a riconoscere le canzoni. Ricordo The Low Spark Of High Heeled Boys dei Traffic e i Mott The Hoople. Li trovavo fighi. Poi ho cominciato ad apprezzare i Deep Purple e i Blue Öyster Cult, ma il mio primo vero amore sono stati i Black Sabbath. Più la musica era grezza, più mi piaceva. Quando è esploso il punk sono impazzito per i Black Flag, i Circle Jerks, gli X, i Dead Kennedys. E infine ho preso una sbandata per il metal più estremo. Decido che album comprare in base alla copertina: più è di cattivo gusto, più sono stimolato all’acquisto. Adoro i Napalm Death, gli Obituary, gli Autopsy. Non dimenticherò mai la prima volta che ho visto gli Slayer dal vivo.” (da “Spin”, luglio 1993)

Quando mi vedi sul palco con i Body Count, bene, vedi un Henry Rollins con la pelle scura. Ho un culto totale per lui, fin da quando era nei Black Flag. Nessuno sa essere intenso come Rollins.” (dal “New Musical Express”, 11 dicembre 1993)

Reportage entusiasti da parte di chi l’aveva osservata in azione l’estate prima, al “Lollapalooza”, avevano creato molte attese attorno alla ghenga metallara di Ice-T. “Body Count” le deluse praticamente in toto: è un disco scadente che nei rari momenti ispirati soccombe a un eccesso di ambizione. Così, assalti punk di un qualche pregio vengono rovinati da assoli degni di Spinal Tap e i testi migliori sono puntualmente accoppiati alle canzoni musicalmente più becere (The Winner Looses, orrida power-ballad) e viceversa (Evil Dick, superbo muro sonico, testo ridicolmente misogino). Un fiasco artisticamente, insomma (e “Born Dead”, uscito lo scorso anno, non ha mostrato miglioramenti di sorta), e anche l’impatto sulle classifiche non sarebbe stato quello che fu senza le polemiche a proposito di una delle sue canzoni, Cop Killer, fantasia a tinte forti di rivincita sulle angherie cui la polizia dello zio Sam sottopone routinariamente la popolazione di colore, i giovani in special modo. Senza i disordini razziali di Los Angeles sarebbe forse passata inosservata. Invece, complice anche la sua inclusione nella colonna sonora di Batman Returns

L’8 giugno 1992, dopo avere inutilmente fatto forti pressioni sulla Warner, proprietaria del marchio Sire sotto la cui egida era uscito “Body Count” (come anche tutti i 33 giri precedenti di Ice-T), perché ritirasse il disco dal commercio, la polizia texana invitò ufficialmente il pubblico a boicottare tutti i prodotti e le attività della Warner (Disneyland compresa!). Non era mai accaduto nella storia degli Stati Uniti e fu l’inizio di un’isteria che culminò il 3 luglio con un violento attacco di Bush al Nostro e il 7 in una presa di posizione della Warner a favore del suo artista. Ma contro certe pressioni persino un simile colosso può poco.

Grato del supporto offertogli dai suoi discografici ma nel contempo timoroso che si giungesse ad assalti fisici contro i dipendenti della compagnia (ipotesi tutt’altro che campata in aria) il 28 luglio lo stesso Ice-T disponeva che la pietra dello scandalo venisse rimossa dal disco (e difatti l’edizione in commercio oggi non la contiene). Contemporaneamente, con un clamoroso gesto di protesta, ne faceva stampare diecimila copie a 45 giri e le distribuiva gratuitamente ai concerti.

Il rapporto con la Warner non sopravviverà a questo tornado, ma il divorzio, sopraggiunto nel ’93, sarà amichevole, tanto che nelle note di copertina di “Home Invasion”, uscito autoprodotto su Rhyme Syndicate e distribuito dalla Profile, spiccano i ringraziamenti alla sua ex-casa discografica e in particolare a Seymour Stein, patron storico della Sire.

“Home Invasion” è lavoro che quasi giustifica l’hype su Ice-T. Quasi: dei suoi settantacinque minuti venti sono di troppo. Il resto è però vario come mai in passato erano state le opere del Nostro (funky caldi e serrati si alternano a deflagrazioni alla Public Enemy, mentre gradite influenze ragamuffin e jazzy fanno capolino) e di caratura media apprezzabilissima. Ha avuto un grande e meritato successo ma, sia chiaro, avrebbe venduto tantissimo anche fosse stato pessimo. Da quando per giorni le principali reti televisive aprirono i notiziari parlando di Cop Killer, il Nostro è l’americano di colore (sportivi a parte) più celebre.

Il rap è come il country. I suoi artisti possono contare su una base di fedelissimi che padroneggia il loro linguaggio da iniziati. L’industria non li spinge affatto, eppure vendono milioni di LP e nessuno sa bene chi li compra. Anche i testi, poi… Mi viene in mente Johnny Cash che canta ‘Ho sparato a un uomo a Reno solo per vederlo morire’. Potrebbe essere Bushwick Bill dei Geto Boys!” ( da “Spin”, int. cit.)

È la solita storia: fintanto che Ice-T vendeva i suoi dischi a gente dalla pelle come la sua nessuno si lamentava dei testi. Ma una volta divenuto popolare (grazie anche a una carriera cinematografica brillante: a parte New Jack City vale la pena di citare almeno Trespass, del 1992) pure fra la gioventù bianca si è subito trasformato in un bersaglio.

La verità è che il rap, accusato da molti (i più in malafede) di essere razzista, sta invece dando un importante contributo al superamento del pregiudizio razziale. La fumettistica copertina di “Home Invasion” (titolo non casuale) che raffigura un ragazzino bianco che, chiuso nella sua stanza, ascolta una cassetta di Ice-T e ricrea con la fantasia gli scenari delle canzoni (sparsi sul pavimento nastri di Ice Cube e dei Public Enemy, libri di Malcolm X e Iceberg Slim) spiega perfettamente perché Ice-T fa paura. Non per il suo presunto sessismo (sul quale si potrebbe dibattere; ma perché nessuno mette mai in discussione un Axl Rose?) o perché violento (nulla a confronto della polizia di Los Angeles). Perché quel ragazzo, una volta cresciuto, difficilmente soccomberà al razzismo che centotrent’anni dopo Lincoln ancora corrode la società statunitense.

Ice-T for president? Sono riusciti tanti miracoli a questo trentasettenne (il più anziano fra i rapper di grido: Nas, Notorious B.I.G., Jeru The Damaja, titolari dei migliori album hip hop dello scorso anno, potrebbero essere suoi figli) e dunque non consideriamola un’ipotesi risibile. Non in un paese che mandò alla Casa Bianca un attore da quattro soldi. Mr. Marrow se la caverebbe meglio: ha altrettanto carisma e probabilmente un quoziente intellettivo di dieci punti o su di lì superiore.

Pubblicato per la prima volta su “Dynamo!”, n.6, aprile 1995.

8 commenti

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8 risposte a “Potere alla parola (6): Ice-T in “Lingua letale”

  1. Orgio

    Nessuno ha mai messo in discussione Axl Rose per il sessismo? Ne sei sicuro?
    A prescindere dal fatto che, per la rilevanza che l’uomo aveva nel 1995, sarebbe stato insignificante additarlo come emblema del sessismo, persino per un genere costantemente sotto tiro del politically correct come l’hard ‘n’ heavy.

    • Un po’ di senso delle proporzioni, suvvia. Vogliamo metterci a pesare la merda che venne (giustamente) scaricata su Axl Rose ponendo sull’altro piatto della bilancia quella sotto cui venne sepolto Ice-T? Siamo seri…

  2. giuliano

    Più di venti anni fa, un concerto dei G&R trasmesso da Videomusic: Axl Rose veste dei pantaloncini rosa attillati, con pacco in evidenza. Sopra, un giubbotto di pelle sul petto scoperto. Tutto si può perdonare, ma non il cattivo gusto.

    Gli si attaglia questa frase del puntuto piemontese Giovanni Giolitti, rivolta al suo rivale politico del tempo, Sidney Sonnino: “E’ stato un enfant prodige della politica. Oggi il prodige è sparito, è rimasto solo l’enfant”. (Ammesso che Rose sia stato un prodige, cosa di cui dubito moltissimo).

    E’ interessante come nel rock la linea sottile che passa tra gesto cool e bad taste sia stata spostata nei decenni verso latitudini impensabili, ma incontestabili: Lux Interior con i pantaloni abbassati, senza maglia e con un cappellaccio in testa, oppure Jaz Coleman col microfono agitato ad altezza cazzo, nel mondo dei segni rock sono estremamente cool. I pantaloncini elasticizzati rosa, invece, sono da persona priva di vera cultura rock, da coatto.

    Il mondo Hard n’ Heavy, per non parlare del ramificato universo metallaro, è stato sempre nel mirino del politically correct per buone ragioni: ma non per sessismi o razzismi, che pure non sono mancati, ma per lo sfondamento ripetuto della sacra barriera del buon gusto, il buon gusto rock. Gli esempi potrebbero essere moltissimi. Le ragioni? Troppe, per squadernarle qui. Io, per quanto riguarda quella scena musicale (sto inevitabilmente un po’ generalizzando, lo ammetto), appartengo alla scuola del sospetto.

    • Orgio

      Che Axl Rose non sia l’emblema del buon gusto mi pareva fosse evidente sin dal principio. Però non è questo il punto.
      Il punto è che la quasi totalità del rock propriamente detto è fatto da persone prive di istruzione raffinata e cultura intesa in senso ampio, cosicché la maggior parte dei prodotti, rivolti a un pubblico perlopiù incapace del debito discernimento, è abitato dal cattivo gusto. Questo vale per i Manowar come per i White Stripes, per i Queen come per i Beastie Boys.
      Per l’hard ‘n’ heavy ciò è particolarmente vero, esendo il cattivo gusto assurto a pilastro “ideologico” del genere. Ma in tal caso la scelta è, credo, deliberata, e foriera di una valenza per così dire politica, di un messaggio chiaro: l’umanità e il mondo sono una merda, e io ne sono l’emblema; se ti faccio ribrezzo è colpa tua, sei tu che hai creato tutto questo. Obietterai che questo è un atteggiamento più tipico del punk, ma in realtà il punk, per le coordinate spazio-temporali della sua affermazione, celava, dietro la bandiera nichilista, una domanda di profonda riforma del patto sociale (anzi, in certi casi non la celava affatto). Nel metal, viceversa, il messaggio è puramente nichilistico, nel senso che l’intenzione è la pura descrizione delle miserie umane e dell’ineluttabilità delle stesse. La butto là: Leopardi versione postmoderna.

      • giuliano

        No, Orgio: che il rock sia prodotto da persone perlopiù prive di cultura, quindi facile preda del cattivo gusto, non sta neither in the sky nor on the earth.

        Chiariamo subito che chi privo di cultura in senso lato può essere benissimo persona assai dignitosa e di buon gusto (ad esempio la figura archetipica dell’operaio con la coscienza di classe: lo dico sorridendo, naturalmente, ma neanche poi troppo. La butto là tanto per capirci).

        Andando al nocciolo: forse all’inizio la mancanza di cultura diede da discutere con qualche base di verità. Elvis, Little Richard, Jerry Lee rimediavano però all’assenza di dottrina inquadrando immediatamente la potenzialità eversiva della loro gestualità. Tenendosi così ben lontani dal cattivo gusto, che non ha nessun valore sociale (semmai sociologico), e che non contiene alcun elemento progressivo e liberatorio.

        Poi, rapidamente, il rocker ha cominciato assai spesso ad agire con profonda coscienza storica di sé e di ciò che stava facendo, maneggiando l’elementarità del rock per arrivare dove sappiamo (i Velvet Underground sono un esempio alto, altissimo, in questo senso). Dietro il volto truccato e stravolto di Lou Reed che campeggia sulla copertina di “Rock n’ Roll Animal” avverti subito un mondo, una consapevolezza che danno il senso alla storia di questa musica, del perché è durata molti decenni, del perché abbia fornito a migliaia di libri materia di studio. E del perché ci fa sputare sangue ancora nel 2013.

  3. Orgio

    Mah. Io vedo il rock ‘n’ roll per quello che il termine letteralmente significa: fisicità, corporeità, liberazione spontanea dei più bradi istinti umani, in primis del desiderio erotico. Forse è una concezione riduzionistica, ma sta di fatto che la “electric music for the mind and body” ha il difficilissimo problema di stimolare la prima continuando ad appagare il secondo, e spesso il rock dagli 60 in qua non ha tenuto in debita considerazione l’aspetto fisico.
    Metto le mani avanti: io non ho un’approfondita preparazione teorica in campo musicale, però basta anche la mia minuta scienza per rendersi conto che qualunque forma di musica popolare (e quindi il rock in tutte le sue variegate sfaccettature) non potrà mai e poi mai competere con la complessità di quella che viene improvvidamente definita “musica classica” (sul perché dell’ “improvvidamente definita” leggi, se ritieni, Robert Walser). Non è nemmeno la sua funzione, d’altra parte: il rock viene dall’Africa, e dunque, come tutte le espressioni musicali di quel continente, dà precipuo valore alla fisicità; il patrimonio “classico” dall’Europa, e privilegia quindi forme più sofisticate di comunicazione, come più sofisticate sono le strutture socio-economiche che l’hanno originato. Quindi è naturale che siano attratti dal rock principalmente coloro che sanno dare il debito valore alla dimensione dionisiaca dell’esistenza; anche inconsciamente, come è il caso della stragrande maggioranza del pubblico (intendo, ti pare che la maggior parte della gente a cui piacciono, chessò, gli AC/DC si sia mai domandata perché le piacciono? No, le piacciono e basta. SENTE che le piacciono). Ciò non significa che l’ascoltatore di rock sia necessariamente incapace di pensieri razionali e financo di comprensione anche profonda delle dinamiche del mondo, ma mi pare evidente che la complessità concettuale in musica, quella vera (una fuga a sei voci, l’ideazione della dodecafonia), alberga altrove.
    A questo punto siamo completamente off topic, come usa dire oggidì, ma mi permetto di ringraziare te, caro giuliano, per la conversazione stimolante, come pure il VMO, che col suo sapere alimenta costantemente la diffusione e lo scambio di idee in materia.

  4. giuliano

    Grazie a te Orgio. Comunque il valore liberatorio del rock è proprio ciò che volevo mettere in evidenza: è come lo si maneggia che fa la differenza. Se c’è del cattivo gusto vuol dire che non si è all’altezza di quel nucleo di emancipazione a apertura che che è la ragione d’essere del rock.

    Robert Walser: vedo che le buone letture non mancano sul tuo comodino :))

    • Orgio

      Secondo me, con la storia del cattivo gusto cadi anche tu nella trappola del politically correct, perché affermare che l’opera di cattivo gusto non ha nessun valore significa non coglierne il messaggio, ammesso che questo ci sia; nel caso della musica, non ascoltarla fino in fondo, o perlomeno con le orecchie e la mente aperta. E questo è il problema che ha afflitto le forme musicali latrici dei messaggi più estremi, come, appunto, rap e heavy metal (decretandone, però, l’immensa fortuna).
      Adesso sto leggendo contemporaneamente la saga di Conan Il Barbaro, un’antologia di Henry Rollins e il Breviario de’ politici del cardinale Mazzarino, poi però mi premierò con Our Band Could Be Your Life! 😄 Comunque Walser è senz’altro osservatore lucidissimo del fenomeno musicale e del suo impatto sul coevo contesto sociale.

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